giovedì 28 marzo 2013

La bellezza – anche se orrorifica – è nell'occhio di chi guarda

...E per me Cushing e Lee e Price sono una magnifica terna. 
I «loro» film, i primi piani dei loro visi (insieme a quelli di Boris Karloff e di Bela Lugosi)  hanno plasmato una gran parte del mio immaginario. Gli interni tagliati da  luci e  ombre nette,  gli esterni nebbiosi… le pellicole con personaggi che molti avrebbero ritenuto privi di sfumature, esagerati, semplici, oltre a divertirmi  per l' «ingenuità» ruspante dei  trucchi di scena mi hanno insegnato che  in ognuno di noi il «male» e il «bene» si mescolano e non si possono separare, che i veri mostri spesso non sono i vilain e che non deve esistere discriminazione, perché siamo tutti diversi e diversamente complessi. E umani. Quindi dentro di me c'è sempre posto per loro e li ringrazio.    


lunedì 4 marzo 2013

… E ne abbiamo fatto un deserto


Un tempo la specie umana chiamava «Madre» la terra da cui traeva nutrimento, intendendo quella parte del pianeta che la scienza ora chiama suolo e che viene studiata con una certa noia dagli alunni della scuola media, molto più interessati alle piante a agli animali che campano grazie al «modesto» terreno. Si tratta di uno strato sottile rispetto alle dimensioni totali della crosta (a sua volta esigua rispetto al mantello e al nucleo terrestri), che richiede lungo tempo per svilupparsi e che – se non viene rispettato e protetto – può scomparire in pochi anni a causa dell'erosione. Per formare uno strato spesso pochi centimetri di terra fertile sono necessari secoli mentre bastano pochi anni di sfruttamento intensivo per rendere il suolo del tutto sterile.

Sotto il selciato la spiaggia, affermavano gli anarco-situazionisti. È una frase che mi è sempre piaciuta per il suo significato letterale: sotto l'asfalto delle nostre strade esiste ancora il terreno di un tempo; probabilmente in me sonnecchia un umano più antico, bramoso di scavare la crosta e mettere a nudo le membra della Grande Dea. Fatto sta che il suolo è davvero fonte di vita per tutti noi viventi delle terre emerse, diamogli quindi un'occhiata da vicino.

Ricetta per un buon terreno
Immaginate di fare quello che un geologo chiamerebbe un «carotagggio» cioè di conficcare un tubo di diametro..... nel terreno fino a giungere alla roccia madre, cioè alla superficie petrosa su cui i vari strati di terreno poggiano. Arrivati in laboratorio potete estrarre cautamente la carota dal tubo e osservare i vari strati, che gli studiosi chiamano orizzonti, disposti più o meno come nella figura a fianco.

Orizzonte A: In cima a tutto, spesso di trova una lettiera, costituita da foglie morte e resti di organismi. lo strato sottostante è l'orizzonte organico, ricco di humus, di batteri e piccoli organismi animali che nutrendosi dei resti della lettiera li sminuzzano, permettono all'aria di entrare e li concimano con i succhi del loro apparato digerente. 
Orizzonte B Lo strato successivo contiene particelle minerali di varei dimensioni: quelle di diametro superiore ai 2 mm (ciottoli, pietrisco ecc.) formano lo scheletro del terreno; il resto viene detto «terra fine» ed è fatto di particelle via via più piccole, rispettivamente sabbia, limo e argilla. La sabbia è attraversata dall'acqua, l'argilla è molto più fine, la assorbe ed eventualmente può cederla alle radici delle piante. Se però l'argilla è troppo abbondante, rende il terreno troppo compatto e impermeabile all'acqua e all'aria.

Orizzonte C è costituito da uno strato di roccia disgregata e dalla roccia madre.

Un buon terreno agricolo dovrebbe contenere circa il 60% di sabbia, il 15% di limo, il 10% di argilla, il 10% di humus e il 5% di calcare (carbonato di calcio)




Nascita di un buon terreno
Questo è un altro argomento che mi appassiona e, dato che il post è mio, ne tratterò a mio modo e con contenuta soddisfazione. 
Il suolo (lo avrete già capito) deriva dall'alterazione della roccia madre a opera di agenti chimici, fisici e biologici (cioè compiuti dagli organismi)… Ecco l'inizio di un articolo serio. Questo però non lo è, così vi racconterò una storia.

Dunque, questa storia comincia nel XIV secolo, nella valle minore di montagna dove sorge Bagnolo Piemonte e dove io, da circa venticinque anni, passo una parte dell'estate. Intorno al 1330, su questi monti – per accordo fra la popolazione bagnolese e il conte Malingri, feudatario della zona si stabilirono dei cavapietre. La richiesta di quelle che ancora oggi prendono il nome di «Pietre di Luserna» aumentò nel secolo successivo, con il trasferimento della capitale del Ducato di Savoia da Chambery a Torino. Da allora generazioni e generazioni di valligiani scavarono la montagna per trarne löse, pietre pregiate che ancora oggi – nelle tante imprese di lavorazione sorte lungo le strade che scendono in pianura – vengono trasformate in lastre usate per coprire i tetti, muri e muretti, o per costruire barbecue e caminetti. O anche scolpite, per produrre statue kitch fino al genio. 
La mia preferita è questa a fianco, un enorme grifone del peso di alcuni quintali che mi affretto a salutare ogni volta che guido verso Montoso. Lui, il grifone, c'è sempre… o si tratta di un modello estremamente richiesto e non manca mai in assortimento, è una prova d'artista troppo impegnativa e nessuno ha mai osato portarsela via. Queste e molte altre interessanti notizie in merito potrete trovare in questo blog, che ho scoperto di recente.

Le cave, dicevamo. Be', per tagliare come dio comanda i pietroni, i cavatori (oggi quasi tutti membri della nuova comunità cinese di Bagnolo) producono da secoli enormi quantità di scorie, spesso delle dimensioni di un grande masso sbilenco, che hanno letteralmente dato forma alla valle: fatte scivolare anno dopo anno lungo le pendici della montagna, nel punto dove in un certo momento viene scavato, sono state lentamente colonizzate da batteri, microorganismi vegetali, muschi e licheni e poi da comunità vegetali e animali sempre più sofisticate. 
fianco della montagna scavato da poco
La storia delle cave (e quindi della comunità di Bagnolo e delle sue frazioni) è scritta sui fianchi di questi monti. In questi massi in bilico. Accanto o immediatamente sotto le cave ormai totalmente sfruttate, la vegetazione arbustiva dei rododendri e degli ontani, dei rovi e delle piante di lampone e mirtillo ha ricoperto le scorie e prospera ondulata come un manto verde, o è già stata già soppiantata da faggi e betulle o, poco più in alto, da larici e abeti rossi. 
si insediano i licheni
E in questi boschi vivono mammiferi come volpi, scoiattoli e tassi, che quasi mai io riesco a scorgere ma che non sfuggono all'olfatto della mia cagnolina, uccelli come ghiandaie, cince, ballerine e rari rapaci e ancora lucertole, vipere, orbettini e bisce, e rospi e rane che si sistemano temporaneamente nelle pozze lasciate dalla neve al disgelo. E tacerò degli invertebrati, perché tutti noi sappiamo bene che soltanto per gli insetti dovremmo fare migliaia di nomi. A volte mi chiedo se il vero impegno dei cavatori non sia cavare il materiale per lose, muretti e sculture seriali ma piuttosto quello di allearsi al tempo geologico per dare forma alle valli. 


dopo i licheni muschi e arbusti
Ecco, questo è l'inizio di un buon suolo. 

Se trattato con il dovuto rispetto, il suolo del pianeta può sostenere la nostra agricoltura, l'allevamento, le abitazioni e le attività umane. Una vera fortuna, perché nei prossimi 30 anni la produzione alimentare mondiale dovrà crescere di oltre il 75% per stare al passo con la crescita della popolazione. Purtroppo, a quanto pare, di rispetto, buon senso e lungimiranza la nostra specie ne mostra davvero poco.

Prendiamo in considerazione questi dati: l'umanità coltiva complessivamente circa 5,2 miliardi di ettari in tutte le terre emrse, una bella cifra, vero? Purtroppo, secondo l'UNEP (1), il 69% di questi ettari è già degradato o soggetto alla desertificazione; ad esempio in Africa, il 73% delle terre coltivate è deteriorato; nel Nord America questa percentuale giunge al 74%. Per farla breve, la desertificazione minaccia al momento il 25% delle nostre terre. Forse questi numeri non sono facili da visualizzare… mettiamola così: secondo la FAO, negli ultimi 50 anni un'area vasta quanto Cina e India messe insieme (1,2 miliardi di ettari per la maggior parte situati in regioni aride o semiaride dei paesi in via di sviluppo) mostra una degradazione da moderata a estrema. Poiché in queste zone allevamento e coltivazione diventeranno meno produttivi, sono a rischio anche le esistenze di più di un miliardo di persone in oltre 100 nazioni.  
Servono altri dati per allarmarvi? Ecco qua: 
in Africa, il 66% di tutti i terreni è arido o semi arido; 
in Nord America, è arido o semi arido il 34% dei terreni: l'Ufficio per la Gestione dei Terreni Usa considera a rischio il 40% del territorio continentale degli Usa; In Texas il 40% dei terreni da pascolo è già troppo arido per essere utilizzato.
La zona del Nord Africa che i Romani consideravano il «granaio dell'impero» all'epoca ospitava 600 città; oggi è un deserto.   
Molti di noi cominciano a preoccuparsi soltanto quando i dati vengono tradotti in denaro sonante diamo loro qualcosa a cui pensare: UNEP ha calcolato che il costo della desertificazione mondiale vale ogni anno 42 miliardi di $ Usa. Su questo totale l'Africa perde circa 9 miliardi di dollari all'anno, l'Asia 21, il Nord America 5, l'Australia ed il Sud America 3 ciascuna e l'Europa 1.

Chiariamo subito una questione: con desertificazione non si intende una costante avanzata dei deserti (che è invece definita desertizzazione) ma, secondo la Convenzione ONU – un processo di «degrado dei terreni coltivabili in aree aride, semi-aride e asciutte sub-umide, in conseguenza di numerosi fattori, comprese variazioni climatiche e attività umane». Quindi non occorre che le aree a rischio siano accanto ai deserti (1), i terreni degradati possono distare centinaia di chilometri dal deserto più vicino, ed essere perfino fortemente irrigate, ma possono espandersi, unendosi le une alle altre e creando condizioni ambientali simili a quelle desertiche. Qui il  suolo perde progressivamente le sue proprietà chimico-fisiche fino a non riuscire più a sostenere l’insediamento di comunità animali e vegetali, l’equilibrio stesso dell’ecosistema.

Ma sarà colpa del clima, no? 
Eh no, non solo: i fattori antropici, insomma le attività umane contano, eccome.


Cause della desertificazione
da «Il fatto alimentare.it»
L'idea che la desertificazione sia provocata principalmente dalla siccità è un luogo comune,  salva le coscienze (fenomeno naturale… ineluttabile, non ci possiamo far niente, continuiamo così!) ma è quantomeno semplicistica. Spesso le cause principali sono le attività umane, particolarmente l’errata (o colpevole) gestione del terreno – come l’impiego di sistemi di coltivazione non adeguati alle condizioni climatiche e alle caratteristiche del suolo – lo sfruttamento eccessivo delle risorse idriche, la deforestazione, la presenza di allevamenti intensivi. Infatti:

* Le coltivazioni intensive esauriscono il suolo privandolo delle sostanze minerali e degli organinismi decompositori che lo riequilibrano.
* L'allevamento del bestiame elimina la vegetazione che – grazie alla rete di radici – trattiene il terreno, difendendo il suolo dai fenomeni erosivi dovuti al vento e all'acqua. Negli allevamenti intensivi, quando il bestiame supera il livello di tollerabilità del terreno, il suolo comincia a degradare: ben presto alle specie vegetali perenni presenti  si sostituiscono piante annuali e arbusti, sostituite a loro volta da specie erbacee. Infine, impoverito di vegetazione e continuamente calpestato dalle mandrie e dalle greggi, il terreno viene eroso da acqua e vento.
* La deforestazione elimina gli alberi che trattengono il terreno tagliandoli per utilizzarli come combustibile o come materiale da costruzione.
* L'irrigazione, se effettuata con canali e tubazioni scadenti, rende salmastre le terre coltivate, desertificando 500.000 ettari all'anno, più o meno la stessa estensione di terreno che viene irrigata ex novo ogni anno.
* L'abbandono delle terre, specialmente in zone calde, porta ad erosione e desertificazione.

Noi siamo abituati a considerare le cause separatamente (usando un punto di vista riduzionista), ma dovremmo ricordare che gli effetti sono sinergici e che il loro risultato non è una semplice somma: ogni concausa potenzia le altre accelerando e moltiplicando gli effetti (visione olistica). Questo lo sanno anche  i verdi nostrani e dal loro sito cito le prossime righe:

l'agricoltura contribuisce direttamente al riscaldamento globale attraverso l’emissione dei principali gas serra. L’agricoltura industriale moderna contribuisce a modificare il clima con pratiche quali il drenaggio delle zone umide, l’aratura profonda che espone il terreno agli agenti atmosferici, l’utilizzo di macchinari pesanti che compattano il terreno e la prassi di coltivare monocolture su larga scala.

Mettiamola così: se allevo ruminanti, devo mettere in conto che il metano dovuto alla fermentazione intestinale dei vegetali che mangiano  aumenterà l'effetto serra e quindi la temperatura globale del pianeta;
Gli abusi di fertilizzanti e pesticidi connaturati all'agricoltura intensiva provocheranno forte inquinamento del terreno;
D'altra parte le industrie chimiche, per produrre e trasportare concimi e diserbanti utilizzano combustibili fossili che inquinano l'atmosfera e aumentano l'effetto serra.
Altro che catastrofi naturali!


Però sbagliare è umano! O no?  
Inquinamento provocato da un'industria chimica
Siamo solo umani e sicuramente pasticcioni, ma la desertificazione, come ogni altro «male» provocato dalla nostra specie, non vive di soli errori.
Nei paesi in via di sviluppo o con sviluppo estremamente recente e accelerato – come una buona parte di quelli interessati dalla desertificazione e dal degrado – dietro questi processi stanno cause più ampie e strutturali dell'incuria o degli errori di gestione: vi sono fattori economici e sociali quali la povertà e i tassi di crescita troppo alti delle popolazioni; vi è l'abbandono delle tradizionali tecniche di coltivazione in nome di una modernizzazione agricola che non tiene conto delle specificità del territorio – vi sono governi che spingono i contadini a intraprendere monocolture commerciali per abbattere il debito con l'estero; vi sono la distribuzione iniqua delle proprietà terriere e l'afflusso di rifugiati.

E c'è di peggio 
La desertificazione – oltre a creare effetti negativi globali come la diminuzione della biodiversità – ha effetti devastanti sulla qualità della vita di intere popolazioni; di può provocare la migrazione di intere popolazioni. L'indigenza e la povertà le spingono a spremere la poca terra che hanno all'inverosimile, ricorrendo alle coltivazioni intensive, alla deforestazione, alle monocolture fino al degrado del suolo. La povertà le rende vittime degli agenti atmosferici, pochi anni di siccità li espongono alla fame e alle carestie, troppa pioggia provoca sì un'abbondante produzione agricola ma anche una veloce caduta dei prezzi. E indovinate a chi toccano le terre peggiori e più esposte?
L'Africa è il continente con la popolazione più «mobile» del mondo:

L'Unccd (Convenzione Onu per la lotta alla desertificazione), lancia un allarme: 135 milioni di persone rischiano di diventare profughi per l'inaridimento dei loro territori.
[…]
Oltre il 35% della superficie del Continente si trova in aree esposte a rischi ambientali significativi.
Questo dramma umanitario ha evidenziato di fatto la mancanza di qualsiasi riconoscimento per la nuova categoria dei «rifugiati ambientali».

Anche un gran numero di messicani immigrano negli Stati Uniti ogni anno a causa del grave degrado delle loro terre.
Per concludere, la desertificazione ha giocato un ruolo nei conflitti armati verificatisi nelle terre aride, contribuendo all'instabilità politica, alla fame e alla divisione sociale, come ha dimostrato il «caso» Somalia.


Desertificazioni storiche

Vivere nella Dust Bowl
Dust Bowl
Negli anni Trenta, poco dopo la tempesta finanziaria del 1929, gli abitanti delle Grandi Pianure americane dell’Ovest furono travolti da una vera e propria catastrofe ambientale, l'acme giunse il 14 aprile 1935, «la domenica nera» dell'Oklaoma, quando si verificò la peggiore tempesta di polvere che avesse mai colpito quell'area, che da allora fu definita Dust Bowl (catino di polvere).
la Regione delle Grandi Pianure, che potete trovare sulla carta è una piana immensa, che si estende il latitudine per 4000 km, dal nord del Canada fino al Nuovo Messico e al Texas, e in longitudine per 640 km dalle montagne rocciose alle frontiere occidentali del Sud Dakota, del Nebraska, del Kansas e dell'Oklaoma. Quando vi giunsero i primi coloni europei, era completamente coperta d'erba. È un'area semi-arida, battuta dal vento e colpita da frequenti siccità che toccano un picco ogni ventina d'anni. alla siccità, tanto da farle meritare, nel XIX secolo il nome di Grande deserto americano.
Nonostante il nome malaugurante, i coloni accorsero in massa, soprattutto nella zona più meridionale, per conquistare il loro (vasto) pezzo di terra, sognando una nuova vita. E per un po', all'inizio del Novecento, la fortuna fu dalla loro parte, complici le piogge abbondanti e il costo elevato dei cereali durante la Grande Guerra. Abituati al clima piovoso dell'Est, i coloni riconvertirono milioni di ettari di prateria a grano o cominciarono ad allevare bestiame; negli anni Venti i trattori innalzarono il numero di ettari lavorabili giornalmente, la produzione di grano crebbe, facendo scendere i prezzi. Per mantenere alti i guadagni i contadini sfruttarono maggiormente la loro terra; terminati i terreni molto fertili passarono a quelli che rendevano meno, aumentando l'erosione dei suoli.
La regione delle Grandi Pianure e, a lcentro, la Dust Bowl
Nel 1931, appena dopo che un'eccezionale raccolto aveva provocato il crollo del prezzo del grano, iniziò un periodo, durato dieci anni, di grave siccità e i nodi vennero al pettine. Appena il grano cominciò a seccare, lo strato un tempo ricco di humus – ora privo di copertura vegetale e della rete di radici capace di trattenere il suolo – venne spazzato via dai venti; formando gigantesche nubi che oscuravano il sole per chilometri e chilometri. a metà degli anni Trenta la devastazione aveva colpito oltre 40 milioni di ettari di Oklaoma, Texas, Kansas occidentale, Colorado orientale e Nuovo Messico.
La catastrofe ecologica provocò disastri economici che si sommarono alla grande crisi del Ventinove provocando una delle più ingenti migrazioni della storia americana degli Stati Uniti: i contadini, rovinati, persero la terra, furono spogliati dalle banche alle quali avevano chiesto prestiti e, in una nazione con un tasso di disoccupazione del 20% non riuscirono a trovare altro lavoro, così emigrarono verso gli stati vicini. Nel 1940 due milioni e mezzo di persone se n'erano andate (circa il 40% della popolazione); duecentomila disperati avevano raggiunto la California, tra loro la famiglia Joad, protagonista di Furore di John Steinbeck. Vi trovarono salari bassissimi, diffidenza e povertà, dovettero vivere ai bordi delle strade, in zone che somigliavano molto agli attuali campi profughi, e accontentarsi di lavoretti a giornata, spesso pagati con un po' di vitto.
Il disastro, dovuto a una gestione insensata dei terreni e a gravissimi errori agronomici, venne infine arginato da Franklin Delano Roosvelt, grazie alle riforme del New Deal e a una serie di misure radicali (ancora oggi in vigore) per prevenire l’erosione e ridurre la vulnerabilità dei suoli delle grandi pianure alla siccità prolungata.
Altre notizie qui

Il Grande Piano Agricolo
Un altro esempio di disastro cercato fu la «campagna delle terre vergini», uno dei tanti piani agricoli sovietici, iniziato questa volta da Kruscev nel 1954. Il piano, molto ambizioso, si prefiggeva lo sfruttamento delle steppe del Kazakistan settentrionale e della catena montuosa dell’Altai. Nei primi due anni vennero arati 330.000 km² e più di 3.000.000 di coloni – soprattutto ucraini e russi – si trasferirono, più o meno volontariamente per andarli a coltivare. Erano ben attrezzati, provvisti di mietitrebbie e potevano contare sull'appoggio di studenti e soldati come lavoratori stagionali al tempo del raccolto. Coltivarono grano, praticamente in regime di monocoltura, perché l'URSS intendeva raggiungere l'autosufficienza.
Il progetto, tra l'altro, ebbe come risultato il cambiamento delle popolazioni delle terre vergini, dove la componente originale kazaka venne in molte zone superata da quella slava. I milioni di russi e ucraini immigrati si fermarono in Kazakistan. con la dissoluzione dell'URSS, però, in parte tornarono ai paesi d'origine.
Il primo (1956) raccolto di grano (la cui coltivazione fu praticamente una monocoltura) fu un enorme successo, tanto da raddoppiarne la produzione in URSS rispetto all'occidente. Purtroppo, nel giro di pochi anni il terreno, impoverito di nutrienti, dovette essere trattato con quantità crescenti di fertilizzanti. L'errata pianificazione impedì che – nonostante l'aumento della loro produzione – i fertilizzanti necessari arrivassero a destinazione. Altri problemi non risolti furono la costruzione di un numero di silos sufficienti a stivare i raccolti (che in parte dovettero essere eliminati) e la carenza di infrastrutture adeguate a far giungere il grano alle città.
Infine, il piano agricolo non tenne conto della situazione dei terreni che, nel tempo, andarono incontro all'erosione e all'esposizione ai venti; in pochi anni ritornarono steppa.


Prossimamente: Desertificazione Made in Italy




(1) Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite.
(2) Queste sono le cinque principali aree desertiche mondiali e insieme rappresentano il 7% delle terre emerse totali: il deserto di Sonora nel Messico nord-occidentale e la sua continuazione nella parte sud-occidentale degli Stati Uniti; il deserto di Atacama, cioè la sottile striscia costiera Sud Americana tra le Ande e l'Oceano Pacifico; l'ampia area desertica che va dall'Oceano Atlantico verso la Cina (deserto del Sahara - deserto Arabico, - deserti dell'Iran e dell'ex-Unione Sovietica, Gran Deserto Indiano (Thar) nel Rajasthan - deserto del Takla-makan in Cina e deserto del Gobi in Mongolia; il deserto del Kalahari in Sud Africa e gran parte dell'Australia.