giovedì 29 gennaio 2009

Come un gatto al sole

Oggi, finite le lezioni, ho camminato tranquilla fino a casa, leggendo un altro racconto di Peter Cameron, Paura della matematica, storia di una ragazza che acquista coscienza di sé e sicurezza riuscendo a superare un esame di analisi matematica. Ho pensato che sarebbe bello riprendere a studiare, confrontarsi con difficoltà superabili e poi essere valutati su un libretto con un numero soddisfacente accompagnato da una firma.

Poi ho pensato che avrei voluto scrivere di questo sul blog e mi sono preoccupata.

Quando ho iniziato il blog, in realtà, non ero pronta. Ero pronta a scrivere argomentando pensieri e considerazioni, a parlare di libri, a riflettere razionalmente sui processi della scrittura e della lettura. Ma non a parlare di me direttamente, a riflettere su di me ad alta voce, a cercare risposte ai miei dubbi in pubblico. Quando scrivo storie parlo di me, ovviamente, di ciò che credo e che sono, o che vorrei essere, perfino di ciò che ho paura di essere. Ma sulla pagina, sul monitor, tutto viene rivestito di parole, gli spigoli si smussano, le forme sfumano, punte e lame sono meno dolorose. Scrivere di me più direttamente mi è impossibile, probabilmente temo la mia vena teatrale, alla quale allento il guinzaglio soltanto quando insegno (un docente ha l'obbligo di recitare un po'). E detesto gli autori che si abbandonano alla teatralità, all'autobiografismo inconsapevole, perché sono convinta che chi lo fa va – metaforicamente – soltanto là dove è già stato, lungo strade che conosce bene, senza trovare sorprese. Quando rileggo ciò che ho scritto tolgo quasi sempre, difficilmente aggiungo, nella convinzione (che forse serve soprattutto a proteggermi) che non occorra rivelare troppo, che leggere sia un processo attivo e che il lettore deve prendersi la responsabilità di prestare alla storia le proprie esperienze, la propria sensibilità. Ma in questi mesi non scrivo, non ho nulla da togliere e molto poco da mettere, tengo fuori dalla scrittura una gran parte dei miei pensieri.

Il 2008 mi ha regalato una nuova dimestichezza con la fragilità umana, con la fine. Una questione di età, certamente, il momento in cui ti accorgi che i genitori invecchiano, si allontanano dal mondo attivo e dalla realtà, dimenticano e contemporaneamente si attaccano con più forza ai ricordi, e talvolta la comunicazione con loro si concentra sui gesti, le parole si perdono. I compagni, gli amici, si rivelano più vulnerabili, si conosce una nuova paura del cambiamento, che è negativo più spesso che in passato. E capita che per mesi sembri di essere in trincea, che la guerra non finisca mai, che quando il nemico sembra battuto si rialzi e ricominci a sparare. Sono mesi strani, bui ma solcati dalla luce abbagliante della consapevolezza, dalla scoperta folgorante di ciò che è superfluo e ciò che è veramente essenziale. Non senti la stanchezza, la necessità ti tiene in piedi, Alla domanda “la ferita ti fa male?”, potresti davvero rispondere “Soltanto quando rido”, tanto non hai mai voglia di ridere.

Poi, quando l'emergenza passa, e avresti occasione e tempo e voglia di ridere, ti rendi conto che ridere non vien più bene come prima. Ti consoli pensando che questa volta hai fatto le cose abbastanza bene, non hai perso troppo la testa, c'eri sempre quando ti chiamavano, non dimenticavi quasi niente. Eppure non è in tuo potere appianare le difficoltà, cancellare il malessere, la paura tua e di quelli che camminano con te.

Ci vuole tempo, immagini. Intanto sarebbe sufficiente sonnecchiare al sole su un muretto, come un gatto. Ma la maggior parte delle volte o piove o qualcuno ti obbliga a scendere dal muretto. Pazienza, tanto anche stando con gli occhi chiusi sotto il sole non riusciresti a portare il silenzio nella tua testa. E senza silenzio i pensieri diventano una giostra e non è possibile scrivere…

Però, oggi, ho camminato al sole leggendo la visione di un altro e mi sono stata bene. Probabilmente sono il genere di gatto che invece di sonnecchiare preferisce dar la caccia alle lucertole.

mercoledì 28 gennaio 2009

I libri tristi dicono così tanto...

Ho appena terminato di leggere Sunset Limited, un breve dramma di Cormac McCarthy.

Svolta in forma teatrale, la vicenda si svolge nella stanza di un caseggiato popolare di New York: quartiere povero, appartamento povero, chiavistelli ovunque perché i vicini sono variamente dipendenti da alcool e droghe e arraffano tutto ciò che possono per tirar su due soldi. Sedute al tavolo di cucina due persone dialogano; di loro sappiamo soltanto l’essenziale. Bianco uno, nero l’altro. Il primo professore e ateo, il secondo ex galeotto illuminato da Dio. La loro conoscenza è recentissima: poco prima il nero ha agguantato il bianco mentre si lanciava sotto le ruote del Sunset Limited, un treno per pendolari; se l’è portato a casa e sta cercando di salvarlo. Per convincere il bianco a desistere dai suoi propositi il nero vede un solo modo: avvicinarlo a Dio. Il dialogo è uno scontro pacato fra due visioni del mondo. Ho cominciato la lettura spinta dalla curiosità che provo sempre verso una narrativa tanto ambiziosa da volersi confrontare con simili assoluti. Se scrivere storie significa soprattutto seminare dubbi, farlo facendo collidere la relatività del reale con la visione assoluta di un vero ateo e/o di un credente è un’impresa che, se condotta in maniera rigorosa, può approdare a risultati grandiosi; un nome per tutti: il Dostoevskij del Grande Inquisitore. Probabilmente, però, parte di questa propensione mi viene dall’educazione: ateo convinto (con una forte vena mistica) lui e sostanzialmente agnostica lei, i miei genitori scelsero di iscrivermi a una scuola religiosa: il mio apprendistato «strabico» al mondo è tra le cose più preziose che ho.

Come se la cava McCarthy nella grande sfida? Da dio, verrebbe voglia di rispondere. Intanto si tiene ben lontano dalle ovvietà: il nero non è un fanatico, le sue opinioni sul mondo e su Dio sono assai eterodosse e farebbero sussultare più di un uomo di chiesa; soprattutto non è un’anima candida, guarda il mondo dal basso e senza illusioni, semplicemente lo accetta con una profondità di sguardo che forse manca al suo interlocutore. Animati entrambi dall’onestà e dalla passione di McCarthy, i due duellano in punta di fioretto, senza animosità, con stima. Se non riescono a incontrarsi a mezza strada è solo perché le loro posizioni sono mutamente esclusive: o l’ordine forse non comprensibile del disegno divino o l’entropia senza scopo.

Leggendo le prime pagine nutrivo la recondita convinzione di stare dalla parte del professore: se interrogata su Dio, darei la medesima risposta data da Laplace a Napoleone: «non mi serve questa ipotesi, maestà». Inoltre ritengo lo zelo missionario pericoloso (di qualunque colore religioso politico sia) e detesto chi vuole salvarmi mio malgrado. Invece, a sorpresa, non mi ha convinto nemmeno il professore, nonostante il fascino del suo nichilismo. Il mondo visto con i suoi occhi pare sbiadito e privo di profondità; che non ami i suoi simili non è un problema (amarli non è certo un obbligo) ma gli manca la curiosità, non riesce più a percepire la natura umana che tutti ci accomuna. Non è simpatico, questo professore, anche se la sua dialettica è incisiva e la sua amarezza comprensibile, in parte condivisibile.

Al di là dell'interesse che suscita il "duello" tra i personaggi di Sunset Limited, magnificamente condotto dall'autore, il testo mi ha spinto a interrogarmi su quale legame intercorra tra chi scrive e le persone che incontra per strada, non i famigliari, gli amici, i conoscenti più stretti, ma la gente, intesa come categoria generale. Un rapporto di parassitismo (ti osservo mi approprio dei tuoi gesti, delle emozioni che immagino stiano dietro i gesti ecc.)? Una genuina curiosità? Una forma di solidarietà a distanza, che è possibile vivere in sicurezza, senza essere direttamente coinvolti? Un esperimento in corpore vili?

Mi accorgo che anche il post precedente, in fondo, ruotava sempre intorno alla medesima domanda: perché (de)scrivere? Probabilmente mi accade perché nelle ultime settimane – oltre a condurre in porto il racconto per Fata Morgana 12 – ho soprattutto letto e riletto gli altri racconti di Fata, e li ho letti per lavoro, correggendo le bozze e impaginando, insomma cercando il pelo nell'uovo. Un lavoro che non è affatto arido quanto può sembrare e che, oltre all'occasione di studiare diverse tecniche e modalità di scrittura, mi offre la possibilità di vedere la gente con altri occhi, ma in maniera finalizzata, stando in guardia, diciamo, invece di abbandonarmi alla lettura come farei leggendo testi pubblicati da altri. Così a ogni pagina mi chiedevo: il gesto descritto, è proprio "autentico"? È così che si comporta la maggior parte della gente? Ma esiste una maggior parte della gente? Una strana esperienza, in fondo, riprovata in maniera estremamente intensa leggendo McCarthy.

In realtà non è stata l'unica: nel poco tempo libero rimasto sono incappata in un testo altrettanto interessante e insolito (Il silenzio di Mosca, di Marina Jarre) e in una serie di pagine sparse che, tutte quante, sembravano congiurare per obbligarmi a confrontarmi con il tema della morte. Perfino l'ultimo racconto che ho letto: Il mondo del ricordo, di Peter Cameron, bellissimo. Ma questo sarà il soggetto del prossimo post.


martedì 6 gennaio 2009

Effetti collaterali della scrittura

Sì. E' vero. Scrivere per legare il passato e il presente, per sognare (anche sotto forma di incubo) il futuro. Per mettere ordine. Perché altrimenti la vita resta soltanto una collezione di istantanee.
In questo senso, ognuno si "riscrive", continuamente, si racconta a se stesso, cambia il passato (che non è mai dato una volta per tutte) guardandolo ogni volta con occhi diversi. Per questa forma di scrittura carta e penna non servono, anche se occorre almeno un ascoltatore: noi stessi.
Però scrivere, scegliendo le parole e indirizzandosi ad almeno un lettore sconosciuto, è un atto non semplicemente privato, che ha altri effetti collaterali, oltre a produrre una storia che qualcun altro forse leggerà e ricorderà.
Sono questi effetti collaterali che cerco di indagare. Per ora riesco soltanto un paio di osservazioni che non so dove mi possano portare. Forse, con qualche contributo, riuscirò a scoprirlo.

1) esistono forme spurie di scrittura narrativa che lo "scrittore consapevole" probabilmente non considera tali. Mi riferisco ad esempio ai tanti blog gestiti da adolescenti. I loro e non i nostri, perché noi usiamo artifici e filtri, e non riversiamo in rete, a caldo e direttamente, le nostre emozioni. Guidata dalla "mia" adolescente, mi son resa conto che gli autori di questi blog si narrano, oltre che mettere in scena se stessi. E narrarsi, se fatto onestamente, è qualcosa di più, è anche riflessione, è cercare di vedere.
Ciò che mi incuriosisce è che sia una narrazione corale, alla quale gli altri contribuiscono un po' come possono, secondo l'umore, la sensibilità, le esperienze. Non è "scrittura" in senso classico, guidata da un progetto e dalla ricerca di una struttura, e non vuole nemmeno esserlo, ma aiuta ad affinare la sensibilità e a cercare le parole. Lega ieri e ora, pre-sente il futuro, può mettere ordine.
2) Non potrei mai scrivere così, in pubblico. Quando avevo la loro età scrivevo diari, o meglio libri di bordo, testimonianze di viaggio, insomma. E non avrei mai dato quelle pagine in mano a qualcuno: né coetanei, né adulti. Ma io ero un'asociale.
Però non vorrei sottovalutare le larve di scrittura che emergono tra esibizioni, scemate divertenti, spacconate e rifiuti che ancora adesso riesco a condividere.
3) Così mi chiedo: lo sguardo dello scrittore è indissolubile dalla scrittura o esiste a priori? Insomma, quello sguardo, di per sé è un "valore aggiunto" che ci permette di vivere meglio, di comprendere, o si attiva soltanto quando scriviamo? Occorre prima imparare a scrivere (leggendo certi autori risponderei immediatamente "sì!") e poi imparare a guardare?

lunedì 5 gennaio 2009

E' indispensabile scrivere?


In questi mesi complicati sono passata, insieme alla mia famiglia, da un'emergenza all'altra: problemi di salute, gestione complicata della quotidianità, rapporti difficili con un'adolescente entusiasmante ma ovviamente problematica. E fin troppo intelligente.
Niente di strano che non sia riuscita a scrivere per mesi se non poche recensioni e relazioni scolastiche, ovvero la negazione della Scrittura. Anche la lettura ha latitato: troppo occupata per leggere di giorno, troppo stanca per leggere di notte, mai in grado di concentrarmi a sufficienza da fare due cose per volta, tipo leggere durante una riunione noiosa, o camminando su percorsi sicuri. In conclusione un appiattimento della vita mentale, un elettroencefalogramma quasi piatto.
Questo dimostrerebbe che senza leggere (e scrivere) divento stupida, non riesco più a pensare. Soprattutto rispetto all'adolescente, mi sto convincendo che se avessi potuto leggere e scrivere (e quindi pensare) avrei capito prima diverse cose. Forse scrivere non è indispensabile (potrei fare dozzine di nomi di autori che potrebbero benissimo astenersi...)ma leggere di sicuro sì.
Ma scrivere aiuta a vivere (quando non consente di guadagnare la pagnotta, intendo)? Aiuta a comprendere meglio il mondo come fa la lettura?
Domanda assurda, probabilmente, che merita soltanto risposte sceme da finto genio incompreso. Ma facciamo finta che sia possibile (e utile) rispondere.
Quali attitudini risveglia l'esercizio di scrivere?
Osservare, innanzitutto.
Trovare le parole per dire ciò che si vede. Ciò che si prova.
E forse, anche ciò che provano gli altri.
Esercitare il distacco. Il dubbio appunto.
Accostare le emozioni di lato (a meno di non scrivere diari noiosissimi con noi stessi come unici protagonisti).
Spostare le emozioni, il "sentire" da qualche altra parte per osservarle meglio, e in questo il fantastico e più in generale la letteratura di genere, con le sue regole, aiuta molto.
Ho sentito molto la mancanza di tutto questo, ma semplicemente riversare sulla pagina il vissuto che incalza è pessima scrittura (a meno di non essere geni, ovviamente).
E poi c'è sempre il problema della scrittura consolatoria (ben diversa dalla scrittura consolante) della sceneggiata, della "recita" autocompiaciuta. E' un pericolo che personalmente sento sempre dietro il prossimo angolo. Roba che intorbida qualunque tentativo di vedere.
Fatto sta che a scrivere non ci sono proprio riuscita. Anche se occuparmi di leggere pagine scritte da altri (Rudi Ludi, Fata Morgana) è stato già bello.E consolante.
Ora mi sembra di cominciare a riacchiappare il filo dei miei pensieri e che, finalmente, si ripeta il solito miracolo di intravvedere il prosieguo di una storia (la mia l'avevo cominciata più o meno a luglio, credo)mentre stai facendo tutt'altro, che (almeno un po') lettura, scrittura e vita vera si compenetrino, sfumino una nell'altra.
E' indispensabile scrivere? Non lo so. Molti mi direbbero di no, per fermare i miei sforzi, magari. E io non so proprio che cosa rispondere. Però sono convinta che l'occhio dello "scrittore" sia un bell'aiuto per comprendere.

martedì 16 dicembre 2008

Progressisti elitari


Ricordate la frase riportata proprio sotto la testata de «Il Manifesto»: "Un passo avanti e uno a sinistra"? Ogni volta, leggendola, mi trattenevo a fatica dal commentare ad alta voce: «ehi, gente, il mondo è rotondo", a furia di passetti avanti e a sinistra spunteremo all'estrema destra!» Per carità di patria, comunque, commentavo soltanto con il mio abituale compagno di discussioni e la frase è rimasta nei nostri annali come esempio di assurdità benintenzionata. Ma io sospettavo che non fosse soltanto questo.
Negli anni, la faccenda dei passi avanti e a sinistra mi è tornata in mente molte volte, e sempre più spesso negli ultimi mesi, perché la nostra «sinistra» (le virgolette sono assolutamente necessarie, ormai) mostra - oltre al tocco di Mida al contrario, anche una preoccupante propensione a imboccare strade contorte e lunghissime per poi mancare clamorosamente l'obiettivo. Ho ripensato alla frase anche ultimamente, riflettendo sulle condizioni della scuola pubblica da utente (invece che a da docente, come faccio di solito), un punto di vista sacrosanto al quale io quasi sempre rinuncio autocensurandomi, in nome della solidarietà di categoria.
«'O pesce fete d' 'a capa», dice a ragione il noto proverbio napoletano, e nessuno meglio di un docente sa quanta responsabilità abbiano avuto i vari ministri dei due schieramenti che si sono succeduti negli ultimi anni. Ma anche chi sta in basso, docenti, famiglie e studenti, ha le sue (minori) responsabilità se non si chiede «dove stiamo andando».
Mia figlia frequenta un noto liceo torinese, che ogni anno offre agli alunni opportunità culturali molto valide settimane a tema, scambi, stage, visite culturali di più giorni. Il corpo docente è nell'insieme valido, anche se un "collega" come me è portato a notare piccole incongruenze, illogicità, carenze organizzative che le famiglie che svolgono altri lavori non vedono.
In conclusione potrei dichiararmi soddisfatta della qualità media della didattica, anche perché so bene che la perfezione è perseguibile ma pur sempre irraggiungibile.
Però…
Mi pare di ricordare che negli anni lontani in cui sono stata alunna - alle superiori prima e all'università poi - immaginavo (e con me molti coetanei) le parole SCUOLA PUBBLICA scritte proprio così, maiuscole. Un bene da migliorare, da cambiare radicalmente magari, ma da difendere. E insieme a noi, scrivevano SCUOLA PUBBLICA a lettere maiuscole molti genitori, docenti e cittadini. Allora, noi studenti classificavamo i docenti come "di destra", "di sinistra"; spesso le nostre classificazioni definizioni erano sommarie - per non dire stupide - e poco avevano a che fare con la qualità dell'insegnamento: ricordo perfettamente la docente di italiano «moderata» e legalitaria dalla quale ho imparato gran parte di ciò che so di letteratura italiana e ho ricevuto apprezzabili esempi di correttezza e di etica del lavoro, e ricordo il professore di filosofia "compagno" capace soltanto di spiegare - male - il pensiero di Marx e quello di Freud, sua vera passione; un docente che in definitiva mi ha insegnato solamente a diffidare delle facili etichette.
Al di là dei punti di vista e degli obiettivi, però, una cosa era ben chiara nella mente di tutti quelli che potremmo definire sommariamente progressisti: la scuola pubblica doveva essere per tutti. SENZA distinzioni, senza preclusioni di censo.

Sono felice di poter dire che nel liceo di mia figlia ci sono molti professori progressisti: gente che ha sfilato con gli allievi alle ultime manifestazioni, che ha fatto dichiarazioni di fuoco in consiglio di classe e in aula. Gente pronta a difendere la scuola dallo sfascio perseguito dall'attuale governo…
Gente che nei tre anni in cui la mia famiglia è utente della scuola - e a maggior ragione adesso, in questi mesi di crisi - non si è mai posta chiaramente il problema del costo/famiglia di tutte le belle iniziative attuate e progettate.
Gente, che evidentemente ignora il fatto che esistano ancora - o di nuovo, fate voi - famiglie costrette a scegliere se mandare il figlio all'estero a perfezionare la seconda o terza lingua o offrirgli la possibilità di seguire le proprie inclinazioni artistiche, o famiglie che devono riflettere qualche giorno prima di scegliere di mandare il figlio alla settimana bianca.
La dimostrazione più chiara di insipienza è stata data da un professore che ai miei tempi noi avremmo definito (sommariamente ma a ragione!) integralista e che - per scoprire che i tempi sono brutti ha avuto bisogno di interpellare un alunno in pubblico, in aula: "Ma tu non vieni perché non vuoi o perché non puoi? Ah, non puoi. Ma non puoi perché i tuoi non vogliono!?.
Un cittadino a questo punto avrebbe perso la pazienza e sarebbe sbottato: "Ma quanto vi ci vuole per capire che i tempi sono brutti?"
Ma io non sono un semplice cittadino, sono un docente. Sono un utente. E sono ancora la studentessa di un tempo. E non posso nascondermi dietro la solita frase trita: «certi genitori non vorrebbero sborsare soldi per i libri ma poi mandano i ragazzi tutti griffati e con l'ultimo modello di cellulare». No, non è proprio questo il caso dei compagni di mia figlia. Nella scuola dell'obbligo, dove io lavoro, esistono fondi stanziati apposta dal Consiglio di Istituto per finanziare le uscite degli alunni che non possono permettersi di affrontare la spesa. Certo, è scuola dell'obbligo, deve gravare il meno possibile sulle famiglie, ma il diritto all'istruzione non si ferma con la licenza media.
Così mi sono ritrovata a chiedermi che cosa sia diventata quella coppia di parole maiuscole: scuola (per ora) di stato? Una scuola fra le tante (confessionali o semplicemente private) finanziate con i nostri soldi?
La colpa non è del liceo di mia figlia, né dei suoi docenti( che in molti casi stimo e apprezzo per il loro lavoro). La colpa è del fatto che ci siamo persi le maiuscole per strada. Come molte altre cose. E a furia di fare passi a caso, magari credendo in buona fede di marciare in avanti (se non proprio a sinistra), ci siamo dimenticati qualcosa di fondamentale. La SCUOLA PUBBLICA deve essere per tutti, o non è. Non è PUBBLICA, sta per diventare qualcos'altro. E noi «progressisti» stiamo per diventare dei perdenti.
Dovremmo tornare a pensarlo, noi docenti, i Consigli d'Istituto, gli alunni e le famiglie che invece, probabilmente, considerano le loro difficoltà un fallimento personale e non del Paese.
Dovremmo dircelo ad alta voce, smettere di ritenere i guai e le gravi carenze di questo Paese affare di ognuno di noi e non "affari nostri".

lunedì 15 dicembre 2008

Correre da fermi


Non voglio nemmeno controllare la data in cui ho scritto l'ultimo post.
Era settembre, mi pare. Da allora in poi ho l'impressione di aver corso tantissimo soltanto per restare dov'ero. Proprio come dice Lewis Carroll in Alice… Ne è senz'altro valsa la pena, ma accuso una certa stanchezza.
Bilancio in data odierna:
- famiglia in attivo
- libreria in attivo: ancora un paio di anni (ma di ORDINARIA AMMINISTRAZIONE, per carità!) e sarò promossa libraia aggiunta, anche se continuo ad avere difficoltà con il POS.
- LN in pareggio: ho letto poco ma ho scritto più di quanto pensassi (magari è stato soltanto un attacco di verbosità).
- Editoria CS in attivo e qualità del lavoro decisamente soddisfacente, ma ovviamente il 90% è merito degli autori).
- Scrittura in rosso profondo: ho un racconto in cantiere da prima di agosto, e forse gli ho trovato uno sbocco soltanto oggi perché durante le attese snervanti in ospedale tengo a bada la tensione andando "altrove". Calo un velo pietoso sulle speranze pre-estive di finire il romanzo.

Però ho una gran voglia di riprendere a leggere, a scrivere, a riflettere sul blog.
Quindi passo subito al post successivo, che riguarderà la scuola dal mio doppio punto di vista di lavoratore e di utente.

giovedì 11 settembre 2008

Camping esclusivo per quarantenni rovinati: acqua corrente e vista sui binari


Grazie Piotr e Fran, ma non merito lodi. Oltre che un tentativo di imparare dall’esperienza (che è piatto buon senso) e di dare un po’ di senso a giorni che avremmo fatto volentieri a meno di vivere, le mie riflessioni sono l’esternazione di un timore. Temo la deriva che sta prendendo il Paese e temo la mia impotenza, quindi cerco, con lo strumento che so usare meglio - le parole - di fare qualcosa.

Il titolo si riferisce a un articolo apparso su D, inserto del sabato di Repubblica. È uno dei pochi articoli leggibili e, guarda caso, non è scritto da un italiano ma di Peter Hossli che, invece di limitarsi a telefonare o a cercare sul Web, è andato a Tent City a parlare con la gente, a guardare come si vive in una tendopoli di Ontario, sobborgo di Los Angeles. Il posto ospita attualmente 200 persone (dopo che l’amministrazione ne ha cacciate 600 perché provenienti da altri stati); sorge su un terreno incolto incuneato tra l'aeroporto e una ferrovia dove transitano continuamente container zeppi di merci provenienti dalla Cina. Gli “abitanti” (senzatetto con 162 $ mensili di sussidio) sono in gran parte lavoratori e colletti bianchi travolti dalla crisi subprime, la cui casa è stata sequestrata o venduta all’asta. L’amministrazione di Los Angeles, per porre un limite al degrado, sta costruendo sul medesimo terreno, un campeggio ancora più "esclusivo" con tendine di plastica tutte uguali, fornite di verandina e disposte ordinatamente a dieci metri una dall'altra. Un’isoletta nell’inferno, già piantonata dai vigilantes, nella quale potranno trasferirsi tre quarti degli attuali campeggiatori abusivi. La versione strapezzente del condominium ballardiano. Riporto un frammento dell’articolo:

Alla condizione di senzatetto David c'è arrivato in gennaio, con l'autobus a lunga percorrenza. Lavorava in Nord Carolina come mulettista e si è rotto la tibia destra. Non essendo assicurato, si è trovato con 40mila dollari di spese mediche da pagare. Ha perso tutto, casa compresa [...] "Il mio sogno americano è andato in pezzi", dice.

Ovvio che noi siamo in Italia e non negli States, e ovvio che qui in periferia - con un’imprenditoria perennemente soccorsa dallo Stato (e quindi finanziata a fondo perduto da noi che paghiamo le tasse), con partiti comunque ancora imbevuti di assistenzialismo cattolico e con la Chiesa in casa - le cose accadrebbero in maniera diversa. O no?

Non temo (non ancora, almeno) per me personalmente, mi chiedo però quanto ci vorrà prima che la povertà diventi tangibile e respirabile. E non mi riferisco alla povertà “lontana”, quella che per la maggior parte di noi riguarda “altri”, ovvero immigrati di varie etnie. Quella la conosciamo, sappiamo che esiste, la vediamo spesso, magari, se svolgiamo certe professioni. Ma - ingiustamente - non la riconosciamo come nostra. Quanto tempo occorrerà perché diventi un affare "nostro"? Perché investa i nostri vicini, quelli del negozio all’angolo, quelli che incontriamo ogni giorno al bar?

Pensiamoci, non ci vorrebbe mica tanto. Basterebbe azzerare la sanità pubblica, la scuola pubblica... 40.000 € di spese mediche, per esempio, si mettono insieme molto in fretta...


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Ieri sera, 2 ottobre 2023, è iniziata la seconda stagione del club di lettura di Solarpunk Italia, dedicata alla New Wave.  Sul link al fond...