mercoledì 10 settembre 2014

Sottile ma resistentissima, Come una tela di ragno




Questo post ha una storia strana. Non è nato dalla lettura di un romanzo o di un saggio ma da una piccola piacevole esperienza estiva.
Ho trascorso una serena – anche se umida e piovosa – estate in montagna, facendo lunghe passeggiate nei boschi in compagnia del consorte e di Mirra, la mia compagnuccia canina. Siamo un trio collaudato, ormai: la cana bada a se stessa e ficca il muso fra i cespugli alla ricerca di mirtilli (pochissimi quest'anno), more e lamponi. Noi pure, e al bottino aggiungiamo eventuali funghi. Gesti parchi, parole poche e tanto silenzio.
Ragni e ragnatele sono incontri abituali, tanto che abbiamo soprannominato uno dei nostri boschi preferiti «bosco dei ragni»; una mattina, nella pausa tra un paio di rovesci di pioggia, ho notato tantissime tele di ragno splendenti di gocce di pioggia. Non è uno spettacolo insolito, lo so. Ma quel giorno mi è parso particolarmente bello e io ero abbastanza in pace con me stessa da dedicare tempo ad ammirarlo. Ho anche tentato di fotografarne alcune, con esiti rudimentali, di cui sono stata abbastanza soddisfatta fino al momento in cui, in rete, ho cercato altre immagini.
Va beh, sono molto meno di un fotografo dilettante. Ma sono le mie ragnatele. Quelle dei ragni che ho conosciuto io, ecco.
Esplorando la rete alla ricerca di tele ho rintracciato informazioni e curiosità abbastanza interessanti da ripagare il mio tempo e da scriverci un post.

Tranquilli, aracnofobi!

Antonio Ligabue: Tigre con ragno, 1953
So per certo che anche tra i pochi che mi leggono ve ne sono, se non altro perché le percentuali danno in proposito valori abbastanza elevati: solo il 3 – 7 % degli individui provano fobie molto gravi verso gli aracnidi ma circa il 50% delle donne ed il 18% degli uomini manifesta una generica «attivazione fisiologica» alla presenza di un ragno. La mia nonna faceva sicuramente parte della prima categoria, tanto che un semplice opilione la trasformava più o meno in una statua di sale. Ma, per giustizia, i tanto vituperati ragni dovrebbero almeno godere della stima di fobici di altro genere,  come la mia amica che, terrorizzata dalle vespe, li considera vere e proprie armi di difesa biologiche.
Però, aracnofobi, le parole non zampettano qua e là e non tessono tele, quindi non fuggite ma continuate a leggere: vorrei, con la mia prosa pacata e venata di sincero entusiasmo, se non convincervi che «ragno è bello» almeno che i ragni sono fantastici ingegneri e mirabili tessitori.
Proviamo?

C'è seta e seta
Innanzitutto ogni tela di ragno è composta di seta.
Le sete sono una categoria di sostanze formate per circa il 50% da un polimero proteico denominato fibroina.
E in due righe e mezza abbiamo già messo molta carne al fuoco. 
Un polimero è una macromolecola, ovvero una molecolona costituita da un gran numero di gruppi molecolari più piccoli (unità) legati «a catena» in maniera sempre uguale.
In realtà, una proteina non è un vero polimero, perché le sue unità (gli aminoacidi) non sono tutte uguali, ma di una ventina di tipi diversi; l'amido delle patate o del riso, quello sì che è un vero polimero, fatto tutto di glucosio: glucosio-glucosio-glucosio-glucosio-....
Ma nelle sete gli aminoacidi sono principalmente glicina, alanina e serina (il modo in cui si alternano determina il tipo di seta, ma ciascun tipo di tela ha la propria struttura aminoacidica. Nella sete che compongono le tele dei ragni l'altro 50% è costituito da pirolidina, potassio idrogeno-fosfato e potassio nitrato. La pirolidina è estremamente igroscopica (cioè assorbe moltissima acqua), il potassio idrogeno-fosfato rende la tela acida e il potassio nitrato è un forte antibatterico. Insieme queste tre componenti fanno sì che la ragnatela, pur essendo proteica (e quindi assimilabile da altri organismi) non venga attaccata da batteri e funghi.
E già questo non è poco. Ma c'è molto di più.

Una tela di ragno è costituita da due tipi di seta. Un primo tipo di filamento, rivestito da un liquido ghiandolare vischioso, serve al ragno per intrappolare gli insetti. Il secondo è composto da un particolare tipo di seta chiamata dragline (filo teso) ed è un vero portento naturale, studiato da molti ricercatori per la sua flessibilità, l'elasticità e la resistenza. Questo filo ha una resistenza alla pressione 6 volte maggiore di quella dell'acciaio.
Ma vah! Se basta un dito per rompere la tela!
Vero, ma la tela non è densa come l'acciaio; a dimensione molecolare, tra i fili vi sono enormi spazi vuoti. Quello che conta è il rapporto tra carico di rottura e densità, e questo valore per la dragline di ragno è circa 4 volte maggiore di quello di una fibra sintetica come il nylon.
La seta dragline è costituita da due polimeri proteici simili ma non identici, con molte sequenze ripetute, ricche in alanina, glicina, glutamina e prolina;  a una delle estremità dei polimeri sono presenti circa 100 residui amminoacidici non ripetuti e altamente conservati durante l'evoluzione (segno che sono talmente funzionali da non essere rimpiazzabili in maniera casuale da altri aminoacidi inseriti per errore) .
Qui occorre aprire una parentesi: La ragnatela non è una struttura continua e la sua resistenza non può essere semplicemente paragonata all'elasticità lineare dei materiali continui; ad esempio, l'acciaio per molle – materiale continuo – segue una legge lineare e la sua forza è proporzionale allo spostamento (lineare-elastica); nel ferro e negli acciai più duttili, invece la forza è proporzionale allo spostamento fino a un valore critico oltre al quale lo spostamento cresce a forza costante (elasto-plastica). Il segreto di un materiale non continuo come la ragnatela sta nel comportamento «iper-elastico» del filo di seta. 
 
Il filo
A produrre le sete provvedono alcune ghiandole presenti all'interno dell'opistosoma dei ragni. Se ne conoscono sette tipi diversi, collegate con le ghiandole da dotti sottilissimi (che variano da due a cinquantamila); ogni subordine di ragni ne possiede solo alcune, di solito tre paia, ma alcuni ne possiedono solo uno e altri anche quattro. Quando la seta è emessa all'esterno passa dallo stato liquido a quello solido.
Per avere informazioni molto dettagliate e belle immagini sulla struttura della seta e delle filiere cliccate qui.

La tessitura
E ora vediamo com'è fatta una ragnatela, ad esempio quella del ragno crociato.
Innanzitutto c'è filo e filo: ci sono i cavi portanti radiali che hanno un ruolo strutturale e non sono appiccicosi e quelli circonferenziali che compongono la spirale, che sono appiccicosi e strutturalmente diversi dai primi e da quelli usati per ancorare la tela al substrato. Inoltre i fili di cattura possono essere semplicemente adesivi o anche adesivi lanuginosi. Inoltre le classiche ragnatele a foglio, cioè semplicemente bidimensionali, hanno al di sopra degli agglomerati informi di seta che servono sia per disorientare l'insetto, sia per proteggere il ragno da predatori come vespe e piccoli uccelli.
Le varie famiglie di ragni sostruiscono tele differenti: a foglio, a groviglio, a imbuto, a spirale… Per vederne le immagini potete cliccare qui


Il ragno al lavoro
Il ragno scende in caduta libera da un cavo che diventerà il punto di partenza della costruzione. Giunto al punto giusto il ragno si lascia dondolare al vento e quando gli arriva a tiro un altro buon punto di ancoraggio fissa il suo cavo all'albero o al substrato che dovrà reggere la tela. Quando i cavi portanti sono fissati il ragno comincia a intrecciare i fili appiccicosi e dà forma alla costruzione.
Per vedere un ragno al lavoro cliccate qua.
Il nostro ingegnoso ingegnere è in grado di costruire una tela già a due settimane dalla nascita, prima che il suo SNC (sistema nervoso centrale) sia completamente sviluppato.

Ma perché sgobbare tanto?
La ragnatela è una risorsa molto duttile per i ragni che ne costruiscono per vari scopi: la più nota è la cattura delle prede. I ragni che le costruiscono sono molto sensibili alle vibrazioni e localizzano velocemente le prede che si dibattono nella seta appiccicosa, quindi provvedono a pungerle con i cheliceri velenosi e poi a ricoprirle di fasce di seta per immobilizzarle. Poi le consumano o le conservano per un pasto successivo. Ma la seta serve anche a foderare i nidi dove i ragni sverneranno, a costruire specie di vele per sfruttare il vento e spostarsi anche per decine e centinaia di chilometri, a conservare le uova e, prima ancora, a condurre a buon fine il corteggiamento della femmina, offrendo prede incartate in una tela apposita. (Qui per vedere foto davvero suggestive).

Il ragno non butta via niente
La produzione delle sete è molto dispendiosa e comunque, dopo qualche giorno, i fili adesivi perdono la loro vischiosità; la tela, inoltre può essere gravemente lesionata da passanti sciagurati come noi umani, grossi insetti, uccelli ecc. Quindi i ragni riciclano il materiale rimangiandola, in fondo sono proteine, e digerendola, indovinate, con un set di enzimi che utilizza anche per tagliare i fili durante la costruzione. L'archifilo, comunque, cioè il primo filo strutturale, viene riutilzzato per costruirne una nuova.

Antichi tessitori
cortesemente dal sito lickr.com
Gli araneidi – insieme a opilionidi, scorpioni, acari e numerosi altri ordini – appartengono alla classe degli Aracnidi (phylum degli artropodi), i primi animali a colonizzare le terre emerse, e ne sono l'ordine più numeroso con 41.000 specie classificate.
Strutturalmente il loro corpo è suddiviso in due parti: prosoma anteriore e opistosoma posteriore Possiedono un primo paio di appendici, i cheliceri, con funzioni alimentari e di difesa, un secondo paio, i pedipalpi con funzioni sensoriali, locomotorie, fossorie e riproduttive. Le altre paia di appendici costituiscono sono le zampe vere e proprie, con funzione ambulatoria.
Gli araneidi sono un ordine molto antico, e risalgono al periodo Devoniano, circa 400 milioni di anni fa. Si suppone che già allora questi animali sapessero produrre dei fili di seta, ma fino a pochissimo tempo fa le prove che i fili fossero adesivi risalivano soltanto a 40 milioni di anni fa, riscontrati in un campione di ambra del Baltico.
Ultimamente, però, il dott. Zschokke dell'Università di Basilea ha segnalato su Nature di agosto 2014 di aver identificato, in un campione di ambra fossile libanese, un filo adesivo risalente a 130 milioni di anni fa (Cretaceo inferiore) molto simile a quelli prodotti dai ragni attuali, ricoperto di gocce di «colla» intrappolate nell'ambra;

… l'uso di fili adesivi nelle ragnatele per catturare le proprie prede fu un'innovazione determinante per i primi ragni e contribuì ampiamente al loro successo ecologico…
ha spiegato lo studioso nell'articolo.

Vecchie curiosità


Questo è (anzi fu) Friularachne, un ragno lungo meno di mezzo centimetro. Il fossile, ritrovato nei pressi di Udine, mostra appendici ambulatorie sottili, cheliceri relativamente grandi e robusti e pedipalpi che permettono di identificarlo come maschio adulto. Friularachne viveva nelle isole di un mare tropicale poco profondo che copriva il Friuli 215 milioni di anni fa.


 


Questa, invece è (riportata sul sito dell'Ansa) una sorta di «istantanea» intrappolata in una goccia di ambra ritrovata nel Myanmar. Il ragno, un giovane maschio, sta cacciando una piccola vespa parassita. L'intera scena risale a circa 100 milioni di anni fa ed è contemporaneamente la più antica scena di caccia di un ragno e la più antica dimostrazione di un comportamento sociale di un araneide, in quanto la resina ha intrappolato anche i resti di un secondo ragno che condivideva la medesima tela. Questo comportamento è oggi molto raro ma praticato da alcune specie.
Il reperto è particolarmente interessante anche perché contiene 15 filamenti intatti di seta.

Esageriamo
Con quest'ultima segnalazione metterò alla prova il coraggio degli aracnofobi, che comunque non devono preoccuparsi: gli avvistamenti di questo genere sono rari e lontani.
Nell'agosto 2007 nella riserva naturale del lago Tawakoni, in Texas, i visitatori hanno scoperto un'enorme e intricata tela di ragno larga 180 metri. La ragnatela copriva alberi alti anche cinque metri ed era talmente fitta che le piante presentavano una vistosa defogliazione dovuta all'impossibilità di ricevere luce solare sufficiente a svolgere la fotosintesi. 
 

Alcuni degli entomologi accorsi a studiare il fenomeno hanno supposto che la ragnatela fosse stata costruita da una comunità composta di varie specie di ragni «sociali», capaci di collaborare, ma è più probabile che la megatela sia stata un frutto del caso e delle abbondanti piogge primaverili: al termine della stagione, le acque si sarebbero ritirate mentre la temperatura media della zona aumentava, trasformandola in un perfetto habitat per zanzare e altri insetti. Richiamati da tanto ben di dio i ragni di varie specie hanno cominciato a costruire ragnatele separate ma sempre più vicine fino a confluire in una tela gigantesca.
Avvistamenti simili sono avvenuti anche in Pakistan e potrebbero avere il medesimo genere di spiegazione.


E  per (quasi) finire, segnalo un sito davvero interessante e  ricchissimo di materiali e informazioni.
Occhio, aracnofobi, qui i ragni si vedono proprio da vicino!
Aracnofilia - Centro Studi sugli Aracnidi www.aracnofilia.org

Ma se proprio non vi bastasse ancora, date un'occhiata qui!

giovedì 31 luglio 2014

L'Oltremondo. Trance sciamanica e altri viaggi

Lo sciamanesimo è originariamente legato alle culture dei popoli cacciatori-raccoglitori; è diffuso quasi ovunque nel mondo, dall'Australia alle Americhe, con caratteristiche comuni. Probabilmente anche le grandi civiltà hanno attraversato nel lontano passato una fase «sciamanica», superandola durante la trasformazione in società stanziali organizzate.
La vita dei cacciatori-raccoglitori è basata su un'economia di sussistenza, sulla predizione e sul rapporto diretto con la natura. Nella visione del mondo di queste società sono gli spiriti ultraterreni a determinare la sorte e gli avvenimenti terreni; ogni problema relativo a salute, riproduzione e sussistenza può quindi essere risolto solo da qualcuno che abbia la capacità e i mezzi per entrare in contatto con tali spiriti, affrontando un «viaggio» ultraterreno nel loro mondo.

Viaggio o possessione?
Secondo Eliade lo sciamano è proprio colui che controlla gli spiriti e che, attraverso il viaggio, visita l’Oltremondo. Al contrario, la possessione consente agli spiriti di entrare nel nostro mondo per controllare gli esseri umani. È comunque molto difficile individuare una netta differenza tra possessione e pratiche sciamaniche: anche se lo sciamano domina gli spiriti, essi spesso parlano per bocca sua, danzano con il suo corpo e, in molte tradizioni, lo trasformano addirittura in animale.
Non si può diventare sciamani per scelta o attraverso un rito di iniziazione; sono gli spiriti a «chiamare» il futuro sciamano, sconvolgendo la sua vita e minando la sua integrità psico-fisica. Rifiutare la chiamata è tuttavia molto pericoloso e potrebbe condurre il chiamato alla follia e alla morte.
Lo sciamano è un tramite tra il mondo terreno e quello ultraterreno. Il viaggio sciamanico è un viaggio onirico nell'Oltremondo che lo sciamano compie con varie modalità. Le fasi caratteristiche del viaggio sono:
1) la trance, cioè uno stato psichico alterato – raggiunto in alcuni casi per mezzo di allucinogeni – che dura per tutta la durata del "viaggio";
2) la metamorfosi, cioè la trasformazione onirica dello sciamano nell'animale che lo protegge e da cui deriva il proprio potere;
3) il combattimento contro gli spiriti o contro altri sciamani;
4) Il ritorno nel nostro mondo con la soluzione del problema.
Lo sciamano possiede facoltà innate o trasmesse e, durante la trance, è un ponte fra le energie spirituali e quelle terrene, un canale della volontà divina e delle forze della natura. Durante l'estasi egli perde la propria personalità e diventa temporaneamente l'«altro»; una forza (che può essere intesa sia come impersonale, sia come spirito o come demone) si impadronisce di lui e gli consente di influire sulla vita dei compagni.
Sciamana filippina raggiunge la trance  attraverso  meditazione e preghiera

Benché spesso nelle società di caccia e raccolta gli sciamani siano di sesso maschile, esistono numerosi esempi di sciamanesimo femminile, in misura maggiore nelle società sedentarie, soprattutto agricole e contadine. Molte caratteristiche dello sciamanesimo possono appartenere sia agli uomini sia alle donne: sciamani di entrambi i sessi suonano tamburi, intonano canti rituali e compiono guarigioni; in alcune società (La tribù Huichol del Messico, ad esempio) gli uomini sono per la maggior parte guaritori e ritualisti e le donne artiste; essi operano insieme lungo sentieri paralleli e spesso mariti e mogli seguono l’apprendistato per lo stesso periodo di anni e si aiutano a vicenda. Tra gli Araucani del Cile, in Corea – e un tempo in Cina, in Giappone e in India – gli sciamani sono donne.
In realtà lo sciamanesimo opera nel regno del femminino. Gli sciamani pregano la Madre degli Animali o la Madre di tutte le cose, la Madre Oscura, la Nonna della Crescita, la Dea della Morte o qualche altra manifestazione divina femminile in quanto potere oscuro, magico e guaritore.

Diffusione dello sciamanesimo 

Esistono diverse teorie per spiegare la diffusione quasi globale dello sciamanesimo, le principali sono:

  1. La cosiddetta teoria diffusionista, ipotizza che il fenomeno, nato presso un popolo, si sia diffuso da un popolo all'altro, da un luogo all'altro.
  2. La teoria della derivazione da una fonte comune, ipotizza cioè che ogni popolazione abbia attinto alla stessa fonte.
  3. La cosiddetta teoria strutturalista, ipotizza che il fenomeno sia sorto contemporaneamente in vari luoghi e presso varie popolazioni perché innato nella struttura mentale umana.
Per quanto riguarda eventuali percorsi geografici di tale diffusione, lo sciamanesimo siberiano è considerato dagli studiosi il meno contaminato da altre culture. I cacciatori-raccoglitori del paleolitico utilizzarono lo Stretto di Bering, spesso ghiacciato, per penetrare dall'Asia settentrionale nel continente americano, mentre 53.000 anni prima della nostra era essi giunsero fino in Australia dal sud-est dell'Asia; gli attuali aborigeni sono i loro diretti discendenti.

C'è trance e trance
La parola trance deriva dal latino transire, «passare, transitare». La dissociazione è uno stato tipico della trance e, in questa accezione, indica particolari alterazioni dell’esperienza fenomenica o stati di alterazione di coscienza caratterizzati dal senso di scollegamento, mancata integrazione e connessione con se stessi o con l’ambiente esterno e con ciò che in esso accade.
Durante la trance avvengono tipiche e importanti modificazioni dello stato di coscienza, di sensazioni, percezioni, attenzione, memoria, pensiero, emozioni e di vari parametri fisiologici. La trance può essere spontanea o indotta. Vengono riconosciuti alcuni tipi di trance.

1. Trance ipnotica

Composition di J.Pollock.  che spesso dipingeva in uno stato di trance
È indotta dall'ipnotista con speciali tecniche e modalità verbali e provoca modificazioni psicofisiche. Soggetti molto allenati sono in grado di autoindurre la trance (autoipnosi). La trance ipnotica procede seguendo alcuni livelli di intensità: a) stadio oniroide (torpore, rilassamento, immagini mentali); b) trance leggera (catalessi delle palpebre, immobilità corporea, pesantezza); c) trance media (levitazione, catalessi, movimenti rotatori delle braccia, anestesia e analgesia parziali, allucinazioni semplici); d) trance profonda (amnesia postipnotica, anestesia e analgesia generalizzate, comandi postipnotici, regressione d'età); e) trance sonnambolica (trance a occhi aperti, allucinazioni sonnamboliche, amnesia al risveglio, anche per le suggestioni post-ipnotiche che possono scattare molto tempo dopo).
Caratteristica costante della trance ipnotica è la scissione tra mente cosciente che contempla ciò che le accade e mente subconscia che dirige gli automatismi motori, le alterazioni sensoriali, le modificazioni delle funzioni mnestiche e percettive. Il soggetto modifica lo schema corporeo e risponde agli stimoli esterni e interni in maniera completamente diversa da quella usuale.
N.B. La catalessi è una condizione fisiologica prodotta dalla tonicità bilanciata dei muscoli agonisti e antagonisti; è proprio questo equilibrio tra l'azione dei due tipi di muscolo a consentire al soggetto in trance di rimanere immobile a lungo e senza fatica.

2. Trance estatica e medianica
Negli ultimi anni sono state condotte ricerche accurate anche in ambiti un tempo ritenuti non scientifici, come quello mistico e quello parapsicologico. Studi rigorosi condotti per lungo tempo sui parametri fisiologici e psicologici dei veggenti di Medjugorie hanno portato a definire la trance estatica caratterizzata in particolare dall'isolamento delle vie sensitive dall'ambiente esterno e dalla loro integrità durante tutto il processo estatico. 

i veggenti di Medjugorie sul Podbrdo con Padre Slavko
Il fenomeno può essere descritto come un intenso stato di preghiera separato dal mondo esterno, e di comunicazione coerente e sana con una persona distinta che solo i veggenti vedono, odono e possono toccare. Anche lo studio della trance medianica ha dato risultati interessanti evidenziando durante la trance condizioni di veglia attenta e di attenzione chiaramente focalizzata ad occhi aperti.

3. trance sciamanica
Sciamano sami con il suo tamburo


È raggiungibile mediante suoni a bassa frequenza prodotti soprattutto da tamburi e sonagli, e provoca fenomeni allucinatori anche in situazioni di scarsa profondità. 
È probabile che, in tali condizioni psicofisiche, il cervello produca spontaneamente alcune sostanze allucinogene endogene, trasfor- mando così le percezioni interne in una specie di vissuto onirico. 



4. Trance psicopatologica
È definibile come uno stato involontario di trance che abbia le seguenti caratteristiche:
1) nella comunità socio-culturale del soggetto non si ritenuta una pratica culturale o religiosa «normale»;
2) provochi un disagio clinicamente significativo o una menomazione funzionale.

Ulteriori informazioni sull'argomento in:



giovedì 17 luglio 2014

Vita da Sami

La mia prima lettura ad ampio raggio di questa estate è stato il romanzo di Olivier Truc L'ultimo lappone, che ho recensito come al solito su LN-LibriNuovi.
È un poliziesco insolito, che si svolge nell'estremo Nord nel territorio abitato in gran maggioranza dal popolo Sami, che noi chiamiamo impropriamente Lappone. È stata una lettura suggestiva e piena di sorprese che mi ha spinto a documentarmi sulla storia, la cultura e la situazione socio-politica di questo popolo. Ecco il frutto delle mie ricerche.

I Sami – impropriamente chiamati Lapponi – sono una popolazione indigena di circa 75.000 persone, stanziata nella parte settentrionale della Fennoscandia (Fenno-Scandinavia), cioè la regione comprendente la Penisola scandinava, la Finlandia, la Penisola di Kola e la Carelia. Il territorio dei Sami, denominato Sápmi, si estende dalla penisola di Kola fino alla Norvegia centrale includendo anche le regioni più settentrionali della Finlandia e della Svezia. Esso è diviso dalle frontiere di quattro stati: Norvegia (40.000 sami), Svezia (20.000), Finlandia (7.000) e Russia (2.000).
Territorio Sapmi

Sebbene i Sami non siano costituiti in uno stato indipendente, possiedono un organo rappresentativo, il Sámediggi (parlamento Sami) che risiede nella capitale Karasjok, un bandiera e, dal 1986, un inno. Dal 1956 è attivo il  Saami council,  una organizzazione volontaria non governativa con membri in Finlandia, Russia, Norvegia e Svezia e lo scopo primario di promuovere i diritti e gli interessi dei Sami.
Kautokeino (il maggiore comune norvegese, che si trova nella contea di Finnmark) è, però, il luogo dove l'85% della popolazione ha come lingua madre il sami.

Le tre lingue Sami principali (settentrionale, Inari e Skolt) appartengono al gruppo linguistico ugro-finnico della famiglia uralica, diffusa nell'Europa settentrionale e nell'Asia nordorientale e sono imparentate con il finlandese e l’estone. Da esse, a partire dal XVII sec. e soprattutto nel Novecento, si è sviluppata una decina di varianti scritte. La letteratura sami un tempo era esclusivamente orale. Attualmente molte poesie e canti joik sono stati tradotti e pubblicati.

Nella Fennoscandia vivono popolazioni scandinave, sami, finlandesi e russe; il rapporto fra i Sami e le altre etnie è complesso e spesso conflittuale, legato alle tradizioni sami e alle loro principali occupazioni tradizionali, tutte collegate all'allevamento delle renne.


Un tempo i Sami erano principalmente allevatori di renne, pescatori e cacciatori nomadi. Il Sapmi è particolarmente inospitale, sia per le temperature invernali terribilmente rigide sia per l'assenza totale di luce solare durante uno o due mesi ogni anno. I Sami abitavano in capanne coniche trasportabili chiamate kota, o in tende di pelli di renna chiamate lavvu. Il mezzo di trasporto tradizionale era la slitta trainata dalle renne e, almeno dal 1500 a.C, gli sci.

Della renna, tra i Sami non si buttava niente: le pelli e il cuoio servivano per gli abiti e per le dimore, la carne e il latte (una vera bomba calorica) per l'alimentazione – midollo osseo e brodo di cottura compresi – e le corna per realizzare strumenti e utensili.

Qui per conoscere ricette sami ed eventualmente cucinare un pranzetto tradizionale.

I Sami sono un popolo indigeno e non una minoranza; chiaramente i Sami sono anche una minoranza all'interno dei vari stati in cui vivono, per esempio in Svezia, dove sono pochi rispetto alla maggioranza della popolazione svedese. Tuttavia, il diritto internazionale fa una distinzione rilevante tra le minoranze da un lato, e le popolazioni indigene dall'altro, che può essere riassunta così: i popoli indigeni, a differenza delle minoranze, hanno un legame strettissimo con le loro tradizionali aree d’origine. La definizione si attaglia perfettamente ai Sami, i cui tradizionali mezzi di sussistenza (allevamento delle renne, caccia e pesca), l'antico credo sciamanico e quello attuale, prevalentemente sincretista, sono direttamente collegati alla terra e alle zone d'acqua che i Sami abitano e utilizzano da tempo immemorabile.


Gumpi sami in territorio svedese
Purtroppo è tuttora impossibile stabilire da quanto tempo i Sami siano stanziali sul loro territorio: nonostante una cultura millenaria, l'assenza di memorie storiche scritte li rende un popolo potenzialmente perdente nell’ottenere il riconoscimento dei loro diritti.

I conflitti principali dei Sami sono contro i proprietari terrieri, una guerra che viene combattuta in tutti i territori polari, indipendentemente dai confini nazionali. I Sami sono soprattutto pastori e possedere territori di pascolo è fondamentale; una delle loro maggiori difficoltà è quella di impedire sconfinamenti (le greggi dei vari pastori competono fra loro per il cibo e per lo spazio), tanto che ogni allevatore distingue le proprie renne attraverso un marchio complesso apposto su entrambe le orecchie con minime differenze. L'unico modo per dichiarare «morta» una renna persa (ed eventualmente essere rimborsati dalle assicurazioni o dallo stato) è quello di poterne esibire le orecchie.

Il divieto di pascolare le renne in certe aree mina alla base la possibilità degli animali di sopravvivere all'inverno rigidissimo, quando gli animali vivono e si nutrono nelle aree boschive ricche di licheni che crescono sugli alberi. Il divieto decreterebbe la fine della sussistenza e dell’economia di questo popolo millenario.


Mungitura di una renna nel XIX sec. - da Wikipedia
Il mondo dei sami era molto chiuso. Gli allevatori erano una casta a parte, in cima alla piramide. L'aristocrazia. Erano grandi famiglie, che facevano il bello e il cattivo tempo […] Più in basso c'erano i giovani che avevano scelto di continuare gli studi. Erano piuttosto rari, il fenomeno era  recente […] Infine,  alla base della piramide, c'erano battaglioni di persone qualunque che non sapevano più se considerarsi sami, svedesi, norvegesi o finlandesi e che cercavano di sopravvivere con gli scarti del mondo dell'allevamento. i decaduti.                                 
 [Olivier Truc, L'ultimo lappone].  
La modernità entra prepotentemente nella vita degli allevatori Sami, separandoli in due gruppi: da una parte i pochi come Aslak, – uno dei protagonisti del romanzo di Truc – che scelgono di continuare a vivere in maniera tradizionale, abitando in una tenda sami,  o in un gumpi, spostandosi esclusivamente sugli sci, affidandosi al sapere tradizionale e alla profonda consonanza con la Natura imparata dagli antenati; dall'altra, la stragrande maggioranza dei pastori, che si adeguano considerando il «progresso» come un alleato che offre motoslitte per spostarsi senza rischiare il congelamento, e rifugi moderni, come i nuovi gumpi alimentati da gruppi elettrogeni.
da http://www.agamatour.it

Di recente, i conten- ziosi sul «pascolo delle renne» nello Härjedalen, una delle sei contee svedesi più popolate di Sami, sono stati risolti da un tribunale svedese; al termine di un iter processuale durato 18 anni, 40 proprietari terrieri sono stati condannati al pagamento di 190.000 € di spese processuali. Benché sconfitti, essi hanno però ottenuto un compromesso che stabilisce che i Sami rispondano dei danni che gli animali possono provocare alle colture. Il capo della comunità Sami si è dichiarato soddisfatto e si è augurato che questo sia l’inizio di una collaborazione tra due realtà così diverse, cosicché «le nuove generazioni possano assicurare una continuità con l’impegno dei loro padri, per il bene delle collettività e della natura che le circondano». La vicenda è quindi finita bene, ma sulla sentenza ha pesato il timore di un intervento dell'Onu contro la violazione dei diritti dei popoli indigeni.

Il legame tra Sami e renne resta fortissimo: in Svezia come nelle nazioni circostanti molti di loro sono morti insieme alle renne dopo il disastro di Cernobyl (26 aprile 1986);  attualmente ci sono ancora vittime di quelle contaminazioni.



Qui un  video  sulla vita dei Sami offerto da National Geographic.


Storia di una conversione forzata


tamburo sciamanico sami 

La religione tradizionale sami è lo sciamanesimo, tipico delle società animiste non alfabetizzate e imperniato intorno alla figura dello sciamano.

Tra le antiche divinità principali vi sono la Madre-Terra che governa le nascite e il Dio del tuono. I Sami credono all'esistenza di un'anima che, al momento del trapasso, si stacca dal corpo.

Uno dei temi presentati dal romanzo è quello degli attriti religiosi – oggi a basso voltaggio – tra i fautori delle antiche credenze animiste e i cristiani. Nei secoli passati si trattò di un vero e proprio conflitto teso all'assimilazione culturale dei Sami e alla cancellazione del loro modo di vita.

Le spedizioni missionarie per convertire i Sami al Cristianesimo cominciarono in particolare a partire dal XIII sec. e toccarono il loro apice nel XVI sec. come conseguenza della diffusione del Luteranesimo in Scandinavia. Mentre i coloni avanzavano – e con la scoperta di ricchi giacimenti minerari in Svezia – intere comunità sami vennero ridotte in schiavitù e obbligate dalle autorità ecclesiastiche ad abbandonare le pratiche religiose «pagane».
Nonostante i cambiamenti connessi ai nuovi modelli di insediamento, i Sami norvegesi mantennero le loro abitudini di vita semi-nomadi; questa resistenza, fra l'altro,  fa di loro un popolo e non una semplice minoranza etnica.

Nel 1716 nacque in Norvegia il Seminarium Lapponicum con i compiti di cristianizzare i Sami e di fornire loro un'istruzione scolastica, insegnando le Scritture in lingua sami. Questa iniziativa fallì per l'opposizione della maggioranza ecclesiastica, convinta che i Sami dovessero abbandonare i valori tradizionali, specialmente quelli legati ai riti pagani. Così iniziarono la ricerca, il sequestro e il rogo degli oggetti simbolici relativi alle antiche credenze (e talvolta anche dello sciamano che li possedeva), in particolare dei tamburi rituali, i runebomme, il cui uso da parte del noaide (sciamano) rappresentava il fulcro dei riti. Proprio con il tentativo violento di sequestrare un tamburo sacro inizia L'ultimo lappone, il romanzo di Olivier Truc.

La colonizzazione del territorio sapmi ricorda quella che investì il Nord America. Anche i Sami vennero considerati selvaggi da civilizzare a forza e da convertire. Le loro terre migliori, furono prese dai coloni, agricoltori o nuovi allevatori di renne. Anche i Sami, come gli Amerindi, furono piegati dalle malattie portate dai bianchi e dall'alcol: per ottenerlo si indebitarono con i mercanti scandinavi o russi, fino a perdere le greggi che garantivano la loro sopravvivenza. Popolo tradizionalmente mite, i Sami non si difesero attivamente come invece fecero gli indiani d'America.

La svolta giunse a metà del XIX sec. con la predicazione di Lars Levi Laestadius (1800-1861), un pastore luterano svedese di origine sami che fondò il læstadianesimo, il maggiore movimento religioso luterano revivalista dei paesi nordici. Laestadiadius conosceva il valore della trance sciamanica e anche per questo proibiva l'uso dell'alcol – che poteva indurla. Questo  precetto, per quanto diretto contro la religione animista dei  Sami garanti la salvezza a molti di loro: liberandosi dalla schiavitù dell'alcol essi si affrancarono da quella imposta dai mercanti.

Nel territorio Sami è attualmente particolarmente attivo il laestadianesimo conservatore, praticato dalla Chiesa luterana laestadiana (oltre che dai Firstborn Laestadianism attivi in nord America e dalla Apostolic Lutheran Church of America.

 

La dottrina di Laestadius


L'insegnamento centrale del Laestadianesimo conservatore è la remissione dei peccati: lo Spirito Santo entra in una persona permettendole di rinascere. Secondo la dottrina, Dio perdona tutti i peccati quando essi sono stati perdonati. La fede è considerata un dono di Dio, come opposto a qualcosa ottenibile con la ragione o altri mezzi. I fedeli credono che Dio abbia dato il dono della fede a ogni neonato del mondo. Il battesimo viene visto come patto tra Dio e ogni umano. Un umano caduto dalla grazia del battesimo può riavere il dono della fede attraverso il pentimento, che include la penitenza per i peccati commessi, la fede nella bibbia e nel vangelo come assoluzione dei peccati (come insegnò Lutero) e la comunione che rafforza la fede del credente. Il regno di Dio può essere scoperto sulla terra in accordo con gli insegnamenti di Gesù. Spesso i laestadiani conservatori hanno grandi famiglie perché considerano la contraccezione un peccato. Essi non possiedono la televisione in casa a causa dei programmi offensivi e peccaminosi. Non consumano alcol non sentono musica pop. Lo zelo missionario dei laestadiani e le conseguenti ingerenze nella vita privata dei fedeli e dei possibili convertiti è evidente in alcuni episodi del romanzo. Tutti i predicatori sono uomini.


Il processo di colonizzazione, l'imposizione di nuove abitudini, l'esproprio forzato dei terreni da pascolo, l'abbrutimento dovuto all'acol e, finalmente, l'acquisita consapevolezza dell'identità sami prima grazie al laestadianesimo, poi grazie alla sedizione contro le autorità svedesi e norvegesi è stata rappresentato nel film del 2008 «La rivolta di Kautokeino» del regista Nils Gaup che narra la ribellione, proprio a Kautokeino,dove si svolge il romanzo di Truc, di un gruppo di sami nel 1852, contro il mercante locale e il suo alleato pastore luterano. La ribellione fu sedata dalla forza pubblica con l'arresto di molti sami che moriranno in prigionia e la condanna alla decapitazione dei due capi della rivolta.

Nel discorso tenuto nel 1997 in occasione dell’apertura ufficiale del Sámediggi re Harald V di Svezia dichiarò:  «Lo Stato norvegese è stato fondato sul territorio di due popoli – quello sami e quello norvegese. La storia sami è strettamente intrecciata con quella norvegese. Oggi, vogliamo esprimere il nostro rammarico a nome dello Stato per le ingiustizie commesse contro il popolo sami attraverso la dura politica di norvegesizzazione»

Per ulteriori informazioni su lingua, cultura, religione e colonizzazione dei Sami cliccate

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Qui invece troverete fotografie e ulteriori notizie di prima mano in un blog di grandi viaggiatori


Nelle prossime puntate:

L'Oltremondo. Trance sciamanica e altri viaggi
La parola a Olivier Truc: Traduzione dell'intervista di Sofy Peugnez, libraia, a Olivier Truc

sabato 1 febbraio 2014

le storie nelle storie: una lettura di stagione

Alcuni mesi fa ho acquistato un romanzo noir di Anne Perry che mi aveva incuriosito sia per il titolo, Il fiume mortale, sia per l'ambientazione. La storia, infatti, si svolge nella Londra vittoriana che già conosciamo grazie a un gran numero di romanzi, film, graphic novel e videogiochi ma,  diversamente dal solito, i personaggi non percorrono le ormai consuete vie nebbiose, illuminate dai lampioni a gas, bensì le acque del Tamigi e le fogne maleodoranti della capitale. La vicenda, poi, è ben inquadrata in anni molto particolari della storia urbanistica di Londra, che segnarono cambiamenti profondi con risvolti economici, sociali, politici e culturali.
Ma cominciamo questa «storia nella storia» dall'inizio.

Londra vista dal basso
Fino alla seconda metà dell'Ottocento a Londra lo smaltimento dei rifiuti e delle acque fognarie costituì un vero problema. Mentre gli antichi Romani risolvevano il problema nella maniera efficace e funzionale che ben sappiamo, dopo il crollo dell'Impero per molti secoli i rifiuti solidi e liquidi e  gli escrementi umani vennero gettati direttamente nel Tamigi oppure sulla strada – uomini e donne, anche di status sociale elevato utilizzavano i vicoli per fare, all'occorrenza, i loro bisogni – e quindi trascinati nel fiume dalla pioggia.
È del 1290 la prima segnalazione storica delle conseguenze di questo sistema malaccorto di eliminazione: i Carmelitani inviarono in Parlamento un'interpellanza lamentandosi dei miasmi che, risalendo dal Tamigi, riuscivano a coprire l'odore dell'incenso acceso in chiesa. Le attività di una commissione cittadina, riunita nel 1427 per migliorare l'aria londinese, si risolsero in un esempio di corruzione e inefficienza.
A inizio Ottocento il quadro della situazione fognaria londinese era sconsolante: nella capitale esistevano circa 200.000 pozzi neri che non venivano praticamente mai spurgati, perché l'elevato costo dello svuotamento gravava completamente sul singolo cittadino. Proprio in quegli anni cominciò a diffondersi l'uso delle sciacquone, aumentando così il volume di acqua e di rifiuti gettati nei pozzi neri, rendendo l'aria più irrespirabile e soprattutto facendo straripare le conduttore nelle strade, dove già venivano scaraventati gli scarichi di macelli e fabbriche… e tutto quanto finiva nel Tamigi. 
Infine, nel 1815 venne autorizzato lo scarico della rete fognaria direttamente nel fiume.
Purtroppo, oltre che essere lo sbocco dell'intero sistema fognario di Londra, il Tamigi era anche il naturale fornitore di acqua della capitale... Nulla di strano, quindi, nel fatto che Londra venisse colpita da una serie di epidemie di colera e febbre tifoide.
All'epoca, il colera – diffuso in Inghilterra fin dal 1832 – era ancora una patologia con cause ignote, anche se si propendeva per la teoria miasmatica, secondo la quale la malattia si sarebbe diffusa per via aerea. In verità Filippo Pacini scoprì il Vibrio cholerae nel 1854, ma la comunità scientifica aspettò altri trent'anni, fino alla sua riscoperta da parte di Robert Koch, per prenderne atto. 
 A causa del doppio ruolo del Tamigi, a Londra le vittime del colera furono percentualmente quasi quattro volte più numerose che nel resto del paese.

La Grande Puzza
Nel 1858 a Londra si verificò un evento ricordato come «Grande Puzza» (Great Stink). L'estate fu insolitamente calda e la portata dell'asta del Tamigi (il fiume e i suoi numerosi affluenti) si ridusse notevolmente, tanto che a luglio il fiume conteneva poca acqua sulla quale galleggiava letteralmente di tutto: escrementi, carogne, frattaglie dei macelli, scarti delle fabbriche e cibo andato a male. Secondo la descrizione di Benjamin Disraeli, Cancelliere dello Scacchiere, il Tamigi era «una puzzolente pozza stigia di ineffabile e insopportabile orrore». 
 
vignetta satirica del Punch (18 June 1859): Padre Tamigi invita i londinesi a bagnarsi nelle sue acque puzzolenti
La Puzza si diffuse ovunque: alla Camera dei Comuni si cercava di tenerla a bada con tende imbevute di cloruro di calcio, il Parlamento e il Palazzo di Giustizia furono evacuati in altre cittadine a monte del fiume. Finalmente, nel primo autunno, giunse la pioggia a diluire tutta quella porcheria. La Camera dei Comuni istituì un nuovo Comitato che, fedele alla teoria dei miasmi, decise di ampliare la rete fognaria seguendo un costoso progetto del famoso ingegnere vittoriano Joseph Bazalgette (l'indagine narrata da Anne Perry parte proprio da alcune gravi irregolarità riscontrate durante i lavori di scavo).
Grazie all'opera di Bazalgette, involontariamente e partendo da una teoria sbagliata, il Comitato riuscì a sbloccare la situazione rendendo la rete idrica di approvvigionamento non più contaminata. Lo si potrebbe definire un caso di serendipità.
Nel 1886 una nuova epidemia di colera infuriò soprattutto nell'East End ma si scoprì che le acque inquinatissime del fiume Lea contaminavano i serbatoi dell'acquedotto. E finalmente, pur continuando a ignorare l'esistenza del vibrione, venne dimostrata una volta per tutte l'origine idrica delle epidemie di colera.
L'attenzione finalmente dedicata al sistema fognario della capitale portò alla luce del sole una serie di lavori connessi alla manutenzione e allo sfruttamento delle fogne e svolti, manco a dirlo, dai ceti sociali più bassi. Il romanzo dedica molta attenzione a queste attività, facendo di alcuni di questi lavoratori dei veri comprimari.
Vediamoli da vicino.

Campare là sotto
I Toshers, ovvero gli estirpatori, scavavano nelle fogne per recuperare oggetti di valore. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, oggi quest'attività non è affatto caduta in disuso: nelle nostre estesissime aree metropolitane, New York per fare un esempio, molti sopravvivono dedicandosi al Mongo (un termine slang americano che potremmo tradurre «monnezza»). Come Guido Viale ricorda nel suo bel volume La civiltà del riuso, tra i tanti recuperatori di risorse finite nelle fogne esistono i «cacciatori di tesori», tosher che inseguono gioielli e oggetti preziosi. Ai tempi della Grande Puzza il lavoro di tosher era praticamente ereditario: intere famiglie vi si dedicavano, e i loro membri spesso sviluppavano una immunità alle malattie provocate dalle acque contaminate. I toshers più giovani venivano definiti Mudlark (allodole del fango).
Scuff, uno dei personaggi della Perry, è una sorta di mudlark, campa raccattando «tesori» nelle fogne o chiedendo l'elemosina nei quartieri a ridosso del Tamigi e ogni tanto incrocia la strada di Monk, il poliziotto protagonista della storia, dandogli qualche dritta, più per magnanimità che per convenienza. Perry lo descrive così:

Dimostrava all'incirca nove anni, per quanto fosse possibile vedere il suo volto attraverso la sporcizia. Indossava una giacca lunga e strani scarponi, ma perlomeno non camminava a piedi nudi sulla pietra ghiacciata.[...] Come faceva un monello come Scuff – così magro da essere ridotto soltanto pelle e ossa – a sopravvivere?

Altri frequentatori delle fogne erano i Nightsoils che producevano concime raccogliendo sterco, soprattutto ma non solo canino, dalle case e dalle fattorie fuori Londra. Da un documento dell'epoca risulta che almeno 300 londinesi svolgessero a tempo pieno quest'attività. Con l'espansione della capitale, però, le fattorie diminuirono e divennero sempre più lontane, quindi il prezzo del letame cominciò ad aumentare. Il colpo finale a questo genere di lavoro fu la crescente importazione di guano dal Sud America, negli ultimi decenni del XIX secolo. Tolti di mezzo i nightsoils, aumentarono enormemente  i rifiuti che colavano lungo le strade, giungendo fino al Tamigi.
I Flushermen («dilavatori») erano impiegati comunali addetti al lavaggio dei rifiuti e di tutto ciò che avrebbe potuto bloccare il flusso di acqua nel nuovo sistema fognario. Indossavano pesanti cappotti , grandi stivali di pelle alti fino alla coscia e cappelli a tesa larga.
I Rat-catchers ("acchiapparatti") erano assunti dal Comune per catturare i ratti che vivevano nel sistema fognario sotterraneo, prevenendo così le epidemie. Veri professionisti, talvolta aiutati da un cane, gli acchiapparatti erano malpagati ma fondamentali, ed erano depositari di conoscenze tramandate di generazione in generazione sulla struttura della Londra sotterranea. Sutton, uno dei primi personaggi a scorgere il pericolo di intervenire sul sistema fognario con i nuovi potenti macchinari è un acchiapparatti molto esperto e va e viene dalle fogne insieme al suo cagnolino Snoot:
Sutton è un uomo smilzo, non molto più alto di Hester, la intraprendente moglie di Monk, alla quale comunica i propri timori su ciò che avviene nel sottosuolo:

Ci sono sorgenti e corsi d'acqua dappertutto. Londra è quasi interamente costruita sull'argilla (gli strati di argilla sono impermeabili e quindi impediscono all'acqua di scendere in profondità, così l'acqua piovana resta sotto la superficie [N.d.R.]) […] l'ho saputo da mio padre. Era un accattone, uno dei migliori. Conosceva tutti i fiumi sotto la città, da Battersea a Greenwich, e anche la maggior parte dei pozzi […] Non intendo quelli da cui tiriamo fuori l'acqua […] Intendo quelli che sono chiusi e che non conosce nessuno. […] ci sono centinaia di manovali impegnati a scavare. Ce ne sono da anni, tra una galleria e l'altra per le fognature, le strade, i treni […] è un lavoro duro e pericoloso e ci sono sempre stati incidenti. Fa parte della vita. Ma le cose sono peggiorate da quando sono iniziati i nuovi scavi e tutti cercano di guadagnarci. […] Stanno usando dei macchinari sempre più grandi e lavorano sempre più velocemente a causa della fretta (come accade anche oggi, le ditte appaltatrici dovevano rispettare stretti tempi di consegna [N.d.R.]), e non si prendono la briga di scoprire dove si trovano tutti i corsi d'acqua. … […] Gli ingegneri ci sapranno anche fare con tutti i tipi di macchinari e di progetti, ma ignorano cosa c'è laggiù che serpeggia e gocciola, nascosto da centinaia di anni.

The rat-catcher and his dogs - Thomas Woodward, 1824

Per salvare Londra
Il progetto di Joseph Bazalgette prevedeva la costruzione di 134 km di collettori principali in mattoni nei quali sarebbero stati canalizzati i reflui provenienti da intercettare 1.800 km di fognature stradali. Gli scarichi vennero poi deviati nel Tamigi, a valle di Londra. Bazalgette sovrastimò volutamente le necessità del tempo: per calcolare il diametro dei tubi collettori sotterranei considerò il massimo livello raggiungibile dalla popolazione e tenne in conto per ogni londinese il massimo quantitativo di liquami producibile, i calcolò il diametro teorico e lo raddoppiò, per tener conto di eventuali imprevisti. Se non avesse raddoppiato il diametro, negli anni Sessanta del Novecento il sistema fognario sarebbe entrato in crisi, invece funziona benissimo tuttora: oggi i londinesi nuotano nel Tamigi e possono pescarvi molti pesci, trote comprese. 
Come Anne Perry ci racconta in Fiume mortale, grazie all'ammodernamento delle fogne, come a numerose altre «grandi opere»,  la vita politica ed economica della capitale inglese venne attraversata da un enorme flusso di denaro che portò con sé corruzione, concussione, risparmi ignobili sulle materie prime utilizzate per la costruzione e quindi pericoli per i lavoratori e per gli abitanti dei quartieri interessati. 
L'Italia degli ultimi decenni, insomma, non ha inventato niente. 
«Territori separati, assegnati alla miseria»
Friedrich Engels
Così Engels definì i quartieri abitati dagli operai, dai contadini inurbati, dal sottoproletariato delle città vittoriane. 
Definizionr perfetta per le zone più degradate dell'East End londinese della seconda metà dell'Ottocento: un'area situata ad est della City e a nord del Tamigi. l'East End è sempre stato un agglomerato di quartieri poveri, punto d'arrivo di immigrati giunti da ogni parte d'Europa, nel quale si è sviluppata nel tempo un'urbanistica misera e disordinata. Dell'East End facevano (e fanno tuttora) parte quartieri come Whitechapel, Mile End, Bethnal Green, Hackney, Bow e Poplar, Wapping, Aldgate, Limehouse, Shadwell e Stepney.
Whitechapel è proprio il cuore dell'East End ed è simmetrica, rispetto alla City con cui confina, al West End, la vasta area elegante verso cui negli ultimi due secoli si è spostato il centro di Londra e il cui cuore è Westminster.
Dal punto di vista urbanistico l'East End era costituito da vicoli larghi come corridoi, piccoli e sporchi, che formavano una fitta rete di collegamenti tra gli edifici e le strade. Per accedere a un'abitazione si doveva prima percorrere alcuni cunicoli aperti a chiunque, che finivano spesso in bui cortili interni. La gente che viveva a Whitechapel campava di espedienti, spesso non possedeva un’abitazione vera e propria e talvolta nemmeno i soldi per affittare una camera e perfino un letto per la notte. Le porte di stanze e abitazioni non venivano chiuse a chiave e chiunque poteva entrare da una parte ed uscire all’altro capo del quartiere passando inosservato, come dimostrò Jack The Ripper una ventina di anni dopo la Grande Puzza. 
 
White Chapel acquaforte 1850
Di giorno nei cunicoli avveniva ogni genere di transazioni, soprattutto illegali, dallo scambio di refurtiva alla compravendita di alimenti rubati, Di notte diventavano il luogo di lavoro di numerosissime prostitute, ragazze delle campagne intorno a Londra che non erano riuscite a trovare o a tenersi un lavoro, mogli fuggite alle angherie dei mariti, vedove senza risorse ecc.
In epoca vittoriana vennero effettuate grandi ristrutturazioni urbanistiche: Il vecchio centro cittadino con i suoi slum venne in parte eliminato con le grandi opere edilizie di Trafalgar Square, l’apertura di New Oxford Street, l’anello di strade tra Charing Cross Road, Shaftesbury Avenue e Victoria Street. Le zone più eleganti di Londra divennero così il West End, Oxford Street e Knightsbridge.
Nonostante questo e la ricostruzione del sistema fognario cittadino, la situazione sanitaria dell'East End non migliorò. La sua vicinanza al cuore della città era una sorta di spina nel fianco dell'Amministrazione di Londra, sia per la criminalità che vi regnava, sia per il potenziale di rivolta sociale insito nella miseria in cui viveva la sua popolazione.

Chi era questa gente?
Alle origini dell'East End ci fu una serie di piccoli insediamenti lungo il Tamigi, circondati da boschi e campi. Questi villaggi garantivano assistenza alle navi da carico mercantili e alla Marina Reale. Questa fu l'origine dei Docks di Londra e della Pool of London, l'area portuale che si sviluppò accanto alle industrie già esistenti.
Il flusso migratorio iniziò nel Seicento e non è mai cessato: prima arrivarono gli Ugonotti francesi, poi gli irlandesi e gli ebrei e, nel Novecento, le popolazioni del Bengala indiano e dell'odierno Bangladesh. Lo sviluppo demografico arrivò in particolare nell'Ottocento. 
Ai tempi della prima rivoluzione industriale arrivarono dalle campagne ragazze che cercavano lavoro come cameriere, cucitrici, operaie. La meccanizzazione degli impianti delle fabbriche provocò disoccupazione ovunque e sfruttamento bieco di donne e bambini come manodopera sottopagata. La loro settimana lavorativa era di circa 70 ore. Le ore giornaliere da otto a quattordici. Per i bambini la scuola era un miraggio: anche il loro salario bassissimo era provvidenziale per queste famiglie. 
 
Charles Booth
Grande valore di testimonianza e di denuncia ebbero, quindi – negli anni Ottanta dell'Ottocento – gli studi statistici di Charles Booth, armatore e scrittore socialmente impegnato. Booth iniziò la propria indagine nel 1886, dopo un'insurrezione delle classi più povere di Londra e lavorò incrociando due tipi differenti di dati: quelli derivati da interviste dirette dei cittadini effettuate da un team di ricercatori e e quelli ottenuti consultando i registri ufficiali istituiti con il Compulsory Education Act del 1877 per raccogliere informazioni sulle famiglie dei bambini più poveri.
Per rappresentare i dati ottenuti i ricercatori utilizzarono due indicatori: uno qualitativo, il «disagio da condizioni di occupazione» e uno quantitativo, il «disagio da reddito». Alla definizione dei due indicatori non concorreva soltanto il valore monetario ma anche dati sociologici e urbanistici, come la qualità delle abitazioni, il tipo di lavoro e la sua regolarità. La miseria e la povertà vennero distinte e definite per la prima volta. 
 
Vennero così definiti otto livelli di indigenza:


CATEGORIA
CLASSE
A - nero
Infima
B - blu scuro
Poverissima
C - azzurro
Povera
D- azzurro
Povera
E - rosa
Lavoratrice ben pagata
F - rosa
Lavoratrice ben pagata
G - rosso
Media inferiore
H - giallo
Media superiore



I risultati vennero pubblicati nel 1889 nella Descriptive Map of London Poverty: il 30,2% della popolazione di Londra viveva al di sotto dei limiti della povertà. Significativamente, la rigida divisione cittadina in classi socio-economiche era sovrapponibile alla distribuzione geografica dei quartieri londinesi. Il divario tra West End e East End risaltava nettissimo, le zone di maggiore povertà risultarono Old Kent Road e Whitechapel Road.
Per avere un'idea più chiara della situazione dell'East End, delle rivolte causate dalla povertà e dal disinteresse dello Stato, ma anche della variegata provenienze della popolazione del quartiere, vale davvero la pena di leggere un saggio  su Jack lo Squartatore scritto da di Paul Begg, documentato e curatissimo, per nulla splatter e, a tratti, davvero sorprendente, che non si propone di risolve il mistero dell'identità di Jack, ma piuttosto quello di ricostruire il milieu socio-culturale della Londra di allora, potere dei media compreso. 
Potete trovarne una mia recensione qua


Il romanzo di Anne Perry tocca anche un altro tema, che meriterebbe di essere approfondito, quello del destino del waste, ossia del rifiuto – nel suo significato di materiale che non andrebbe sprecato (gli accattoni del romanzo si occupano proprio di riutilizzarlo) – dalla prima Rivoluzione industriale al tardo capitalismo odierno, la nostra storia sociale ed economica è continuamente accompagnata dal tema dei rifiuti, sui quali campa moltissima gente, dai cercatori di mongo, agli abitanti delle favelas di mezzo mondo – quella metà nella quale il nostro Primo mondo invia i rifiuti dei quali si vuole liberare a basso prezzo – ai vari trafficanti di rifiuti tossici che li portano a destinazione o che, in Italia, li seppelliscono nelle zone più belle (e purtroppo meno controllate) del nostro Paese.
Impossibile non accostare le immagini dei mudlarck vittoriani e quelle dei bambini che frugano a loro rischio e pericolo nelle montagne di rifiuti tossici elettronnici incendiati per recuperare piccole porzioni di rame, nichel e altri metalli: allora come oggi l'arte del recupero è affidata ai più indifesi dei fuori casta.


da Greenpeace
Infine, cercando notizie su Anne Perry, ho scoperto che si tratta di uno pesudonimo e che il vero nome dell'autrice è legato a vicende tragiche e inquietanti, trasposte sullo schermo – con asciutta efficacia e sensibilità – dal regista Peter Jackson nel film Creature del cielo (1994).
Legare la scorrevole e interessante lettura di Il fiume mortale a quella vecchia storia non ha alcun senso. La vicenda, però, fa pensare e, chissà, potrebbe essere il tema di un altro post. 

Ringrazio i blogger Silvia Marra e Lorena di Nola  e Stefano Ratto per le informazioni fornite nei loro blog.
Ulteriori notizie qui


Letture consigliate:


Paul Begg: Jack LoSquartatore, la vera storia
Utet 2006 p. 314, ill. € 23,50
trad. D. Pantieri

Guido Viale: la civiltà del riuso
Laterza, 2010, pp. 138, € 14,00