lunedì 30 giugno 2008

Il corvo e la sua classe

Oggi, per la prima volta dopo diversi mesi, ho riguardato con attenzione l’immagine che apre il mio blog.
Io sono quella in gramaglie. Il corvo.
I corvidi mi piacciono tutti: corvi, cornacchie, taccole, ghiandaie e nocciolaie; le gazze sono le più eleganti, ma mi sento gazza soltanto qualche giorno al mese e, anche in quei giorni speciali, soltanto per qualche ora. I corvidi sono onnivori, piuttosto svegli, curiosi e con buona memoria, adattabili e un po’ goffi nel volo. Il mio ritratto, praticamente. Nelle varie mitologie i corvidi sono messaggeri divini, hanno dimestichezza con i morti e conoscono la strada per l’Aldilà. Io no. Ma il divino, la morte e l’Aldilà sono temi ai quali la maggior parte degli umani pensa intensamente (o ai quali evita intensamente di pensare). Figurarsi un umano che cerca di scrivere narrativa come me...
La mia classe, invece…
Rappresentare i miei alunni come un gruppo di animali di vario genere non è, come potrebbe sembrare, una perfidia. Intanto nell’immagine scelta sono bestia anch’io, e poi a farmela scegliere sono stati due particolari: la diversità di sembianze, provenienze e formato (le mie classi sono molto variegate) e il fatto che gli “alunni” stiano davanti a me, e guardino quasi tutti da un’altra parte. Io-corvo li seguo, li osservo, cercando di capire dove intendano andare, che cosa stiano guardando, che cosa accidenti vedano all’orizzonte… E il mio lavoro in classe è più o meno questo.
Una volta stabilito che cosa vedono e qual è il loro orizzonte, posso cominciare a spiegare quello che – almeno secondo il ministero – dovrebbero vedere, quello che vedo io e quello che, a mio parere, meriterebbe di vedere.
Ma in queste ultime settimane mi sono chiesta che cosa accidenti abbiano visto alcuni rappresentanti del nostro legittimo (ma non auspicabile) governo, nel gruppo di animali (in senso dantesco) formato dalla mia classe e da me.
Io (e credo anche la maggior parte delle persone sane di mente) vedo preadolescenti (11-14enni) provenienti da numerose regioni italiane e da un buon numero di stati: vedo italiani del nord, del centro, del sud e delle isole… vedo rumeni, albanesi, moldavi, qualche russo, vedo maghrebini di varia nazionalità, vedo sinti e talvolta rom, vedo peruviani, ghanesi, ivoriani, cinesi. Dipende dalle annate. E ognuno di loro vive in famiglie diverse: regolari, irregolari, allargate o affidatarie o, più raramente, in comunità per minori non accompagnati.
E ascolto dichiarazioni curiose: “Sa, prof, io sono valacco!” - “Valacco? Acc.! Ma sei stato sulle Alpi transilvane?” - “Sì, sono stato anche al castello di Dracula. Però preferisco Bucarest, c’è più vita!”. Giuro.
Mettendoci quel tanto di attenzione che contraddistingue un docente decente, imparo anche “piccole” differenze alle quali, chissà perché la gente tiene tanto…, per esempio che i miei “rom” spesso sono non sono rom ma sinti e che “rom” e “rumeno” non sono sinonimi: queste due semplici parole sottintendono storie, stili di vita e tradizioni diversissime e che confonderle non è soltanto sintomo di inaccettabile ignoranza ma è pericoloso, perché questa ignoranza facilona cova sotto la cenere un’intolleranza che nel Novecento abbiamo già visto all’opera troppe volte e con conseguenze nefaste.
Gli “animali” della mia classe hanno aspettative molto differenti nei confronti della scuola, pensano spesso che non possa garantire loro un futuro dignitoso, a volte si aspettano pochissimo, talvolta la subiscono e basta. Ma io non sono “la scuola” anche se mi sforzo di rappresentarla nel suo spirito di istituzione pubblica e laica. Io sono una persona, e da me loro si aspettano almeno qualche risposta.
E io - pensando alle ultime isteriche proposte dei rappresentanti di questa maggioranza sul tema “sicurezza” e alle educate e patetiche rimostranze dell’opposizione - sudo freddo.
Che cosa risponderei se qualcuno della mia classe mi chiedesse: “Prof, se prendessero le impronte a “Lucia”, lei che cosa direbbe?” “Lucia”, perché come tutti i ragazzini, loro le categorie astratte dei politici preferiscono chiamarle per nome… E “Lucia” ha diversi fratelli e sorelle iscritti a scuola e frequentanti.
Dopo molte riflessioni ho deciso che darei loro questa risposta, che mi annoto, tanto per essere pronta:

- che fondare la “sicurezza” di un paese sulla schedatura di massa di un’etnia significa dimenticare tutte le lezioni imparate a carissimo prezzo nel secolo appena trascorso e nel quale sono nati tutti i politici che siedono in parlamento;

- che con una simile iniziativa lo stato che rappresento va contro lo spirito della costituzione, contro il buon senso, contro ogni decenza e contro ogni buon gusto.


- Che se, con il consenso tacito del parlamento, lo stato schedasse “Lucia” e fratelli solo perché appartengono a una particolare etnia, mi metterebbe automaticamente in contraddizione con i principi educativi sanciti da una scuola pubblica nata per minimizzare i gap sociali, economici e culturali dei propri alunni.


Io non sono buona, né cieca. E non mi illudo che nella mia classe siano tutti “uguali”. Anzi, sono convinta che non lo siano affatto e mi va bene così. Perché sono curiosa, come i corvi. E la curiosità di nutre di differenze.
Per me i ragazzi della mia classe sono tutti diversi. E mi auguro che noi docenti, per loro, lo siamo altrettanto. Ammettere e apprezzare la diversità è l’unica garanzia contro l’anonimato e l’indifferenza.
Però, se voglio continuare a fare il mio lavoro, devo partire dall’assunto che tutti - loro e noi - abbiamo i medesimi diritti e che, al di là della nostra storia e personale e del nostro codice genetico, abbiamo potenzialità bastevoli a fare di ognuno di noi un individuo completo.
Ma queste sono riflessioni difficili per dei preadolescenti. E temo che, nonostante le chiacchiere e paroloni, non riuscirei a dare alla mia classe una vera risposta.
Fortunatamente questa brillante uscita i politici che ben conosciamo se la sono fatta a scuola praticamente finita e io, per il momento, non ho dovuto rispondere a domande difficili.
Se la fortuna dura, per quando tornerò a saltellare in gramaglie dietro la mia classe, bene o male, la questione sarà acqua passata. Bene, mi auguro, ovvero alla fine rigettata come indegna di una democrazia.
Perché se fosse passata “male”, invece, io “Lucia” non saprei proprio come guardarla in faccia.

Scritto ascoltando The Nobodies di Marylin Manson:

Noi siamo i nessuno
vogliamo essere qualcuno
solo quando saremo morti
loro sapranno chi siamo...

La dedico a Maroni (1) affinché tenga presente che i “nessuno” che aspirano a essere tenuti in conto (e non semplicemente schedati o rimandati a casa) sono molti di più degli italiani che invocano “sicurezza” e infinitamente più numerosi dei politici che pretendono di dare risposte facili a problemi complessi...

(1) http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-9/maroni-impronte/maroni-impronte.html

martedì 24 giugno 2008

Welfare in crisi? Sono gli zombie!


Nei cinque lunghi anni di premierato Berlusconi che hanno preceduto la scadente e breve performance del governo Prodi, ad ogni educata accusa di difficoltà economiche e di finanza quantomeno creativa sussurrata dall'opposizione, Tremonti e soci si sedevano più comodi nei vari salotti televisivi ed esortavano a non dimenticare due avvenimenti, uno veramente epocale ma spesso citato a sproposito: l'Undici Settembre, e l'altro semplicemente gestito con incompetenza e leggerezza: l'avvento della moneta unica.Augurandomi che nei prossimi quattro anni si rinnovi un po', vorrei segnalare a Tremonti un romanzo che, se attentamente studiato, potrebbe suggerirgli qualche excusatio almeno originale se non proprio credibile.

L'estate dei morti viventi di John Ajvide Lindqvist è una rivisitazione inconsueta e decisamente stimolante della figura dello zombie che ha forse dei limiti nella costruzione (nella parte mediana l'azione latita un po' mentre abbondano le tirate) ma rinnova in maniera interessante la metafora del morto vivente, già simbolo di schiavitù estrema, di alienazione consumistica, di ribellione sottoproletaria…
Il risveglio dei morti più recenti che si verifica a Stoccolma in un'estate afosissima e contraddistinta da un campo elettrico assolutamente anomalo, viene accolto con grandi aspettative dai parenti e gestito con apparente efficienza dalle autorità ma si rivelerà una crisi in grado di mettere in discussione i pilastri dello stato sociale e di rivelare i malesseri sotterranei della società svedese.
La lettura è davvero consigliabile nonostante i limiti narrativi del romanzo e l'ultima parte – che si svolge a Heden, periferia residenziale passata da cantiere perenne a quartiere fantasma senza essere mai stata inaugurata – è potente e suggestiva. Ma l'aspetto che riporta gli zombie di Lindqvist nel solco della metafora sovversiva che li ha resi grandi, è il flop dello stato sociale, la morte dell’illusione che un paese civile possa gradualmente garantire a tutti un livello di vita decente. Questi morti viventi così quotidiani – il nipotino amato tornato dalla tomba, il nonnetto rintronato con l'alzheimer che ha ritrovato miracolosamente la strada di casa… – non mangiano carne umana come i loro antenati letterari e cinematografici e si comportano in maniera meno sconveniente ma pongono un grande interrogativo: «dove li metteremo? Chi pagherà per la loro assistenza?».
Calata nella nostra Italietta, poi, l'ipotesi raggiunge effetti tragicomici: se le nostre risorse non bastano a pagare la pensione ai vivi, tanto che possiamo soltanto sperare in un rapido aumento di popolazione dovuto agli immigrati (trasformati per l'occasione in braccia preziose e non più delinquenti e rubalavoro) come potremmo assicurare il mantenimento di questi scomodissimi revenants…? E quando scade uno zombie, se non dà nemmeno la garanzia di morire e cessare di percepire la pensione?
Veri pesi morti bisognosi di assistenza, i poveri zombie – gli stranieri più sgraditi che si possano immaginare – restano i soliti paria.

Scritto ascoltando The dead of night dei Depeche Mode da Exciter (2001):

Tutto quello per cui noi viviamo, voi lo rimpiangerete

Tutto quel che voi ricordate, noi lo dimenticheremo

Il resto ve lo risparmio