domenica 26 agosto 2012

Cielo clemente, il .pdf


Cari tutti, ho pubblicato Cielo clemente anche in formato .pdf. 
Lo potete trovare:


Buona lettura a tutti

venerdì 24 agosto 2012

Cielo clemente, il libro

Ho fatto un e-book. Cioè l'ha fatto il mio consorte, riuscendo anche a convinvermi che me lo faceva per esercitarsi, nel suo interesse, più che nel mio. Il racconto, comunque è mio. Non è una novità, gli affezionati di Fata Morgana forse l'hanno già letto. È stato anche messo in rete in forma incompleta  da Delos, perché vincitore della prima edizione del premio Omelas sulla SF e i diritti umani. Col che ho già svelato il tema sottotraccia. Ma non si tratta di un racconto a tesi, non sono proprio capace di scriverne. Cielo clemente è stato inviato a Omelas DOPO, per consonanza con l'iniziativa, constatando che sì, effettivamente era adatto.

batteri luminescenti fotografati al buio e in luce

A essere sincera ho scritto Cielo clemente perchè:
1.  la biochimica – insieme alla lettura e, molto dopo, alla scrittura –  è la passione della mia vita 
2. perché ero in credito di tempo ed energia verso  la luminescenza, un argomento su cui avevo lavorato un po' dopo la laurea, senza ottenere grandi risultati.
3. perché il tema di fata Morgana di quell'anno era «Nuvole».  A me i cieli nuvolosi piacciono, soprattutto certi cieli del nord Europa o i cieli di montagna, con le nuvole che nuotano veloci in una cielo azzurro mare… Ma un conto è amare le nuvole, un conto è averne assolutamente bisogno… Così è nato Cielo clemente, che è anche una rivisitazione in tono minore del tema del vampiro.

Lo potete scaricare 


martedì 21 agosto 2012

Quando la memoria fa cilecca…

Comincio con una precisazione: sensazione e percezione non sono sinonimi. Sono sensazioni tutti i segnali trasmessi al sistema nervoso dagli organi di senso (i cinque sensi, più i cosiddetti «propiocettori», cioè i recettori che fanno il monitoraggio della situazione interna). Per percepire, invece, occorre che il sistema nervoso centrale elabori le sensazioni, individuando quelle «interessanti» e integrandole con i ricordi; in poche parole la percezione, per quanto condivisibile con altri individui, è un'operazione individuale.
Bene. Certe percezioni, nella nostra mente, vengono associate a situazioni di pericolo, di stress, ad angoscia o a ricordi spiacevoli/dolorosi. Senza tirare in ballo situazioni particolarmente difficili, immaginiamo momento mediamente stressante, come il dover sostenere un esame difficile. Che cosa accade nel nostro organismo?

Ma come siamo fatti dentro?
Be' per rispondere alla nostra domanda, occorre q1ualche nozione di anatomia del sistema nervoso... poche poche, però. 
Date un'occhiata alla figura a fianco: il diencefalo, che somiglia a un tronco di piramide capovolto, alla base minore presenta, tra l'altro, due nuclei: talamo e ipotalamo, e quest'ultimo è collegato con l'ipofisi. L'ipofisi è una super ghiandola i cui ormoni regolano l'attività di tutte le altre ghiandole endocrine dell'organismo. Così, tramite neurotrasmettitori prodotti dall'ipotalamo e diretti all'ipofisi, viene mantenuta una stretta connessione tra le attività del sistema nervoso e quelle del sistema endocrino. Un altro ruolo chiave del diencefalo è quello di relè nei confronti del cervello: raccoglie input sensoriali provenienti da tutto il corpo, e le smista alle aree specifiche del cervello. 


C'è un'altra cosa da osservare: oltre al sistema nervoso centrale (SNC) e al complesso di nervi motori e sensitivi che formano il sistema nervoso periferico (SNP), noi possediamo altri due sistemi che insieme formano il Sistema nervoso autonomo (SNA): il simpatico (formato da nuclei nervosi che scorrono a lato della colonna vertebrale) e il parasimpatico, formato da nuclei che sono all'interno del midollo spinale, ma, appunto, autonomi. I due sistemi sono antagonisti e complementari: gli impulsi di uno aumentano l'attività di un organo, quelli dell'altro la rallentano (No, uno non è sempre attivatore e l'altro inibitore, dipende!) Nella figura potete vedere su quali organi agiscono. Ma perché due? E non bastava il SNC? Intanto, come dice il loro nome, SNA, i due sistemi esercitano effetti indipendenti dalla nostra volontà, sgravando la corteccia di compiti per così dire vegetativi. Inoltre, due sistemi invece di uno garantiscono un controllo più fine.
Fine della lezione di anatomia.

Allora, tramite il diencefalo (talamo- ipotalamo- ipofisi) e i gangli del sistema nervoso simpatico, la zona midollare delle ghiandole surrenali (vedere figura) e specifiche regioni cerebrali scaricano nel circolo sanguigno rispettivamente adrenalina e noradrenalina. Questi due ormoni (definiti «dello stress») hanno la funzione di preparare l'organismo o alla lotta o alla fuga (fight or flight); in pratica agiscono aumentando la pressione sanguigna, il battito cardiaco e il metabolismo di zuccheri e grassi per fornire energia ai muscoli e al cervello.
Negli emisferi cerebrali, però, adrenalina e noradrenalina agiscono a livello delle sinapsi, disturbando fino all'impedimento i collegamenti tra i vari neuroni.
La loro funzione, che condividiamo con tutti i mammiferi, non è - come pare - quella di farci uscire di testa mentre avremmo bisogno di pensare, ma un meccanismo di sopravvivenza: nel momento dell'azione le riflessioni non servono. Parafrasando un noto detto napoletano, o' muscolo non vuo' penzieri. In fondo l'azione degli ormoni si è affinata nei mammiferi in un periodo in cui esami e quiz televisivi non esistevano ancora... Certo che questo retaggio del nostro passato evolutivo è ormai inadeguato per noi animali «culturali».
Circuito surrenali-iptalamo-ipofisi in  mammifero. Pituitaria = ipofisi
Nella nostra società complessa, un attacco (nor)adrenalinico, con relativo blocco della capacità di ragionare lucidamente, talvolta può essere catastrofico, ma di solito causa disturbi di breve durata. Altri ormoni surrenali, però, provocano vere e proprie patologie. È il caso dello squilibrio tra cortisolo (ormone prodotto dalla zona corticale delle ghiandole surrenali e ACTH (l'ormone ipofisario che stimola la zona corticale)
Sia il deficit, sia l’eccesso di ACTH disturbano l’apprendimento di contenuti e comportamenti nuovi; ad esempio l'eccesso di ACTH provoca un irrigidimento dei contenuti appresi, impedendo così l’acquisizione di nuove informazioni.

Non mi ricordo...
Esistono poi le alterazioni della memoria vere e proprie, ossia riduzioni (e talvolta accrescimento) più o meno gravi della capacità di ricordare Nei soggetti con Disturbo Amnestico è compromessa la capacità di apprendere nuove informazioni, e/o quella di ricordare informazioni apprese in passato. Una caratteristica piuttosto comune è quella di preservare i dati acquisiti nel lontano passato, e per primi quelli più recenti.
Le cause dell’amnesia possono essere molteplici: un intervento chirurgico sul lobo temporale, una intossicazione cronica da alcool, traumi cranici, encefaliti, insufficiente ossigenazione, tumori e disturbi vascolari, somministrazione di farmaci antipsicotici. .
Il disturbo amnestico persistente è dovuto ad abuso di sedativi (ipnotici o ansiolitici), o di alcolici. All’abuso di alcol è correlata una tipica forma amnestica classicamente descritta come sindrome di Korsakoff. In questa patologia, riscontrabile in alcolisti cronici, sono presenti difficoltà sia a memorizzare nuovi eventi, sia amnesia per gli avvenimenti lontani nel tempo, precedenti all’instaurarsi della malattia. In questa forma morbosa i fenomeni di confabulazione hanno un significato compensatorio. Il soggetto elabora falsi ricordi per coprire la propria amnesia e rispondere in qualche modo alle esigenze sociali della situazione in cui si trova.
I disturbi della memoria possono essere di natura sia quantitativa, sia quantitativa.

Carrà: Ovale e apparizioni
Alterazioni quantitative:
L’ipermnesia è un aumento delle capacità mnestiche; può essere a) permanente, con capacità globali o settoriali – cifre, date, poesie – al di sopra della media; non ha nulla a che fare con l'intelligenza» e può essere posseduta anche da fenomeni come gli idiots savants; b) transitoria, di solito connessa a stati emotivi alterati (stress, isteria, crisi epilettiche, gravi spaventi) o intensi attacchi febbrili, lesioni cerebrali, ipnosi e riguarda ricordi normalmente non accessibili alla coscienza.
L’Ipomnesia è invece un progressivo indebolimento della memoria, associata spesso a impoverimento dei neuroni dovuto all'età avanzata, a patologie neurologiche, a ipossia.

Alterazioni qualitative
La Paramnesia è un’alterazione per la quale i ricordi vengono deformati nel contenuto, nel significato e nella collocazione spazio-temporale. Le tipologie sono:
a) reminiscenza o rievocazione senza riconoscimento, ad esempio un ricordo riemerso non viene riconosciuto come tale ma scambiato per un'idea nuova;
Van Gogh, Les Alyscamps, ricordo personale
b) pseudoreminiscenza o  rievocazione immaginaria (cioè non dovuta a un ricordo) o un’esperienza psichica vissuta realmente ma ricordata con contenuti diversi da quelli reali. I falsi ricordi sono produzioni compensatorie  da parte di soggetti con gravi lacune mnemoniche. La falsificazione può essere dovuta a imbarazzo (il soggetto cerca di mascherare un vuoto di memoria consapevole) oppure fantastica, se il soggetto descrive esperienze avventurose e fantastiche; è tipica del deterioramento organico da abuso di alcool (Sindrome di Korsakoff). In sintesi è  una condizione simile ai sogni ad occhi aperti;
c) ecmnesia o deformazione temporale, ossia lo scambio di ricordi dell'infanzia per ricordi attuali. È tipico della demenza, delle lesioni cerebrali o un effetto di  allucinogeni;
d) il déjà vu: si verifica quando una situazione nuova viene percepita come «già vista» e vissuta con la sensazione di sapere che cosa accadrà dopo. Questi fenomeni se associati a crisi epilettiche o isteriche possono durare ore, giorni. Nei soggetti «normali», però, durano solo qualche secondo. La scienza spiega questa sensazione di errata familiarità in tre modi: 1. un errato collegamento a esperienze passate causato da situazioni parzialmente simili; 2. la continuazione di uno stato emotivo precedente causato da una difficoltà di adattarsi al contesto presente; 3. il ricordo di fantasie inconsce riattivato dagli stimoli presenti.
Simili al déjà vu sono il déjà entendu (ho già ascoltato queste parole, questi suoni), il déjà fait (ho già fatto questi gesti) il déjà pensé (ho già formulato questo pensiero).
e) il jamais vu o misconoscimento, cioè la percezione di situazioni ben note come nuove ed estranee. È associato alla schizofrenia, alle crisi epilettiche, all'uso di droghe o a  particolare affaticamento.

I disturbi della memoria sono anche il sintomo che consente di riconoscere il declino delle funzioni cognitive; nelle demenze, per esempio, la degenerazione delle cellule cerebrali è il fattore determinante per la diminuzione di funzioni come l’attenzione e l’apprendimento, che sono essenziali per un buon funzionamento della memoria.
La protagonista è affetta  da demenza senile
Le amnesie senili sono alterazioni «fisiologiche» (vale a dire dovute alla vecchiaia e non a patologie o traumi) e si manifestano con la difficoltà a ricordare nomi propri anche familiari, a trovare oggetti di uso quotidiano; il soggetto fatica ad acquisire nuove informazioni, a meno che non riguardino temi che lo interessavano in passato, e nuove tecniche di pensiero. La brutta notizia è che questo processo non comincia all'improvviso, in età avanzata: è piuttosto una progressione, significativa già a partire dal quarto decennio; la buona notizia è che la progressione è più lenta in chi è abituato ad acquisire nuove informazioni nelle aree di interesse personale. Già, a pensarci è profondamente ingiusto che chi fa un lavoro «intellettuale» (di solito meglio remunerato) abbia anche il vantaggio di restare lucido più a lungo, mentre chi venendo da un'infanzia culturalmente deprivata ed economicamente svantaggiata ha dovuto ripiegare su un lavoro manuale, ripetitivo e logorante, sia anche condannato a una vecchiaia mentale precoce. 
Un tempo invece di questi giri di parole si sarebbero scomodati termini come povertà, sottoproletariato, sfruttamento. Ingiustizia sociale, magari. Mi sento desueta. Dev'essere il virus del comunismo. Guarda dove può portarti una chiacchierata sulla memoria...

Disturbi associativi
Se invece l’amnesia è funzionale - cioè compromette la memoria autobiografica, in particolare i ricordi riguardanti un'esperienza traumatica - siamo in presenza di un gruppo di disturbi mentali definiti disturbi dissociativi. E siamo entrati nel terreno suggestivo, ambiguo e narrativamente molto frequentato della psicoanalisi.
Circa una secolo fa, Freud postulò l'esistenza di un meccanismo conscio di soppressione di alcuni ricordi. Il soggetto, in pratica, attua una rimozione di particolari eventi di natura affettiva o conflittuale a scopo difensivo.
Solitamente l’Amnesia Dissociativa si presenta come una lacuna (o una serie di lacune) reversibile nella rievocazione di momenti della storia personale che non possono essere recuperati in forma verbale. Un'amnesia psicogena può riguardareavvenimenti specifici o un periodo di tempo (ore,  settimane…). Può però riferirsi a tutta la vita del soggetto; in questo caso, all'amnesia si sovrappone spesso la «fuga dissociativa».

Fuga dissociativa/DID
Questo disturbo comprende sia l’amnesia sia alterazioni dell’identità: confusione, perdita dell’identità o assunzione di un’identità nuova.
Il disturbo dissociativo dell’identità (DID) assomiglia alla fuga, ma il passaggio da un’identità all’altra e dai relativi sistemi di ricordi autobiografici è ciclico. In questo caso si parla di «personalità multiple»: caratteri indipendenti fra loro e a volte contrastanti, che convivono nella stessa persona, ciascuna con il proprio bagaglio culturale e autobiografico e con proprie attitudini e orientamenti sessuali.  
Una personalità multipla, quindi, sarebbe conseguenza di una dissociazione di parte dei ricordi, attuata per gestire situazioni particolarmente traumatiche e stressanti (ad esempio un incidente, un abuso sessuale o fisico vissuto nell’infanzia, il fallimento delle relazioni familiari ecc.), che il soggetto, spesso molto giovane, non è riuscito ad affrontare con la propria personalità originaria.

Il DID fu «individuato» all’inizio del 1800, con l'affermarsi di discipline quali la psicologia e la sociologia; da allora sono stati descritti in letteratura non più di 300 casi. L'interesse verso questa sindrome è però sempre stato fortissimo anche fra i non addetti ai lavori, come scrittori, autori di cinema e fiction televisiva, perché il tema si addentra nel territorio – tipico della narrativa fantastica – della trasgressione all'ordine biologico, naturale e costituito: pensiamo, ad esempio, allo Strano caso del dr. Jekill e Mr. Hide di R. L. Stevenson, splendida parabola sia dei rapporti fra conscio e inconscio sia  del nostro Io, scisso fra Bene e Male, ma anche caso emblematico di doppia personalità.
Dopo un primo momento di fama, il DID cadde nell'oblio fino agli anni Settanta del XX secolo, con il caso di Sybil Dorsett descritto dalla psicoanalista Cornelia B. Wilbur e presentato nel testo Sybil (1973) da Flora Rheta Schreiber. In cura per ansia e perdita di memoria, Sybil manifestò 16 personalità che Wilbur incoraggiò a integrarsi. Considerato dapprima un testo pioniere, il libro venne in seguito ritenuto fraudolento e infine riabilitato. IL DID, tuttavia, rimane un disturbo controverso: fra gli elementi più discussi il fatto che le diagnosi sembrano confinate al Nord America e molto meno frequenti in altri continenti, e la grande e fluttuante varietà di sintomi.
I rapporti fra le varie personalità spesso non esistono, a causa di un’amnesia che impedisce a una personalità di ricordare le azioni, le esperienze o perfino l’esistenza di un'altra. In qualche caso, però, una delle identità è (o lo diventa durante il trattamento) consapevole dell'esistenza e dei ricordi delle altre. Questo è il tema di un saggio estremamente suggestivo che citerò in seguito e su cui vorrei soffermarmi in un altro post.

NON RICORDO MAI I MIEI SOGNI! 
(MA TANTO, A CHE COSA SERVONO?)

Perché a volte siamo in grado di ricordare i sogni appena fatti e altre volte no?
Qui occorre un'altra (breve!) spiegazione.
Gli stadi del sonno, dalla veglia vigile (1)  alla veglia rilassata (2) al sonno profondo (3 - 4) al R.E.M.
Quando dormiamo non sperimentiamo sempre il medesimo stato. Il nostro sonno, poniamo che duri otto ore, è un insieme di cicli che si susseguono con una certa regolarità. Ogni ciclo è a sua volta suddiviso in quattro fasi: uno stato di veglia vigile, nel quale la corteccia è attiva e produce onde cosiddette Beta; uno stato di veglia rilassata, che precede il sonno profondo, nel quale siamo in grado di meditare e visualizzare obiettivi ed emettiamo onde alfa; uno stato di sonno profondo.... e, infine, uno stato di sonno REM (una sigla che conoscete di sicuro: Rapid Eye Movement), cioè la fase «classica» del sogno e della meditazione profonda, nella quale vi è una elevata interazione tra i due emisferi cerebrali e la corteccia è percorsa da particolari onde lente, dette theta. Dopo un primo ciclo completo, il soggetto addormentato torna alla fase tre, sale a quella due, scivola ancora nella tre e poi nel REM. I cicli si ripetono tre o quattro volte per notte. Fine.

Bene, una ricerca italiana ha confermato che solo se il sognatore si sveglia dalla fase REM ricorderà l'ultimo sogno fatto appena prima del risveglio. Ma lo sapevamo già, diranno molti! Vero, questa non è una novità, ma la ricerca, coordinata dal prof. De Gennaro, dice molto di più e cioè:
1. Che questo è lo stesso meccanismo riscontrato per la cosiddetta memoria episodica durante lo stato di veglia.
In pratica, indipendentemente dal fatto che voi abbiate accumulato i ricordi in stato di veglia o in sogno, sono sempre le medesime aree e gli stessi meccanismi a consentire l'accesso ai ricordi episodici. Dice L. De Gennaro:

Quando si chiede a una persona di ricordare fatti e situazioni apprese nel corso della giornata la presenza di specifiche oscillazione elettriche con frequenza lenta nelle aree frontali rende possibile il ricordo di quell'episodio. Se questo non accade, la memoria dell'evento apparentemente sarà perduta per sempre.

2. Che il coinvolgimento del medesimo meccanismo sia nella memoria episodica sia nel ricordo del sogno spiega il fenomeno dell'anoneria, cioè la perdita di qualsiasi ricordo dei sogni dopo una lesione delle aree deputate alla memoria episodica. 
3. Che, in realtà, l'esperienza del sogno non è limitata alle fasi REM ma si riscontra anche nelle altre fasi del sonno; in questi casi il ricordo del sogno non è legato alla presenza di onde theta ma all'assenza di onde alpha, quelle tipiche della veglia. Non male, vero?


Altre notizie sui sogni ci vengono da uno studio secondo il quale i sogni sarebbero il modo in cui il cervello consolida nella memoria le esperienze recenti, nel breve termine migliorando la capacità di svolgere con efficienza specifici compiti e, nel lungo termine, integrando l'informazione in esse contenute nel nostro repertorio di comportamenti. Spiega Robert Stickgold, direttore della ricerca:

dopo cent'anni di dibattiti sulla funzione dei sogni, questo studio ci dice che essi sono il modo del cervello per elaborare, integrare e realmente comprendere le nuove informazioni. I sogni sono una chiara indicazione che il cervello che dorme sta lavorando sulle memorie su una pluralità di livelli, ivi comprese le vie che permetteranno di migliorare le prestazioni.

Secondo i ricercatori, il cervello che dorme sembra svolgere contemporaneamente due funzioni: 1. l'ippocampo elabora l'informazione che è rapidamente comprensibile, 2. le aree corticali superiori tentano di applicare la nuova informazione a compiti più complessi e astratti.

Il nostro cervello, a livello non conscio, lavora sulle cose che ritiene particolarmente importanti. Ogni giorno ci troviamo di fronte a una tremenda quantità di informazione e di nuove esperienze. Sembrerebbe che i nostri sogni pongano la domanda: Come posso usare questa informazione per plasmare la mia vita?



STORIE AL CONFINE TRA IL SOGNO E L'OBLIO

Ora basta con lezioni e notiziole. Tutti noi amiamo le storie (e forse ne scriviamo anche qualcuna), quindi occupiamoci di  che cosa raccontano narratori e sceneggiatori sulle amnesie, sugli stati dissociativi, le personalità multiple, i sogni.
Innanzitutto esaminiamo i temi tipici della narrativa fantastica (dato che non butto mai via niente, riprendo un breve testo che ho utilizzato molti anni fa, in un ciclo di incontri organizzati da CS Libri per gli studenti di una scuola superiore): 
 
1. Temi che riguardano la percezione che l'«io» ha del »mondo. Il loro denominatore comune è l'esplorazione dei confini tra materia e spirito, un'esperienza che riporta a stati alternativi alla veglia, come la follia, l'esperienza mistica, l'uso di droghe, il sogno, la primissima infanzia. Narrativamente questi stati vengono resi attraverso la metamorfosi, la confusione tra realtà e piano simbolico, la cancellazione dei confini tra soggetto e oggetto e tra soggetti diversi, la deformazione dello spazio e la sospensione del tempo, la vanificazione del rapporto causa-effetto.

2. Temi che riguardano l'interazione dell'«io» col mondo e con gli altri. Il primo fra tutti è quello della sessualità: nei racconti fantastici il desiderio sessuale è potente e incontrollabile, spesso diretto verso oggetti socialmente riprovati: sorelle, genitori, persone dello stesso sesso, religiosi. Altro tema potentissimo è quello della morte e della sua sconfitta (vampiri, fantasmi, lamie vivono tutti oltre la morte) e, collegato ai primi due, quello della violenza. Dracula l'immorto è creatura sensuale e trasgressiva per eccellenza.
Le tematiche e le modalità narrative fanno del fantastico un genere […] potenzialmente sovversivo. Un genere «guastatore», nato per minare le nostre certezze individuali, carico di una profonda valenza «politica» che consiste, paradossalmente, proprio nel mettere in discussione le nostre certezze biologiche, psichiche, etiche e sociali.

Il punto 2. non è del tutto pertinente, lo so… l'ho inserito per amor di completezza e per spezzare un'altra lancia a favore della narrativa fantastica, ma il punto 1. è esattamente ciò di cui abbiamo discusso finora, patologie comprese. In pratica, i buoni autori di fantastico pescano in maniera più o meno consapevole nelle alterazioni della percezione, nelle falle della memoria, nella rimozione dei ricordi e nella dissociazione del nostro Io più autentico dalle esperienze più dolorose. Non lo dichiarano apertamente, certo, non scrivono avvertenze di questo tipo: «ora vi racconterò il caso di un tizio con due personalità» o «attento lettore, ti spiegherò la sensazione che si prova a non riuscire più a distinguere tra sogno e realtà». Non preannunciano «adesso parleremo di una donna convinta di aver già vissuto la vita che sta vivendo mentre è semplicemente vittima di un deja vu». 
Non lo fanno perché sono narratori, non neurologi, non sono interessati a spiegare un'anomalia ma, semmai, a evocare ciò che di anomalo normalmente ci accade. Perché soltanto proiettandoci nell'anomalia ci indurranno a riflettere sulla nostra «normale», comune umanità.
Anche questa volta citerò degli esempi – non i più famosi, perché tutti li conoscono già, ma – per fare un esperimento – i primi che mi vengono in mente. Sicuramente questi miei ricordi, così familiari e rivisitati da presentarsi per primi, hanno una parte importante nel mio immaginario (e onestamente, pensando a ciò che scrivo di solito,  riconosco non il tema, ma almeno l'aura, il sapore di alcuni di loro).


AMNESIE 
Il tema del/la poveretto/a che si risveglia in una stanza sconosciuta, circondato/a da oggetti che non ricorda di aver visto prima e senza più ricordare il proprio nome è stato visitatissimo in ogni epoca.

Tanto per cambiare genere citerò per primo un noir di Cornell Woolrich, Sipario Nero. Letto da ragazzina, mi colpì per la vicenda intrigante: un uomo, colpito alla testa da un pezzo di cornicione, torna a casa trovandola vuota. Rintracciata la moglie, che ormai abita altrove, scopre di essere sparito tre anni prima e di non ricordare assolutamente nulla di ciò che ha vissuto nel frattempo. Alcuni immagini cominciano ad affiorare da quel nulla: un minaccioso uomo vestito di grigio, il volto di una ragazza… Pubblicato nel 1941, Black Curtain è un concentrato dei temi che serpeggiano in tutte le opere di Woolrich: amnesia, inconscio, paranoia. Il romanzo è stato trasposto per il cinema nel 1942 da Jack Hively come Street of chance e ispirò un episodio della serie televisiva L’ora di Hitchcock diretto da Sidney Pollack.

Un thriller sull'amnesia è anche  Il terzo giorno di Joseph Hayes, autore di racconti, romanzi e scenggiature. Da questo romanzo è stato anche tratto un film con George Peppard. Pubblicato da Longanesi negli anni Sessanta, purtroppo è rintracciabile soltanto in qualche biblioteca comunale o nei siti di collezionisti; in rete non esistono recensioni in proposito.

Nei romanzi e racconti di P. K Dick che ho citato nel post precedente il tema del ricordo si intreccia vividamente a quello dell'incapacità di ricordare e, finalmente, della presa di coscienza. In altri due romanzi la perdita del proprio mondo e/o del proprio passato è legata alla necessità di doverlo rievocare; il primo, che cito soltanto, è La città sostituita, il secondo è Ubik, splendida parabola sulla dissoluzione della realtà e del ricordo. Leggerlo è altamente raccomandabile anche se inquietante fino all'angoscia. Potrei scrivere di Ubik  per dieci pagine, ma preferisco rimandarvi a due ottime recensioni su Librinuovi out of print…   

Però il romanzo dickiano che considero più significativo e toccante è Un oscuro scrutare. Scritto nel 1977, si svolge in California in un futuro molto prossimo, che potrebbe essere proprio il nostro presente. Bob, il protagonista del romanzo, è un agente infiltrato sotto copertura dalla narcotici in un gruppo di sballati per individuare gli spacciatori di una droga che miete vittime fra i giovani. Le sue due identità si intrecciano in maniera tanto profonda da diventare  quasi due personalità ugualmente reali. I suoi contatti con le droghe divengono abitudini, condivide poco per volta la confusione mentale, i pensieri circolari  e sempre più inconcludenti – fino a giungere all'amnesia e alla confabulazione – dei compagni che ama e detesta quasi con la medesima intensità. La missione inghiotte poco per volta tutto ciò che il vero Bob avrebbe potuto essere ma non può più diventare. La progressiva disgregazione del suo pensiero è resa da Dick  con quella che considero una prova da vero scrittore (e un'intensità profondamente segnata da vicende autobiografiche). Personalmente ritengo A scanner darkly qualcosa di molto simile a un capolavoro ma, per onestà, vi avverto che alcuni autori amici miei non lo apprezzano quanto me, e ritengono lo stile di Dick non tre volte più abile ma due volte più sciatto. 
Dal romanzo è stato anche tratto il film omonimo con animazioni digitali diretto da  con Keanu Reeves diretto da R. Linklater. 



Un racconto bellissimo e terribile sulla progressiva perdita dei ricordi (indotta artificialmente e che colpisce l'intera umanità) è Fra le rovine della mia mente di P. J. Farmer (autore discontinuo ma grande): un'intera specie colpita dall'Alzheimer o dalla demenza senile, che perde ogni giorno un ben preciso periodo dei propri ricordi a partire dai più recenti ma che, a differenza di quei pazienti è ben consapevole di quanto sta accadendo e che ciò che oggi ancora ricorda sarà perso per sempre la mattina dopo. Letto su un vol. 26 della gloriosa vecchia serie di «Robot» è, dopo una ristampa nella BUR Rizzoli nell'antologia La grande avventura,  attualmente fuori  commercio.


Troppa gente nella mia testa… 

Per il Disturbo dissociativo di identità (DID) c'è il famoso e troppo discusso Sybil, il film omonimo e un testo estremamente intrigante che avevo promesso di citare. Si intitola Una stanza piena di gente e racconta il caso di John Milligan, affetto da DID con 24 personalità, «primo individuo nella storia degli Stati Uniti a essere dichiarato non colpevole di gravi crimini […] in quanto affetto da disturbo da personalità multipla».
Frutto di lunghi e continui incontri tra Milligan e l'autore del libro, Daniel Keyes, è una lettura impervia e avvincente alla quale mi sono avvicinata perché conoscevo l'autore: da ragazza avevo letto Fiori per Algernon, un racconto di fantascienza psicologica  che nel tempo mi ha dato molti spunti di riflessione sul tema delle disabilità mentali.  Spero, prima o poi, di scrivere una recensione all'altezza.

Infine mi viene in mente Lo specchio scuro, bel noir di Robert Siodmak con una grande Olivia de Havilland. In realtà si tratta di una citazione alla rovescia, ma il film è suggestivo, ambiguo e raffinato. 


Per la confabulazione fantastica devo assolutamente citare Occhi verdi di Lucius Shepard, un romanzo di fantascienza basato sulla possibilità riportare in vita individui defunti iniettando nei loro cervelli e negli altri tessuti corporei un particolare ceppo batterico. Questi «risorti», definiti Personalità Artificiali Indotte Battericamente, sopravvivono da qualche ora a qualche mese, esibendo personalità, capacità e ricordi molto diversi da quelli posseduti in vita; verso la fine i loro occhi acquistano un particolare bagliore verde. Al di là della vicenda (di cui sono protagonisti un risorto con eccezionali doti in campo medico e la dottoressa che lo ha in cura), ho trovato estremamente suggestivi i passati completamente inventati che i risvegliati si attribuiscono, vere e proprie confabulazioni fantastiche basate su frammenti di ricordi di ogni genere che il loro Io vacillante «cuce» insieme nel tentativo di ridiventare una persona completa. 
Con crescente perplessità (e paura) ho quindi letto le recensioni attualmente disponibili in rete – sia in italiano sia in lingua inglese – rendendomi conto che nessuna menziona questa peculiarità, a suo modo struggente, dei risorti. Che sia io a soffrire di confabulazione fantastica, fino a inventarmi, molti anni fa, tutta la faccenda, per poterla sfoggiare in un post che avrei scritto in un lontano futuro?

 
Anche sui sogni si potrebbero ricordare migliaia (milioni?) di titoli.
Uno dei più modesti, «ingenuo ma intrigante» come l'ha definito giustamente un blogger, è Sogno dentro sogno di John Hill che, ho letto, è uno degli pseudonimi di Dean Koontz. Credevo di non aver mai letto nulla di Koontz, autore che uno dei collaboratori della pria serie di LN-LibriNuovi (gloriosamente fotocopiata e rigorosamente per soci) definiva «un onesto panettiere» della narrativa. E invece…

A proposito di sogni, uno degli espedienti narrativi più odiosi e deludenti che ogni tanto ritrovo a chiudere racconti e perfino romanzi : 
 
Aprì gli occhi. Fuori il cielo azzurro occhieggiava fra i tetti (o gli alberi, o le nuvole). Il profumo del caffè gli giungeva dalla cucina, insieme ai rumori di ogni mattina. Era stato solo un terribile sogno»

È una cosa che mi manda in bestia e mi fa pensare tutto d'un fiato: 

Cosa? Terribile sogno? Mi hai trascinato attraverso descrizioni disgustose e/o enfatiche, morte e disperazione, passioni indicibili (che di solito infatti vengono dette malamente) ed era SOLO UN TERRIBILE SOGNO!? 
Ma va' a quel paese, ecco! 

ma sarà accaduto anche a voi di fare un sogno davvero terribile – di quelli che suscitano sensi di colpa, paure e inadeguatezza, timore che la vostra vita possa diventare irrevocabilmente molto più infelice. Non sareste furente nei confronti dell'autore che invoca un sogno del genere solo perché non sa più come concludere la sua «operina»?

venerdì 3 agosto 2012

Ricordare a memoria, ma saper dimenticare


Salvador Dalì: Persistenza della memoria
Tra le mie ossessioni «narrative», il tema del ricordo merita il primo o il secondo posto (conteso sul filo di lana a quello della comunicazione/comprensione fra senzienti).
Come ricordiamo? Dove finiscono i ricordi che crediamo di avere smarrito? Come riemergono, improvvisi e vividissimi, sorprendendoci e trascinandoci indietro nel tempo, fino a qualche fatidico allora. E come possiamo salvarci dal ricordo di quel dolore, di quel fallimento, di quel terribile momento vissuto da idioti, come se non avessimo mai imparato nulla? E ciò che scivola sornione nei nostri sogni è la copia confusa di un ricordo vissuto o la rievocazione di un ricordo altrui, regalato da una lettura, un racconto, una canzone? E potremo mai cancellare volontariamente ciò che non abbiamo ancora imparato a sopportare?

Un articolo di  Jerry Adler comparso su Le Scienze (n° 527, Luglio 2012),  mi ha sedotto fin dal titolo: Cancellare i ricordi dolorosi. L'ho letto d'un fiato e mi ha spinto a  documentarmi sulla memoria, sulla riattivazione di un ricordo, sulla possibilità di dimenticare. Ho frugato nella Rete, sugli scaffali delle librerie di casa e nei miei stessi ricordi. Dato che non so,  nemmeno come docente, separare la saggistica dalla narrativa, leggendo ho anche ricordato diversi racconti, romanzi, film che ruotano attorno al ricordo e all'oblio; questo post e la seconda puntata (sull'amnesia e gli stati alterati della memoria) saranno, quindi, miscele piuttosto eterogenee di letture/immagini.
Non mancherà un'ultima parte dedicata a mie riflessioni sulla relazione profonda tra memoria, ricordo e narrazione, non solo come tema o come  tecnica narrativa, ma - più profondamente - come vero e proprio nocciolo del processo narrativo. Sarei davvero contenta di qualche commento in proposito. 
Un'avvertenza: alcuni termini specifici ricorrono più volte; riscriverli ogni volta è noioso, appesantisce la lettura e fa perdere tempo a voi e a me. Userò quindi qualche sigla che vi prego di imparare a memoria. Mantenere allenata la memoria è molto importante perciò imparandole farete soltanto il vostro bene.
Infine una preghiera. nel post ho accennato ad alcune reazioni biochimiche e interazioni cellulari perché sono alla base del processo della memoria. Troverete qualche termine scientifico (RNA, DNA, enzima, roba così), ma non lasciatevi ingannare: non ho la pretesa di fare una lezioncina, voglio semplicemente fornirvi qualche informazione, evocare alcune suggestioni, sollevare qualche problema etico –  insomma ripercorrerò la strada compiuta per informarmi tenendo però al guinzaglio il mio entusiasmo biochimico. Mi rendo conto che ciò che scrivo potrebbe risultare semplicistico e ovvio ai più specializzati e noioso e oscuro  a chi ha invece una preparazione umanistica. Consideriamo i due post una scommessa che spero, se no di vincere, almeno di perdere onorevolmente.

Prima di tutto: che cos'è la memoria?

noi siamo chi siamo soprattutto grazie a quello che ricordiamo della nostra vita. [...] Sogni e ricordi sono l’unico laccio tenace che ci tiene stretti al futuro e al passato: i mattoni portanti della nostra vita. L’io-uomo è quello che ha imparato ad essere con l’apprendimento, con l’interesse, con lo stimolo che la «memoria» ha metabolizzato in una personalità unica e distinta da tutte le altre. Un profumo, un sapore, una musica, una voce, possono riaccendere istantaneamente il bambino che siamo stati, l’adolescente, l’adulto, nella sequenza filmica del nostro passato. Possono tuffarci nelle pieghe stratificate dei ricordi con sensazioni analoghe, senza soluzione di continuità, azzerando il tempo.  

La memoria è la capacità di un organismo di conservare e utilizzare le esperienze passate e utilizzarle in seguito, per fronteggiare eventi successivi. Si esprime con il ricordo che, fisiologicamente, può sbiadire e scomparire. L'amnesia, invece, è un fenomeno patologico.
R. Magritte: La memoria
Senza la memoria, noi umani non potremmo svolgere funzioni superiori come percepire, riconoscere, comprendere e usare il linguaggio, scegliere, pianificare il futuro, risolvere problemi. La memoria collabora strettamente con l'immaginazione: il confronto tra scenari ricordati e scenari immaginati, tra esperienze vissute e obiettivi prefigurati, tra le emozioni e i sentimenti le accompagnano, guida le nostre decisioni future.
Le strutture cerebrali della memoria si formano durante lo sviluppo embrionale e vengono modulate dallo sviluppo e dall'esperienza, quindi siamo animali «programmati» per ricordare; che cosa e come ricorderemo, però, dipende dalle nostre interazioni con l'ambiente, dalla quantità di stimoli, ma anche dalla loro coloritura emotiva.
Ricordare non significa recuperare immagini statiche immagazzinate ma ricostruire un’esperienza trascorsa  in un nuovo contesto, attraverso il rimaneggiamento di mappe neuronali. La nostra identità nasce dalla continua ricostruzione, dal rimodellamento, dal confronto di passato e futuro come varianti di una medesima scena, dalla narrazione di noi a noi stessi, questo intendiamo quando dichiariamo di «aver meglio compreso il nostro passato». 
Naturalmente la rielaborazione del passato può portare all'autoinganno, oppure al congelamento dei nostri ricordi. Quanti di noi offrono una versione ormai statica, non più rivisitabile, delle vecchie esperienze? Forse il fastidio che proviamo per i ricordi narrati duecento volte dal solito parente non derivano dalla ripetizione ma dalla sensazione di avere in mano un'istantanea ormai immodificabile.
Il processo mnestico è costituito da alcune tappe: 1. registrazione; 2. immagazzina- mento; 3. recupero/ rievo- cazione delle informazioni; ognuna è regolata da particolari sistemi collocati in diverse aree corticali (il lobo temporale, alcune regioni frontali e nuclei), nello ippocampo, nel talamo e nel cervello anteriore basale.
Il nostro cervello è composto da miliardi di neuroni (cellule nervose ramificate) collegati tra loro in una rete complessa. Il messaggio viene trasmesso da una cellula nervosa all’altra grazie a mediatori chimici e che agiscono in punti specifici di contatto chiamati sinapsi. Quando i neuroni sensoriali trasportano informazioni, al loro interno si attiva un gene che determina la sintesi di proteine capaci di modificare la sinapsi che lo collega a un altro neurone, generando le vari forme della memoria.
Tutti gli impulsi nervosi che ci arrivano dagli organi di senso circolano nel cervello e – se sono privi di interesse o ricollegabili ad associazioni già presenti, oppure se sovrastati da altre percezioni, come il dolore – nel giro di dieci/venti secondi si perdono nel rumore di fondo, senza essere consolidati nella memoria.
Solo se «rilevanti», le percezioni passano al livello della memoria immediata (MI). Le informazioni si possono comunque salvare dall’estinzione richiamandole entro pochi secondi per associarle a qualche ricordo già immagazzinato.
dal sito http://www.rpolillo.it/faciledausare/Cap.4.htm
Prima del decadi- mento della MI, la  informazione entra nel magazzino della memoria a breve termine (MBT), il quale è legato alla formazione di una matrice di RNA che dura per circa 20 minuti, sciogliendosi poi di nuovo, proprio come un tempo nei processi di stampa l’originale dopo l’uso veniva nuovamente fuso. Entro questo tempo, quindi, l’informazione deve essere già passata alla memoria a lungo termine (MLT) mediante la formazione di certe proteine. La prima di queste proteine, PKMZ (non dimenticatevela, tornerà ancora), modifica altre proteine e così via; alla fine di questa catena viene attivato il Potenziamento a lungo termine (LTP), ossia un processo mediante il quale due neuroni vengono connessi in maniera che si attivino simultaneamente. Ecco che un determinato stimolo viene associato a una particolare esperienza o a un certo pensiero.
La MBT ha una capacità di circa 5 elementi che, non sottoposti a ripetizione, vengono subito perduti. La MLT è ritenuta virtualmente illimitata: ogni informazione che passa dalla MBT alla MLT  trova una collocazione permanente.
La memoria di lavoro (ML) si pone tra la MBT e la MLT, e sembra trattenere «a fuoco» le informazioni per un tempo molto breve, pochi secondi, per consentirne l'analisi, la «lavorazione» e il confronto, è cioè un block notes da utilizzare per la formazione di concetti e per pensare.
La struttura proposta per la ML si articola in almeno tre sottosistemi: centro esecutivo (Central executive) , che collega MLT ad altri due sottosistemi. il block notes visuospaziale (Sketchpad), associato all’emisfero destro e specializzato nel trattenere l'informazione visuospaziale e il circuito fonologico (Phonological loop), formato da un magazzino di informazioni acustiche a breve termine, accoppiato a un processo di ripetizione articolatoria.
Il centro esecutivo sarebbe responsabile della selezione ed esecuzione delle strategie spostando l’attenzione a seconda delle esigenze. Svolge anche la funzione di supervisore, attivo quando occorre superare schemi mentali inadeguati in una certa situazione e coordina  informazioni provenienti da fonti diverse.
Insomma, ricordare è una faccenda molto complicata.

Quando diciamo «imprimiti questo nella mente», non siamo troppo lontani dal vero: la memoria durevole non è  un flusso elettrico permanente ma una sorta di incisione, l'engramma.
Alla base della memoria a lungo temine c'è una vera modificazione fisiologica che consiste in cambiamenti delle microstrutture delle sinapsi. Gli engrammi sarebbero la «impronta» di tutte queste modificazioni sinaptiche. Quando questa impronta viene riattivata porta alla formazione di impulsi che sono copie di quelli responsabili dell’esperienza originale, cioè al ricordo.
Non esiste un centro neuronale unico della memoria, la traccia mnestica è «distribuita»: molti distretti del sistema nervoso partecipano all’immagazzinamento di una determinata informazione; l’engramma, però, è «localizzato» perché solo determinate tracce sono implicate nella codificazione mnemonica di un certo evento. e ciascuna di esse partecipa in maniera differente all'impronta globale.
dal Corriere della sera
Esistono vari tipi di MLT:
La memoria esplicita (dichiarativa): com- prende la memoria semantica (dei fatti) ed episodica (degli eventi). La prima riguarda conoscenze generali, condivise dalla collettività e si esprime attraverso affermazioni, nomi, definizioni, brevi frasi; la seconda è invece fortemente legata al contesto (chi, dove, come, quando) e ha una forte componente autobiografica, (auto)narrativa, di costruzione del sé.
In conclusione la memoria semantica accumula informazioni provenienti da numerosi episodi, riflette la nostra capacità di valutarli globalmente, estraendone le caratteristiche comuni, mentre la memoria episodica rappresenta la capacità di estrarre e recuperare un singolo evento dall’insieme.
La memoria implicita, suddivisa in procedurale (quella che ci permette, per esempio, di ricordare come si guida l'auto o si suona uno strumento musicale o si pratica uno sport) – quella che noi indichiamo come «automatica» e che, se lesa, rende difficoltosi gesti quotidiani come vestirsi – e semantica (che permette di fissare concetti astratti). La memoria implicita è anche coinvolta in quei processi in cui noi inconsapevolmente attribuiamo a un certo evento un significato ansiogeno o spaventoso perché portatore di stimoli (suoni, immagini) collegati nella nostra mente a situazioni nelle quali abbiamo provato ansia o paura.
Proprio questo è il tipo di memoria che descrive Jerry Adler. 

Ricordi che fanno male
Purtroppo se noi siamo i nostri ricordi,  alcuni di essi ci tengono in letteralmente in ostaggio: un veterano di guerra, ad esempio, può soffrire di PTSD (disturbo post-traumatico da stress), associando stimoli come spazi aperti, rumori intensi e improvvisi, folle, con il dolore e la paura provati in combattimento.
Base militare di Nassiriya dopo l'attacco
Questo disturbo incide pesantemente sulla vita quotidiana dei reduci; negli Stati Uniti, la percentuale di colpiti pare oscillare tra il 20 e il 40% dei reduci; in  Italia i casi dichiarati sono 2 o 3 l'anno, ma leggetevi questa  inchiesta.
Partiamo allora da un qualunque veterano, chiamiamolo John. 
Per condurre una vita normale, John deve riscoprire che gli stimoli collegati al suo ferimento – spazi aperti, fragori, urla improvvise, rumori di motori in avvicinamento o di elicotteri in volo – nella vita quotidiana alla quale è fortunatamente ritornato NON sono associati a situazioni di pericolo. Per farcela John ha diverse possibilità:
1. Autorizzare la manipolazione del proprio cervello:
occorre lavorare  a livello dell'ippocampo, dove si formano e sono archiviate le memorie riguardanti i luoghi; in esperimenti condotti su topi, l'iniezione nell'ippocampo di una sostanza denominata ZIP cancella la «paura» associata a una certo stimolo. ZIP è un antagonista di PKMZ (rieccola!), la proteina che attiva il potenziamento a lungo termine. ZIP, in pratica, sconnette i neuroni connessi durante il potenziamento.
Ma se io fossi John non accetterei, perché ZIP è efficace ma non specifico: dal punto di vista biochimico un ricordo cattivo non è diverso da un ricordo buono e ZIP potrebbe combinare dei bei pasticci (infatti nessuno si sogna di autorizzare la sua  sperimentazione sugli esseri umani).
Che fare, quindi? Bisognerebbe contrastare il passaggio dalla MBT alla MLT, tenendo conto che i ricordi a lungo termine sono spesso quelli a maggior impatto emotivo: probabilmente ricordate molto meglio ciò che avete mangiato (o NON mangiato) durante la cena in cui il/la vostro/a ex vi ha dato il benservito. Ben difficilmente, invece i ricordate che cosa avete ingoiato, oltre alla noia, durante lo sciagurato pranzo organizzato dai vostri condomini lo scorso anno. Bene, mentre Lui/Lei vi stava piantando in asso, voi stavate producendo una palata di noradrenalina, un neurotrasmettitore che favorisce la sintesi proteica nei neuroni dell'amigdala. Per impedire a quella sciaguarata cena di diventare un ricordo doloroso, dovrebbe andare bene qualunque sostanza che abbassi la concentrazione di noradrenalina: la più nota è il propranololo, un beta bloccante usato dagli artisti per controllare l'ansia da palcoscenico e dagli ipertesi per abbassare la pressione. Ma quando occorre somministrarlo? La finestra temporale è di poche ore, dopo il riccordo sarà ormai stabilmente immagazzinato nella MLT. 
Questa possibilità è stata utilizzata circa nel 2002 da uno studioso che ha somministrato il propranololo ad alcune vittime di incidenti stradali o di aggressioni. Inizialmente il farmaco – che NON cancella il ricordo ma solo la sua valenza emotiva negativa, lasciandone intatta la memoria – aveva fatto ben sperare, ma uno studio successivo e su ampia scala  ha smorzato gli entusiasmi.

2. Migliorare l'estinzione:
Arag
di solito un ricordo prima o poi sbiadisce. Ma un ricordo doloroso, carico di coloriture emotive, ansia, dolore e paura, permane per lunghissimo tempo, anzi ogni nuova rievocazione lo fissa con maggiore forza. Si tratta di un meccanismo raffinato di sopravvivenza: fino a che il ricordo di un pericolo o di un dolore permane, noi faremo di tutto per evitare di metterci in analoghe situazioni. Si è quindi pensato a un trattamento simile a quello utilizzato per le fobie: hai paura dei ragni? Be', prima ti mostrano la parola: RAGNO. Poi ti fanno vedere l'immagine del caro aracnide, poi te ne fanno vedere una più grande, poi ti chiedono di tenere in mano un modesto ma ben vivo vivo ragno nostrano e via così. Alla fine, immagino, ti  presentano ad Aragog, il ragnone amico di Harry Potter.
Per il trattamento del PTSD è estremamente utile la realtà virtuale: scenario di guerra, spari, scoppi, perfino effluvi di polvere da sparo e sudore. Così il trattamento si spinge fino all'amigdala, alla quale comunica: «niente di tutto questo è una minaccia». Ma non basta. I neuroscienziati si sono resi conto che l'estinzione non consiste nella cancellazione di un ricordo ma nel consolidamento di un ricordo nuovo, «sicuro», che entra in competizione con quello del trauma. Intendiamoci, in situazioni di stress – per esempio in un nuovo ambiente – gli stimoli originari riportano a galla il ricordo del trauma, che quindi non è affatto estinto. Il consolidamento del nuovo ricordo sicuro, può essere accelerato con l'utilizzo di una sostanza (cicloserina) che attiva il suo potenziamento a lungo termine.

3. modificare la memoria: 
ricordate la famosa finestra temporale di cui abbiamo parlato a proposito del propranololo? Bene, perché invece di usare farmaci non cercare di lavorare durante quel lasso di tempo necessario al consolidamento del ricordo?
Immaginiamo che il complesso delle nostre memorie e dei ricordi che contengono non sia un libro scritto dalla prima all'ultima pagina e immodificabile, ma il disco rigido di un PC, dal quale richiamare e modificare i file (ricordi) archiviati ma ancora «labili», prima che vengano consolidati. Dal punto di vista evolutivo, questo limbo in cui i ricordi vengono lasciati per alcune ore prima di essere definitivamente fissati, potrebba servire ad aggiornarli con altre informazioni. 
Adrenal gland = gh. surrenale; kidney = rene
Esistono sostanze che in grado di bloccare il consolidamento dei ricordi? Sì. il cortisolo, prodotto dalla cortex delle ghiandole surrenali è un ormone coinvolto nella formazione di ricordi ad alto livello emotivo; non per niente è chiamato «ormone dello stress» – stress vero, da trauma fisico profondo o da paura terribile, non stress da capufficio. Bene, il metopirone è un antagonista del cortisolo, in pratica ne inibisce la sintesi. Anche il propranololo promette bene. Lo studio sugli esseri umani è comunque appena appena all'inizio.

Questioni di etica
1) Noi siamo i nostri ricordi…
Supponendo che esista un metodo sicuro, selettivo ed efficace, voi vi fareste modificare i ricordi o almeno modificare la vostra reazione in proposito? Come si dice: questo ricordo è un bastardo. Ma è il mio bastardo… Che cosa sarei, io, se cancellassi qualcuno dei miei ricordi? Questo è il primo problema.
2) Ma, e le mie emozioni?
La prima volta che abbiamo parlato del propranololo, abbiamo visto che è in grado non di cancellare il ricordo ma di eleminarne la coloritura emotiva. Il fatto che essere sopravvissuto per un pelo a un attentato non vi faccia più né caldo né freddo, potrebbe compromettere la vostra integrità psicologica? Oppure essere costretti a rintanarvi nel buco più lontano ogni volta che udite un forte fragore è una compromissione molto più dolorosa e debilitante di voi stessi? Fa riflettere il commento di James McGaugh, studioso dell'Università della California [1] sul fatto che le vittime di PTSD

si sentano dire in continuazione «ma dai, vedrai che passerà». Questo va bene e somministrare un farmaco no? E perché mai?

Perché  sperare che il ricordo sbiadisca e la valenza emotiva trascolor0 dovrebbe essere più accettabile mentre del fornire (con l'accordo informato del paziente) un farmaco che ottenga il medesimo risultato in molto meno tempo? Con questo tipo di ragionamento saremmo ancora qui a operare senza anestesia e a partorire senza epidurale. O no?

Questioni da legulei
A un altro aspetto, sollevato da Adler, io francamente non avrei mai e poi mai pensato. Lo metto in scena, invece di riportare le sue parole, solo per variare un po' il tono troppo didattico di questo post:
Stiamo assistendo a un processo, uno di quelli da thriller forense, sul tipo di The good wife (noioso perché infestato dai drammi sentimental-sessuali dei vari avvocati); si tratta di un caso di stupro: i rappresentanti dell'accusa e della difesa cercano ognuno di trascinare la giuria dalla propria parte. L'accusa, elegante e grintosa come Alicia Good/Julianna Margulies, chiama  a deporre la vittima; la difesa trema, queste testimonianze in diretta fanno sempre presa sulla giuria. Alicia  chiede alla testimone di rievocare l'aggressione e le proprie emozioni. La vittima, che ha  subito tempestivamente (durante la famosa finestra temporale) un trattamento contro il PTSD, allinea un fatto dopo l'altro – lui mi ha aggredito, io ho cercato di difendermi, allora lui mi ha minacciato, picchiato…  – parla tranquilla, precisa e efficiente; «sì, è lui», conclude e indica l'accusato senza un battito di ciglio o un tremito nella voce. Il ricordo è vividissimo ma  la coloritura emotiva è andata persa.
Come reagirà la giuria? E come avrebbe reagito, invece, di fronte a una vittima in lacrime, indignata, spaventata? Eh già. L'accusa si trova per le mani un testimone affidabile ma emotivamente inutile. D'altra parte, una vittima traumatizzata non è emotivamente equilibrata, bensì sopra le righe, nelle condizioni anomale associate al ricordo del trauma.  Un bel dilemma etico, che francamente io – come molti di voi, immagino – risolverei considerando che, se ad alterare emotivamente la vittima fosse stato l'accusato, mangerebbe semplicemente il piatto che si è cucinato. Ma se non lo fosse? 

Comunque, la scelta di manipolare la memoria in qualsiasi modo – con farmaci, tecniche varie o trattamenti psicologici - è davvero discutibile, nel senso che andrebbe dibattuta a lungo. Probabilmente è impossibile stabilire regole adeguate a ogni singolo caso. Soltanto il paziente potrebbe dare il proprio assenso informato. I neuroscienziati e gli studiosi di etica dovrebbero limitarsi a spiegare e ad assicurarsi che la vittima del PTSD abbia afferrato chiaramente tutti gli aspetti della questione. Ma riuscirebbe la vittima a immaginare fino in fondo le alternative, le conseguenze della propria scelta?

Ti racconto i tuoi ricordi…
Come autore, ma soprattutto come lettore, mi interrogo spesso su che cosa accada veramente quando qualcuno scrive una storia e un altro chiunque, sconosciuto e lontano, la legge. Come fanno, quelle lunghe file di parole che diventano  frasi, periodi, paragrafi, capitoli… a divenire vite ed emozioni  di gente che molto spesso non esiste al di fuori della nostra mente di scrittori/lettori? A evocare mondi lontani, persi nel passato, nel presente e nel futuro? A farci entrare in mondi famigliari, che sono quasi il nostro,  eppure non lo sono perché ospitano creature virtuali, vive soltanto dentro  di noi?
La narrazione, a ben pensarci, è un processo complesso e sofisticato, un miracolo che solo i senzienti sono capaci di compiere. Se il ricordo è uno dei più stupefacenti risultati della lotta contro l'entropia, la narrazione è sicuramente il suo apice.
Fragonard: Donna che legge
Pensate a uno scrittore che vi abbia davvero emozionato, che vi tocchi in profondità, che sia davvero in consonanza con voi. Un autore che vi abbia fatto pensare «sembra che l'abbia scritto per me» - «Se ne fossi capace, potrei averle scritte io queste pagine» - «Non sapevo di provare questa emozione, ma è vera, mia, la comprendo e la riconosco».
Uno scrittore in gamba, un virtuoso della parola, uno che sa bilanciare perfettamente ingredienti, emozioni, ritmo. Certo. Ma, al di là della padronanza della tecnica (che, a vari gradi, è indispensabile), come avrà fatto, questo estraneo,  a toccarvi tanto da vicino, a entrare così tanto dentro di voi?
Sicuramente una storia è una specie di patto tra chi la racconta e chi la ascolta. Questo patto è esplicito nella  narrativa fantastica, perché chi la scrive chiede al lettore (consenziente) di «credere» all'incredibile, o almeno al fortemente improbabile, al non dimostrato. Ma questa  collaborazione  è sempre indispensabile: è chi legge che ci mette i ricordi, non chi scrive. Chi scrive evoca i propri, fa del suo meglio per tradurre in parole la coloritura emotiva che è loro associata. Ma a voi che leggete, a meno di una improbabile coincidenza, quelle parole non evocheranno  alcuna associazione, perché il famoso engramma è impresso nella mente dell'autore, non nella vostra. Se proprio andrà bene, le parole dell'autore diventeranno forse un nuovo ricordo. 
E allora come fa, il nostro autore a cogliere nel segno? Grazie alla magnifica arte dell'ambiguità: se non pretenderà di essere troppo preciso e circostanziato, se troverà parole  sufficientemente (e magnificamente) ambigue e nebulose da evocare un ricordo simile, assonante nella vostra mente, la magia sarà compiuta.  La precisione quasi chirurgica con la quale i grandi scrittori trovano le parole, quelle adeguate, funzionanti   in maniera diversa per ognuno dei  suoi lettori, è frutto di una meravigliosa ambiguità e vive, letteralmente vampirizza i vostri ricordi: l'autore può solo fornire lo stimolo chiave, la coloritura emotiva è vostra.
Faccio un esempio fresco fresco: sto leggendo La sindrome di Rasputin, un delizioso romanzo breve di Ricardo Romero che mi riservo di recensire sul blog LN out of print. I protagonisti sono tre persone di età differenti (un giovane dj, un impiegato e un guardiano notturno che, in una odierna  e notturna Buenos Aires, sono costretti a improvvisarsi investigatori.  I tre sono «amici» in quanto tutti  affetti da Sindrome di Tourette, accomunati da tic, manie e reazioni difficili nei confronti della gente. Insomma, le loro esperienze e le mie sono diversissime. 
Van Goch, Notte stellata
In una delle mie scene preferite, l'impiegato, scaraventato da una finestra, atterra miracolosamente di schiena sul tetto di un autobus che continua la sua corsa e pesto, con le ossa fratturate e la convinzione di morire di lì a poco, prova una vera catarsi nel contemplare il cielo notturno, con la sensazione di cadervi dentro.
Mai accaduto a me, giuro. Eppure ho provato un'assonanza profonda. Era perfetta così e non ho nessuna intenzione di provare a spiegarmela. Al massimo posso ricordare una notte, in campeggio, sdraiata su una coperta a guardare il cielo, o un film visto da bambina con un tizio che guardava il cielo da una zattera… o io che riposo sdraiata su un masso piatto, in un bosco… Del resto non so. Non ricordo. Eppure ri-conosco. Ri-suono. Romero ci ha messo molto – il tocco leggero, la costruzione ottimale che ha condotto a quella catarsi, l'amore per il cielo di notte, la solitudine definitiva e perfetta e chissà che altro – ma anche io ho fatto la mia parte. È stata una buona collaborazione.

Questo vale per la narrazione in generale.
Ma ci sono romanzi, racconti, film, quadri, basati proprio sul tema del ricordo, del bisogno di ricordare, della necessità di dimenticare.
Il primo racconto che mi viene in mente è Reincantamento [2], un bel racconto di Vittorio Catani, che tratta proprio della qualità del ricordo e del bisogno di dimenticare. Non ne racconterò la trama, perché è una costruzione sapiente e ben dosata che svela piano piano vari livelli di realtà e non intendo bruciarla in poche righe; merita davvero una lettura.
Il secondo racconto si basa su un altro dei miei must, il potere evocativo degli oggetti, il loro ruolo di testimoni muti delle nostre vite, la loro capacità di farci immaginare le vite degli altri. … Si intitola Il mondo delle cose e, insieme ad altri racconti decisamente belli, fa parte dell'antologia omonima  di Michael  Zadoorian pubblicata in Italia da Marcos y marcos.  A raccontare la storia è un collezionista compulsivo di oggetti anni Sessanta che, alla morte della madre, si trova a dover sgomberare la casa di famiglia, piena proprio delle cose di cui è appassionato. Improvvisamente gli oggetti che ha sempre desiderato con la passione fredda del collezionista diventano testimoni della vita di  famiglia, ognuno unico, ognuno insostituibile, oggetti troppo preziosi per disfarsene ma troppo intensi da tollerare.

La casa di un genitore è un campo minato di emozioni, nascoste nel solido terreno dei ricordi [… mi sento in colpa per tutto ciò che finisce tra le cose da buttare, ma anche per le cose che decidiamo di tenere. 

Il terzo, Morire dentro di Robert Silverberg, è un romanzo di fantascienza apparentemente poco pertinente con il nostro tema, e che amo soprattutto perché esplora l'altra mia ossessione narrativa, la comunicazione fra esseri umani. Ripubblicato qualche anno fa da... è la storia, ricostruita a flashback, di un telepate, sperso fra milioni di umani di una grande città americana degli anni Settanta. Quel talento ha plasmato tutta la sua vita, rendendolo prima un ragazzino strano, poi un adolescente disadattato che non riesce a instaurare relazioni  profonde; da adulto è diventato un afasico emotivo, ubriaco delle emozioni e  dei pensieri altrui, incapace di amare una donna e di affidarsi a lei perché  stordito dal riverbero delle sue  emozioni. Emarginato e privo di amici, dovrà imparare a sopportare anche il tramonto del proprio dono avvelenato. Il tema del ricordo è toccato in tutto il romanzo e costituisce il nocciolo del suo acme. 
La lista sarebbe lunghissima e vorrei citare titoli meno conosciuti e autori di genere (FS e noir sono i più promettenti), perché spesso riservano sorprese e punti di vista inconsueti. Tanto per dire  mi ricordo  I labirinti della memoria, primo di  otto racconti di P.K. Dick, nell'antologia omonima, e Total Recall, (Ricordi in vendita) sempre di Dick, nei quali i temi del ricordo e  della sua cancellazione sono collegati con lo strapotere economico  e la perdita di identità (temi che Dick ha esplorato in maniera quasi ossessiva. Un tema molto simile torna anche in Filmini casalinghi di Mary Rosenblum, un racconto inserito nella antologia  Controrealtà che recensirò quanto prima.  
Basta. Ho ancora un buon numero di titoli, alcuni me li riservo per la prossima puntata, altri magari li aggiungerò più avanti. Se vorrete collaborare sarete i benvenuti.


Per quanto riguarda i film, credo che il primo che abbia incontrato, diversi decenni fa, fosse Io ti salverò di Alfred Hitchcock, con Gergory Peck affascinante smemorato e Ingrid Bergman, bella psicanalista intenzionata a salvarlo dall'amnesia e da un'accusa di omicidio. Avevo meno di dieci anni e vidi il film in TV, come molti altri noir d'antan. I miei erano appassionati del genere e li rivedevano volentieri, spiegandomi parcamente i passaggi più complessi. Io ti salverò è famoso per l'episodio del sogno dell'amnesico, inquietante grazie alla collaborazione di.... Immagino che ai giorni nostri una pellicola – che potremmo definire sorpassata e superficiale nella rappresentazione dell'inconscio indagato dalla psicoanalisi – così inquietante verrebbe classificata per «minori accompagnati» e i miei sarebbero tacciati di  incoscienza. Io li ringrazio per avermi introdotto a un mondo virtuale così promettente e suggestivo.
Due film legati al tema del ricordo sono ispirati, più o meno fedelmente, ai due racconti di Dick che ho citato, rispettivamente:

Paycheck di Jon Woo 




e Total recall  di Paul Verhoeven 

Il remake del 2012 uscirà soltanto a Settembre: 





Nel recente Inception di Christopher Nolan, realtà, ricordo, immaginazione, sogno e condivisione sono fittamente intrecciati. Nonostante alcuni difetti è di ampio respiro e di grande suggestione e pone tra l'altro il tema interessante dei pericoli (e della bellezza) di una comunicazione a due quasi esclusiva. 


 
Fine. Per ora.

1. (cit. Jerry Adler, le Scienze luglio 2012)
2. in Fata Morgana 8: FANTASMI, rimorsi, assenze, oblio - CS Libri. 2004.

Bibliografia e siti interessanti

un ricco dossier, con un grazie al dr. Giuseppe Giunta, psichiatra, che l'ha reso disponibile


conferma della possibilità, almeno teorica,  di eliminare i ricordi dolorosi

Questo primo post sulla memoria  è dedicato a M. e M. prime cavie delle mie pensate, con un grazie per le belle chiacchierate a 360 gradi.