domenica 23 settembre 2012

A scuola di riciclo dai paguri

Come faccio ogni tanto la domenica, questa mattina sono andata a leggere in un parco vicino a casa. Stavo sfogliando le «Scienze» di settembre,  quando un titolo ha attirato la mia attenzione: La vita in un guscio di Ivan Chase. 
«Leggilo, è interessante», ha commentato il consorte, che si era appropriato della rivista prima di me. 
Detto, letto. Poiché insegno scienze, quell'articolo è stato una miniera di idee didattiche; la rivista sta già nella mia «postina» colorata (altro che triste «borsa dell'insegnante» di un tempo!), insieme ai compiti di scienze dei miei primini. 
La faccenda, però,  è abbastanza divertente e intrigante da condividerla. 

Dunque, avete presenti i paguri, quei granchi buffi che occupano le conchiglie lasciate libere da proprietari presumibilmente deceduti? Sono i protagonisti della storia raccontata da Chase, il quale ha avuto la flemma di andare su un tratto della spiaggia di Long Island frequentata dal Pagurus longicarpus, di gettare in mare un grosso guscio di lumaca e di aspettare. In capo a qualche minuto è arrivato un paguro, l'ha afferrata, l'ha esaminata rigirandosela fra le chele in cerca di falle e, soddisfatto dell'ispezione, di occuparla abbandonando la casa precedente, troppo stretta. Fino a  qui tutto normale. Ma subito dopo è arrivato un secondo paguro, più piccolo del precedente,   che ha ripetuto tutta la pantomima mollando il suo guscio per quello appena abbandonato dal suo cospecifico. Poi ne è arrivato un terzo, ancora più piccolo, e così via.
«Vi sembrerà strano ma fu uno dei miei momenti più felici come ricercatore», scrive Chase, e io gli credo.
 Comunque una sola osservazione non prova niente, quindi il ricercatore continuò a indagare con l'aiuto dei propri studenti, correlandone peso dei granchi, volume delle conchiglie e lunghezza della catena di scambi. 
La catena di scambio viene chiamata vacancy chain ed è detta asincrona se le conchiglie vuote vengono trovate in un secondo tempo, come nel caso che ho riferito (di solito non sono molto lunghe perché gli aspiranti inquilini devono essere già nei paraggi quando il primo paguro cambia alloggio); si chiama sincrona, invece, quando i soggetti sono già tutti presenti, come nelle catene iniziate da una lumaca predatrice,  che uccide e rimuove un'altra specie di lumaca la cui conchiglia è molto apprezzata dai paguri. In questo caso (più drammatico, ne convengo, ma anche più interessante) i paguri si riuniscono in attesa che l'assassina compia il suo delitto e si mettono in fila per ordine di grandezza, in modo che il successivo possa prendere la conchiglia del precedente, ottimizzando la procedura e guadagnando ognuno il giusto, perché ai paguri più piccoli non serve una villa come a quelli più grandi che stanno in cima alla lista d'attesa.
Picchio della coccarda
Non sono solo i paguri a utilizzare la vacancy chain, ma anche polpi, pesci, patelle, pesci pagliaccio, aragoste del Maine, picchi  ecc.,  che competono con altri cospecifici per occupare conchiglie, fessure fra le rocce, anemoni di mare, buchi nei tronchi d'albero…
 Anche noi umani siamo in grado di produrre vacancy chain. Ad esempio a causa della costruzione di nuovi appartamenti, che innesca una catena di traslochi da parte di inquilini alla ricerca di sistemazioni migliori; da varie ricerche in merito risulta che la catena media di traslochi riguarda 3,5 famiglie. Altri studi sono stati fatti per le situazioni più svariate: il pensionamento dei predicatori in numerose congregazioni religiose dava luogo a una catena di trasferimenti; idem avveniva in altre gerarchie come le forze di polizia, le forze armate e, ahimé, le gang criminali e le organizzazioni mafiose. Un esempio a cui probabilmente abbiamo partecipato tutti almeno una volta è l'acquisto a catena di auto usate: il primo della serie acquista un'auto migliore e vende la propria a un secondo,  ecc. 

L'aspetto più interessante di questa storia di paguri, pesci, predicatori e autisti è che a determinare la catena non sono tanto gli individui coinvolti, quanto la risorsa, che invariabilmente è molto ambita può essere occupata o posseduta solo da un individuo alla volta e diventa disponibile per altri non appena egli decide di liberarsene. Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che un sacco di risorse che per noi non sono più preziose possono ancora esserlo per qualcun altro: è proprio questa differenza di valutazione a determinare la catena di scambi. 
La faccenda della catena mi fa venire in mente due piccole storie personali. 
La prima riguarda un vaso regalatoci in un ristorante giapponese. Ricevuto con grandi ringraziamenti e portato a casa, il vaso si era rivelato impossibile da amalgamare con il resto dell'arredamento. «Buttiamolo via» era stata la conclusione. Ma un regalo mica si può buttare così. L'avevo appena deposto con cura sul cassonetto dei vetri (dove non mi ero sentita di scaraventarlo) quando è arrivata una signora che,  a cenni e in un italiano stentato, mi ha chiesto se era «ancora buono». Avuta la mia rassicurazione, se l'è portato via soddisfatta. Se prima o poi lo regalerà a una terza persona avremo fatto la nostra vacancy chain, nella quale io avrò guadagnato un po' di spazio libero in casa e loro il vaso.
La seconda storia riguarda uno dei vicini di casa con cui purtroppo condivido i bidoni per la raccolta differenziata porta a porta. Spiace dirlo, ma  il signore possiede meno intelligenza sociale di un paguro e proprio non riesce nemmeno a concepire la bellezza simmetrica della vacancy chain, tanto che ci ha trattato da teppisti perché abbiamo deposto un divano letto doverosamente smontato accanto ai bidoni (dove non intralciava il passaggio), assicurando che avremmo immediatamente contattato l'Amiat. «Se ci danno una multa, la pagate tutta voi», ci ha minacciato. La notte stessa un gruppo di raccoglitori si è portato via il divano fino all'ultimo bullone, dando uno schiaffone morale al vicino tanto tirchio e succube dei regolamenti da non poter aspettare nemmeno il giorno dopo, togliendo a noi li disturbo di contattare l'Amiat e regalando il divano a loro stessi o qualche altro sconosciuto.
Come migliorare l'intelligenza sociale del vicino? Potrei  presentargli un paguro… Ma no, certi miracoli non riuscirebbero nemmeno a bestie così accorte.  

lunedì 17 settembre 2012

Ridateci Mozart e Prokofiev

Da un breve articolo pubblicato sul numero di settembre 2012 delle Scienze (pag. 28), a firma di Michele Catanzaro, risulta che «la musica sta diventando sempre più banale». 
Prima reazione: «Ah. Già mio nonno sosteneva che il quartetto Cetra fosse molto meglio dei Rolling Stones. Quella sì che era musica».
L'articolo, però, riporta i risultati di un confronto quantitativo  – fatto dai ricercatori in questione  con sofisticati sistemi di analisi computerizzata –  tra circa mezzo milione di brani composti tra il 1955 e il 2010 e in seguito digitalizzati. 
I parametri presi in considerazione sono stati:
  1. Le transizioni fra le note.
  2. Le diversità nei timbri e nella varietà degli strumenti utilizzati.
  3. Il volume di registrazione.
Lo studio ha evidenziato che:
  • Le transizioni fra gruppi di note sono diminuiti in maniera regolare negli anni, tanto che, partendo da una certa nota, è possibile prevedere quale sarà la nota successiva più probabile.
  • Le diversità fra timbri e varietà di strumenti sono diminuite costantemente.
  • Il volume di registrazione è invece aumentato. Come dire che,  se un coatto vi assorda con la musica a palla al semaforo, metà della colpa è sua, e metà è della casa discografica.
  • A causa delle tendenze di cui sopra i brani si stanno sempre più uniformando, seguendo le mode del momento, e diventano sempre più piatti e prevedibili.
È cosi stato possibile elaborare una ricetta per comporre pezzi passabilmente «attuali» e «modernizzare» pezzi di un tempo semplicemente semplificando le transizioni fra gruppi di note, eliminando un po' di strumenti e alzando il volume di registrazione.

Deprimente? Certo. Ma non penso sia all'opera un malvagio e oscuro complotto per avvelenare la nostra corteccia uditiva. La tendenza è un fatto più che una scelta consapevole. 
Chi sceglie quale musica produrre e sostenere quasi mai si fa guidare da parametri quali l'arte o l'originalità (a meno che non sia un innovatore e/o uno che ci vede molto lungo); si limita semplicemente a scegliere ciò che già si vende. E chi compra (o scarica) sceglie ciò a cui è abituato, cioè i prodotti più diffusi. Un meccanismo da feedback perverso che lascia ben poche speranze.

Sarà così anche per la narrativa?

 

lunedì 10 settembre 2012

Oltre la finestra

Questo mio racconto venne pubblicato, come La bolla di Massimo Citi, sull'antologia Tutto il nero del Piemonte. Lo riesumo  qui non per copiare il mio compagno, ma perché, terminato da un pezzo il periodo del «prestito» all'editore Noubs, mi fa piacere offrirgli un'altra possibilità di essere letta. 
Scriverlo è stata una strana esperienza: raccontare luoghi riconoscibili (la storia doveva svolgersi in Piemonte), era una novità per me che, di solito,  descrivo luoghi lontani nel tempo (SF) oppure luoghi molto particolari (fantastico) o indefinibili, fatti di ricordi evocati e rimescolati. Il tema, poi, doveva essere «nero». «Torino città magica» è uno stereotipo talmente banale che ero scoraggiata. Così ci ho messo dentro un po' dei ricordi di quando ero piccola e il mio odio inspiegabile per gli addobbi natalizi in serie. E mi sono tolta una bella soddisfazione. Perché io, di quei cosi che penzolano dai balconi non mi sono mai fidata. Ecco.
 

Questa sera mi sento strana.
Sarà colpa di quest’inverno mai arrivato, che ci ha privato della quiete sonnolenta di gennaio; o dell’alba di questa mattina, sfolgorante tra i palazzi severi, piena di rossi gentili e minacciosi, portatori di incomprensibili promesse. O di questa assurda, sottilissima falce di luna sbilenca che sorride malevola accanto al campanile…
Sarà colpa degli alberi appena trapiantati nella piazza vicina, coperti di gemme e ubriachi di sole fuori stagione.
C’è un profumo nell’aria, che non conosco eppure mi chiama, mi spinge fuori. Annuso inquietudine mescolata agli odori sintetici della Città dell’auto. Qualcosa deve accadere, oltre i vetri chiusi che ho la tentazione di spalancare. E io voglio esserci, vedere. Non restare qui, prigioniera del mio vecchio e comodo appartamento, a respirare l’odore stantio delle case perbene. Di questa città che ostenta la probità invece del lusso. Della sua gente che pratica una signorilità modesta ed educata, escludendo gli altri con poche parole di un dialetto che un tempo anche i monarchi parlavano e che oggi nessuno ha più motivo di imparare.
Dalla vetrata dello studio osservo i tetti bui, i camini che esalano lievi sbuffi di fumo, gli alti condomini lontani, pieni di luci e di vite che non mi sfiorano mai, cullata dal traffico che scorre nelle larghe vie parallele. Sei piani più in basso la strada è silenziosa, poche auto la percorrono a velocità ridotta, uno sconosciuto cammina senza rumore lungo il marciapiede illuminato dai lampioni.
Fisso senza pensare a nulla le inutili cordate di babbi natali che nessuno ha ancora rimosso.
Mi riscuoto, vado a infilarmi le scarpe, indosso il cappotto nero fin troppo pesante per questo tempo insensato, mi avvolgo nella pashmina violetta soltanto per offrirmi un po’ di colore.
L’ascensore cigola mentre spio le ragioni della mia decisione sul viso stanco che mi guarda dallo specchio. Le porte scorrevoli si aprono silenziose dietro di me.
Il portone del palazzo si chiude reciso alle mie spalle. Non appartengo più alla comunità dei condomini che si salutano con cortesia formale e rassicurante. Ora che sono Fuori.
La via risuona soltanto del mio passo, la lunga ombra che mi sta incollata ai piedi non può appartenermi. Affondo le mani nelle tasche, sfioro le chiavi e il portafoglio e penso con inquietudine al cellulare abbandonato sulla scrivania.
Riconosco il vento leggero e i profumi che sussurrano un’impossibile primavera. Ma non l’oscurità, i cerchi di luce, le lame luminose dei fari… La città è una quinta teatrale e io sono l’unica attrice, insieme ai pupazzi vestiti di rosso che ancora pendono dalle finestre. Che da settimane si arrampicano lenti, senza mai arrivare, senza poter scavalcare i davanzali, lasciati soli, fuori, a osservare.
Sbuco nella via principale. Da piccola la percorrevo ogni giorno a piedi, diretta alla stazione. Stringevo la mano del nonno, assorta nel ritmo dei passi, inseguivamo da un marciapiedi all’altro l’ombra o il sole a seconda delle stagioni. Le piazze attraversate erano tutte diverse e tutte uguali: a destra, lontano, sempre la collina e il lungofiume, a sinistra la grande schiena di un ponte che superava la ferrovia. Li amavo, i ponti, come lunghi, possenti animali acquattati, ossatura di ferro-cemento sospesa tra palazzi ottocenteschi e i sogni modernisti delle fabbriche. La strada ferrata, il Museo dell’automobile, il quartiere fittizio dell’esposizione del 1961… Una promessa di futuro che già allora sentivo intrisa di malinconia. Oggi la grande via scivola discreta di fronte a banche e concessionarie d’auto straniere, che non sono più quelle del sogno produttivo dei miei nonni.
Svolto in una viuzza, sospinta da un’ansia che avevo dimenticato.
Marciapiedi fiancheggiati dalle auto parcheggiate, bidoni di rifiuti, il giallo intermittente di un semaforo lontano. Nessuno. Nella via accanto un motore potente ronfa su note basse, che solo il mio stomaco può udire. Svolto ancora.
Nero, il massiccio furgone dalla sagoma sconosciuta, basso e piegato sulla ginocchia metalliche, acquattato nel buio, pronto a scattare.
Mi avvicino cauta, chiedendomi perché sono lì. Il portello posteriore scorre senza rumore, forme tozze e scure balzano a terra, le schiene piegate, come creature deformi. Attraversano isole di luce, grossi sacchi pendono vuoti sulle spalle, i piedi volano negli stivaletti, la corta pelliccetta che borda le giacche riflette il chiarore, le mani guantate reggono ostinate lunghe corde bianche.
La portiera del furgone si spalanca, dalla cabina scende qualcuno avvolto in uno spolverino fuori misura. È troppo alto per essere una bambino, troppo basso per essere un adulto. Muove pochi passi curvo in avanti, in punta di piedi, li incita latrando. Le creature con i sacchi scompaiono a lunghi salti in fondo alla via. Un’auto li illumina e subito li cancella.
Non c’è più nessuno. Non sono mai stata qui.
Mi avvicino di più, costeggiando il muro di un palazzo. Ora il furgone è opaco, anonimo e ammaccato qua e là, come centinaia di altri furgoni. Allungo una mano, lo sfioro. Il motore dorme, il cofano è freddo da ore, la cabina è vuota.
Quando lentamente giungo in fondo alla strada tutto è tranquillo, le luci della città spiovono sulle auto, sui bidoni della raccolta differenziata, sulla vecchia croma dalle gomme a terra abbandonata almeno due settimane fa. Ora so dove sono. Rovescio il capo all’indietro, fisso il cielo stellato, lo sguardo scivola sull’edificio alla mia sinistra.
Una piccola cordata di cinque minuscoli babbi natale pencola nel vento, lassù, al decimo piano.
Abbasso gli occhi, fisso il selciato, resisto alla tentazione di spiare il furgone dietro di me. Di guardare ancora in alto. Per non tornare sui miei passi percorro vie interminabili.

Il portone del palazzo si chiude reciso alle mie spalle. Ma questa volta sono dentro, al sicuro. Se soltanto incontrassi qualcuno, se un inquilino importuno mi rubasse l’ascensore, se fossi costretta a incrociarlo, ad augurargli quel detestabile, ipocrita «buonasera!»…
Armeggio con le chiavi, entro, chiudo a quattro mandate e comincio a tirar giù le serrande dello studio.
No, questo no. Non l’ho mai fatto, abito al sesto piano, davanti a me ho soltanto tetti bassi e palazzi lontani con finestre grandi come televisori giocattolo. Nulla può raggiungermi, nulla può arrampicarsi fin quassù.
Tranne i babbi natale.
Ma io detesto gli addobbi natalizi, niente pende mai dal mio lungo balcone, dalle mie finestre.

Mi fanno paura. Ecco, l’ho ammesso.
Bambocci festosi. Ma non c’è nulla di rassicurante in questi macabri cloni di un vecchio impiccione che penzolano come l’impiccato dei tarocchi dai muri della città. Se fossi un bambino sarei terrorizzato da quelle parodie di umanità che ci spiano, che forse aspettano il nostro sonno per entrare, da quei ladri grassi, travestiti da clown, che spuntano sorridenti oltre i davanzali, pronti a porgere la zampa. E intanto pensano a come addentarti.
No, questi sono pensieri assurdi. Ciò che davvero detesto non sono i pupazzi, ma il cattivo gusto nel quale tutti prima o poi scivoliamo e che ci spinge ad acquistare cuori di peluche zeppi di cioccolatini, pipistrelli di gomma ad ali spalancate, zucche di plastica e mazzi di babbi natali infilati in sacchi di plastica come cadaveri… Ciò che odio è il contagio puerile ed esibizionista, la fretta incurante che ce li fa preferire agli abeti da decorare con i fili d’argento, ai presepi sempre diversi, costruiti anno dopo anno con pazienza, liberando dalla carta i pastori e le pecorelle appartenute ai nonni… senza crederci, ma con rispetto. Adesso, invece, bastano due chiodini e ognuno può lanciare nel vuoto la propria cordata natalizia di mostriciattoli rossi.
E loro, i babbi natale, restano tra noi.
A feste finite, a gennaio inoltrato, continuano a penzolare dalle finestre, dalle insegne, dimenticati e sporchi, aspettando che i compratori abbiano deciso la loro sorte: issarli in casa, ammetterli a cena, riempire di salme un sacco nero? Arrotolare fune e babbetti e riporli in soffitta o in cantina, ad aspettare il prossimo Natale con la pazienza rancorosa degli oggetti inutili, contemplando il buio con gli occhi di bottone? Sganciare la corda e lasciarli precipitare, a decidere il loro destino da soli o con l’aiuto dei netturbini?
Passi affrettati sul soffitto e una porta sbattuta al piano di sopra mi fanno sussultare. Allontano la fronte dal vetro che adesso mi pare gelato, vado a farmi un ultimo caffè.
Osservo le mie mani compiere con affanno i gesti di sempre. Non posso averli visti, quel furgone acquattato, quei cosi in corsa, la strada improvvisamente vuota e la finestra lassù… E la creatura con l’impermeabile, barcollante su due zampe come un cane, che latrava nel buio.
D’impulso spengo la caffettiera elettrica, vado a infilare il cappotto, afferro chiavi e portafoglio. Torno indietro a prendere il cellulare.
Ho freddo e sono nervosa, non desidero andare a controllare. Troppo stupido uscire ancora nella via deserta, cercare la viuzza del furgone, sperando di trovarlo freddo e buio. Di non trovarlo affatto. Temendo che si sia spostato per trasportare un altro carico di piccole spie obese e intraprendenti. Domani. Basterebbe attendere domani e andare al lavoro qualche minuto prima, giusto il tempo di passare laggiù a dare un’occhiata sapendo di trovare tutto come al solito. Un anonimo furgone nero, un mazzo di babbi natali appesi al decimo piano.
Vorrei essere ancora bambina e correre dal nonno a raccontare questa fantasia idiota.

Fuori qualcosa è cambiato. La sera è scivolata nella notte, la falce di luna è coperta dalle nubi, È molto tardi e le luci del campanile sono state spente, i lampioni sono semplici globi luminosi. Forse la temperatura sta finalmente scendendo, come si augurava in TV l’esperto del meteo.
Faccio il giro più lungo, mi ripeto che non ha senso essere qui, mi illudo che ogni via sia quella giusta, e che non ci siano furgoni né creature deformi né…
Era qui, ne sono sicura, era qui. Ma non c’è più. Quindi mi ero sbagliata. Quindi è andato via, a scaricare altri… Quindi non c’era nulla.
Quindi semplicemente rientrare, piantarla con queste fantasie morbose. Andare a letto dopo una tisana calmante. Sfogliare un buon libro e scivolare nel sonno.
Quindi lassù… Erano cinque, lo ricordo benissimo. E sono quattro.
No, quattro! Prima il muro era pieno di ombre e ora la luna, liberata dalla nubi sfolgora chiarissima. Mi sono sbagliata. Prima. Erano quattro.
Ma la finestra, prima, aveva le tende accostate.
E adesso qualcuno, insonne le avrà aperte per guardare la notte… Per accogliere i visitatori. Per…
Corro via addossata al marciapiede, sforzandomi di rendere i miei passi silenziosi, di non farmi scoprire. Il ronfare del grosso motore è sempre più vicino. Dietro di me un latrato e uno scalpiccio di piedi goffi e scalzi. Come quelli di un cane.

La giornata sembra eterna, troppe ore mi separano da una cena alla buona e un lungo sonno. Mentre scorro pratiche, controllo procedure e annoto particolari di cui discutere con i clienti, gli occhi si chiudono inesorabili. Le tempie pulsano, i caratteri sullo schermo si confondono, il puntatore del mouse salta qua e là al tocco delle mie dita maldestre.
Questa sera non metterò il naso fuori di casa. Ho disdetto anche l’appuntamento per il cinema, accampando scuse poco convincenti con Marco, Elena e Vittorio. Non mi affaccerò alle finestre, non mi farò domande. Resterò con lo sguardo e la mente incollati al film più stupido che riuscirò a scovare, e finito quello ne troverò un altro, aspettando che il sonnifero prescritto dal medico per le emergenze faccia il suo effetto.

È lì sotto. Lo so, sento il suo ansare roco anche da quassù. Il suo e quello del suo furgone, e i passi felpati dei così vestiti di rosso. Lo sfregare delle loro funi bianche sul muro del palazzo.
Mi riscuoto tremante, con la mano intorpidita afferro al volo il telecomando prima che atterri sul pavimento. Addormentarmi davanti al televisore era il minimo che potesse capitarmi. Ho freddo, la temperatura in casa sembra bruscamente scesa. Più del solito, anche considerando l’ora tarda, mi pare. L’unico rimedio è indossare un maglione e bere qualcosa di caldo. compiere gesti banali, pensare pensieri normali, senza pretese, impedire all’impossibile di irrompere ancora dentro di me. Così mi alzo, indosso la mia vestaglia più pesante e riempio la tisaniera di acqua bollente e intanto, dalla minuscola finestra del cucinino, osservo con simulata indifferenza i palazzi lontani, i balconi vuoti e le finestre buie. Dalle quali pendono ancora quei… quegli stupidi addobbi natalizi di cattivo gusto.
Poi porto la tazza di tisana bollente addolcita con un po’ di miele nello studio, mi siedo alla scrivania, proprio davanti alla grande porta-finestra. Da qui sorveglio i tetti e il cielo scuro. Ma non la via. Quella posso tenerla d’occhio soltanto dal balcone. E devo uscire. Ma non voglio. Così resto chiusa in casa, ad ascoltare il respiro roco del furgone, a immaginarlo acquattato come un predatore metallico, pronto a balzare, a prendermi, dopo aver partorito grossi topi vestiti di bianco e di rosso. Che stringono lunghe funi con le mani guantate.

Non era una sogno.
Ho appena guardato, affacciandomi con cautela dall’angolo più lontano del lungo balcone che amo tanto. Acquattata nell’ombra del muretto che lo divide dal balcone del vicino. E mi sono sporta, il meno possibile, per guardare in basso. E l’ho visto, là in basso, il tetto oscuro e luccicante, raccolto su se stesso molleggia sulle grandi ruote dai cerchioni neri. Mi aspetta. E loro, i piccoli ladri, guadagnano terreno centimetro dopo centimetro, le funi bianche pendono sotto di loro e in alto non sono ancorate a nulla. Strisciano come mosche sul palazzo verticale, senza fatica. Come gechi, come il conte Dracula.
Non posso più aspettare, ma non posso nemmeno spalancare la porta e scendere, il Cane è là sotto ad aspettarmi.
Rientro di corsa, mi chiudo patetica i vetri alle spalle, Spengo le luci, scappo in camera da letto e batto terrorizzata contro al parete che mi separa dai vicini, grido senza emettere suoni. Dovrei correre a tirare giù la grande serranda, sigillare la camera. Invece mi faccio più piccola che posso e striscio sotto il letto.

Nessun rumore nello studio. Il silenzio riempie lo spazio, si rapprende, si addensa. La luce della logica si affievolisce. Oltre il vetro smerigliato, il buio si appropria della stanza. Poi, fuori, piccoli tacchi percuotono le piastrelle di cotto. Mi appiattisco contro il pavimento. Gli occhi corrono dalla porta alla vetrata.
Sono entrati.
Il balcone troppo lungo, troppo esposto, che adesso maledico con tutta me stessa, è vuoto. Poi la porta diventa brillante, i contorni sfumano, il vetro cola liquefatto. L’oscurità penetra nella stanza, lenta come fumo, inghiotte con le sue fauci vuote le luci fievoli della città, infila le dita senza forma oltre i bordi del piumone, mi lambisce le caviglie mi trascina senza rumore e senza violenza fuori dal mio nascondiglio. Non mi ritraggo, non collaboro, mi abbandono alla stretta gelata.
Loro mi circondano senza fretta, li guardo impotente attraverso le palpebre chiuse.
Dieci minuscoli occhi di bottone mi esaminano dall’alto, mi osservano curiosi e indifferenti. L’aria è attraversata da una rete vibrante di pensieri che non hanno bisogno di parole. Loro, tutti insieme, si sfilano i guantini bianchi, allungano la destra, mi sfiorano cauti e la ritraggono, come bambini timorosi. Poi, presa confidenza, mi esplorano spassionati, infilano le loro zampette sfacciate fra i capelli, sotto il maglione, nella cintura. Le piccole dita fredde si fanno insistenti, fievoli squittii accompagnano i loro gesti. Poi, tutti insieme, si leccano le labbra violacee, baffi e barba di ovatta tremano di eccitazione, le piccole lingue, rosse e calde come quelle di cuccioli affamati, assaggiano la mia pelle. Le bocche si spalancano allegre, i denti forano impietosi l’oscurità, cento piccole unghie affilate mi graffiano con furia. Ora gli squittii lacerano il buio e tagliano le mie orecchie come bisturi. Parlano, parlano, e chiedono indiscreti, invadenti, senza lasciarmi rispondere. Senza lasciarmi capire. Balbetto frasi senza significato, prego e mi nego con cento no affannosi che non servono a nulla.
Lui, là sotto, latra imperioso.

È il freddo a svegliarmi, il corpo geme irrigidito sul pavimento gelato.
02.12. Le cifre della radiosveglia brillano rosse e irraggiungibili. Le tempie pulsano, le articolazioni rifiutano di funzionare. Per un attimo penso terrorizzata a tutto ciò che potrebbe essermi accaduto. Un ictus. Un danno cerebrale. Un infarto. Una crisi epilettica. Un femore rotto, l’eventualità meno grave, quella che mi auguro. Immagini confuse e prive di senso scorrono nella mente, peggiori di tutte le possibilità contemplate. Una risata isterica mi scuote all’improvviso, le ossa scattano come i tasti di un vecchio vibrafono. Posso muovermi! Rotolo su me stessa, mi accuccio sulle ginocchia in attesa di trovare la forza di mettermi in piedi.
Ascolto.
Nessun rumore, la casa è vuota.
Stringo le mani senza difficoltà, il cuore batte regolare, muovo le dita dei piedi, sento le mani che esplorano frenetiche arti, tronco, testa. Nessuna ferita. nessun danno permanente.
Ho sognato. Non è successo nulla. Nulla può raggiungermi quassù. Sono sempre stata al sicuro.
Un’altra risata mi scuote come una bambola di stracci. Non è accaduto nulla. Sono semplicemente impazzita.
La porta della camera è lì, davanti a me, solida, prosaica. La luce della lampada entra soffusa e calda attraverso il vetro smerigliato.
Semplicemente impazzita. Per un po’. Qualche ora, a giudicare dalle cifre rosse della radiosveglia. Poi mi sono addormentata sul pavimento. E ho sognato. Un pessimo sogno.
Un sogno.
Tra poco, quando mi sentirò abbastanza forte, quando avrò cominciato a dimenticare, mi trascinerò in bagno a liberare lo stomaco e la vescica. Stupido corpo che non sa contenersi nemmeno quando la mente scivola via.
"Donna Alla Finestra", E. Gioacchini, 1973
Mi guarderò allo specchio, sperando fino all’ultimo di scorgere la mia solita faccia, soltanto più pesta, più spaventata. Di constare che le mie braccia non hanno lividi, le gambe e i fianchi sono lisci e senza graffi. Che sono semplicemente impazzita. Che è stato il gelo di questa notte invernale a trafiggermi con mille aghi e non cinque minuscole chiostre di denti.
No, non vedrò altro che il mio viso bianco come il gesso e i miei occhi spiritati. Occhi da pazza, occhi vuoti da decerebrata.

Dopo il tentativo di furto e la denuncia contro ignoti avrei potuto chiedere qualche giorno di ferie in ufficio. Il maresciallo che è venuto a raccogliere la denuncia me l’ha consigliato: «Si prenda qualche giorno, signora. Per rimettersi dallo spavento. Poi, se vorrà confermare la denuncia, è sufficiente che passi a firmare la deposizione». E ha sorriso cortese, scettico.
Ma la casa, questa mattina, mi sembrava troppo vuota. Le vite dei vicini, di solito così rumorose e invadenti, oggi erano lontane, rarefatte. Estranei, ecco che cosa siamo. Troppo diversi per comprenderci, perfino nella nostra ordinaria banalità. Incapaci di vederci davvero, di sopportarci.
Potrei crepare dietro la mia porta ben chiusa, e loro dietro le loro, protette da due o tre serrature…
Meglio andare in ufficio.
Ho freddo, le articolazioni mi dolgono, la pelle arrossata sfrega dolorosamente contro gli abiti pesanti. Sbatto le palpebre come un vecchio barbagianni, la luce fredda del mattino mi ferisce gli occhi dietro le lenti scure. Percorro a passi misurati le vie che conosco da sempre, a ogni angolo mi obbligo ad alzare lo sguardo sulle facciate dei palazzi.
Vuote. Se ne sono andati. Non ne è rimasto nessuno.
Lui li ha caricati nel furgone e, via dopo via, se li è portati via tutti.

domenica 26 agosto 2012

Cielo clemente, il .pdf


Cari tutti, ho pubblicato Cielo clemente anche in formato .pdf. 
Lo potete trovare:


Buona lettura a tutti

venerdì 24 agosto 2012

Cielo clemente, il libro

Ho fatto un e-book. Cioè l'ha fatto il mio consorte, riuscendo anche a convinvermi che me lo faceva per esercitarsi, nel suo interesse, più che nel mio. Il racconto, comunque è mio. Non è una novità, gli affezionati di Fata Morgana forse l'hanno già letto. È stato anche messo in rete in forma incompleta  da Delos, perché vincitore della prima edizione del premio Omelas sulla SF e i diritti umani. Col che ho già svelato il tema sottotraccia. Ma non si tratta di un racconto a tesi, non sono proprio capace di scriverne. Cielo clemente è stato inviato a Omelas DOPO, per consonanza con l'iniziativa, constatando che sì, effettivamente era adatto.

batteri luminescenti fotografati al buio e in luce

A essere sincera ho scritto Cielo clemente perchè:
1.  la biochimica – insieme alla lettura e, molto dopo, alla scrittura –  è la passione della mia vita 
2. perché ero in credito di tempo ed energia verso  la luminescenza, un argomento su cui avevo lavorato un po' dopo la laurea, senza ottenere grandi risultati.
3. perché il tema di fata Morgana di quell'anno era «Nuvole».  A me i cieli nuvolosi piacciono, soprattutto certi cieli del nord Europa o i cieli di montagna, con le nuvole che nuotano veloci in una cielo azzurro mare… Ma un conto è amare le nuvole, un conto è averne assolutamente bisogno… Così è nato Cielo clemente, che è anche una rivisitazione in tono minore del tema del vampiro.

Lo potete scaricare 


martedì 21 agosto 2012

Quando la memoria fa cilecca…

Comincio con una precisazione: sensazione e percezione non sono sinonimi. Sono sensazioni tutti i segnali trasmessi al sistema nervoso dagli organi di senso (i cinque sensi, più i cosiddetti «propiocettori», cioè i recettori che fanno il monitoraggio della situazione interna). Per percepire, invece, occorre che il sistema nervoso centrale elabori le sensazioni, individuando quelle «interessanti» e integrandole con i ricordi; in poche parole la percezione, per quanto condivisibile con altri individui, è un'operazione individuale.
Bene. Certe percezioni, nella nostra mente, vengono associate a situazioni di pericolo, di stress, ad angoscia o a ricordi spiacevoli/dolorosi. Senza tirare in ballo situazioni particolarmente difficili, immaginiamo momento mediamente stressante, come il dover sostenere un esame difficile. Che cosa accade nel nostro organismo?

Ma come siamo fatti dentro?
Be' per rispondere alla nostra domanda, occorre q1ualche nozione di anatomia del sistema nervoso... poche poche, però. 
Date un'occhiata alla figura a fianco: il diencefalo, che somiglia a un tronco di piramide capovolto, alla base minore presenta, tra l'altro, due nuclei: talamo e ipotalamo, e quest'ultimo è collegato con l'ipofisi. L'ipofisi è una super ghiandola i cui ormoni regolano l'attività di tutte le altre ghiandole endocrine dell'organismo. Così, tramite neurotrasmettitori prodotti dall'ipotalamo e diretti all'ipofisi, viene mantenuta una stretta connessione tra le attività del sistema nervoso e quelle del sistema endocrino. Un altro ruolo chiave del diencefalo è quello di relè nei confronti del cervello: raccoglie input sensoriali provenienti da tutto il corpo, e le smista alle aree specifiche del cervello. 


C'è un'altra cosa da osservare: oltre al sistema nervoso centrale (SNC) e al complesso di nervi motori e sensitivi che formano il sistema nervoso periferico (SNP), noi possediamo altri due sistemi che insieme formano il Sistema nervoso autonomo (SNA): il simpatico (formato da nuclei nervosi che scorrono a lato della colonna vertebrale) e il parasimpatico, formato da nuclei che sono all'interno del midollo spinale, ma, appunto, autonomi. I due sistemi sono antagonisti e complementari: gli impulsi di uno aumentano l'attività di un organo, quelli dell'altro la rallentano (No, uno non è sempre attivatore e l'altro inibitore, dipende!) Nella figura potete vedere su quali organi agiscono. Ma perché due? E non bastava il SNC? Intanto, come dice il loro nome, SNA, i due sistemi esercitano effetti indipendenti dalla nostra volontà, sgravando la corteccia di compiti per così dire vegetativi. Inoltre, due sistemi invece di uno garantiscono un controllo più fine.
Fine della lezione di anatomia.

Allora, tramite il diencefalo (talamo- ipotalamo- ipofisi) e i gangli del sistema nervoso simpatico, la zona midollare delle ghiandole surrenali (vedere figura) e specifiche regioni cerebrali scaricano nel circolo sanguigno rispettivamente adrenalina e noradrenalina. Questi due ormoni (definiti «dello stress») hanno la funzione di preparare l'organismo o alla lotta o alla fuga (fight or flight); in pratica agiscono aumentando la pressione sanguigna, il battito cardiaco e il metabolismo di zuccheri e grassi per fornire energia ai muscoli e al cervello.
Negli emisferi cerebrali, però, adrenalina e noradrenalina agiscono a livello delle sinapsi, disturbando fino all'impedimento i collegamenti tra i vari neuroni.
La loro funzione, che condividiamo con tutti i mammiferi, non è - come pare - quella di farci uscire di testa mentre avremmo bisogno di pensare, ma un meccanismo di sopravvivenza: nel momento dell'azione le riflessioni non servono. Parafrasando un noto detto napoletano, o' muscolo non vuo' penzieri. In fondo l'azione degli ormoni si è affinata nei mammiferi in un periodo in cui esami e quiz televisivi non esistevano ancora... Certo che questo retaggio del nostro passato evolutivo è ormai inadeguato per noi animali «culturali».
Circuito surrenali-iptalamo-ipofisi in  mammifero. Pituitaria = ipofisi
Nella nostra società complessa, un attacco (nor)adrenalinico, con relativo blocco della capacità di ragionare lucidamente, talvolta può essere catastrofico, ma di solito causa disturbi di breve durata. Altri ormoni surrenali, però, provocano vere e proprie patologie. È il caso dello squilibrio tra cortisolo (ormone prodotto dalla zona corticale delle ghiandole surrenali e ACTH (l'ormone ipofisario che stimola la zona corticale)
Sia il deficit, sia l’eccesso di ACTH disturbano l’apprendimento di contenuti e comportamenti nuovi; ad esempio l'eccesso di ACTH provoca un irrigidimento dei contenuti appresi, impedendo così l’acquisizione di nuove informazioni.

Non mi ricordo...
Esistono poi le alterazioni della memoria vere e proprie, ossia riduzioni (e talvolta accrescimento) più o meno gravi della capacità di ricordare Nei soggetti con Disturbo Amnestico è compromessa la capacità di apprendere nuove informazioni, e/o quella di ricordare informazioni apprese in passato. Una caratteristica piuttosto comune è quella di preservare i dati acquisiti nel lontano passato, e per primi quelli più recenti.
Le cause dell’amnesia possono essere molteplici: un intervento chirurgico sul lobo temporale, una intossicazione cronica da alcool, traumi cranici, encefaliti, insufficiente ossigenazione, tumori e disturbi vascolari, somministrazione di farmaci antipsicotici. .
Il disturbo amnestico persistente è dovuto ad abuso di sedativi (ipnotici o ansiolitici), o di alcolici. All’abuso di alcol è correlata una tipica forma amnestica classicamente descritta come sindrome di Korsakoff. In questa patologia, riscontrabile in alcolisti cronici, sono presenti difficoltà sia a memorizzare nuovi eventi, sia amnesia per gli avvenimenti lontani nel tempo, precedenti all’instaurarsi della malattia. In questa forma morbosa i fenomeni di confabulazione hanno un significato compensatorio. Il soggetto elabora falsi ricordi per coprire la propria amnesia e rispondere in qualche modo alle esigenze sociali della situazione in cui si trova.
I disturbi della memoria possono essere di natura sia quantitativa, sia quantitativa.

Carrà: Ovale e apparizioni
Alterazioni quantitative:
L’ipermnesia è un aumento delle capacità mnestiche; può essere a) permanente, con capacità globali o settoriali – cifre, date, poesie – al di sopra della media; non ha nulla a che fare con l'intelligenza» e può essere posseduta anche da fenomeni come gli idiots savants; b) transitoria, di solito connessa a stati emotivi alterati (stress, isteria, crisi epilettiche, gravi spaventi) o intensi attacchi febbrili, lesioni cerebrali, ipnosi e riguarda ricordi normalmente non accessibili alla coscienza.
L’Ipomnesia è invece un progressivo indebolimento della memoria, associata spesso a impoverimento dei neuroni dovuto all'età avanzata, a patologie neurologiche, a ipossia.

Alterazioni qualitative
La Paramnesia è un’alterazione per la quale i ricordi vengono deformati nel contenuto, nel significato e nella collocazione spazio-temporale. Le tipologie sono:
a) reminiscenza o rievocazione senza riconoscimento, ad esempio un ricordo riemerso non viene riconosciuto come tale ma scambiato per un'idea nuova;
Van Gogh, Les Alyscamps, ricordo personale
b) pseudoreminiscenza o  rievocazione immaginaria (cioè non dovuta a un ricordo) o un’esperienza psichica vissuta realmente ma ricordata con contenuti diversi da quelli reali. I falsi ricordi sono produzioni compensatorie  da parte di soggetti con gravi lacune mnemoniche. La falsificazione può essere dovuta a imbarazzo (il soggetto cerca di mascherare un vuoto di memoria consapevole) oppure fantastica, se il soggetto descrive esperienze avventurose e fantastiche; è tipica del deterioramento organico da abuso di alcool (Sindrome di Korsakoff). In sintesi è  una condizione simile ai sogni ad occhi aperti;
c) ecmnesia o deformazione temporale, ossia lo scambio di ricordi dell'infanzia per ricordi attuali. È tipico della demenza, delle lesioni cerebrali o un effetto di  allucinogeni;
d) il déjà vu: si verifica quando una situazione nuova viene percepita come «già vista» e vissuta con la sensazione di sapere che cosa accadrà dopo. Questi fenomeni se associati a crisi epilettiche o isteriche possono durare ore, giorni. Nei soggetti «normali», però, durano solo qualche secondo. La scienza spiega questa sensazione di errata familiarità in tre modi: 1. un errato collegamento a esperienze passate causato da situazioni parzialmente simili; 2. la continuazione di uno stato emotivo precedente causato da una difficoltà di adattarsi al contesto presente; 3. il ricordo di fantasie inconsce riattivato dagli stimoli presenti.
Simili al déjà vu sono il déjà entendu (ho già ascoltato queste parole, questi suoni), il déjà fait (ho già fatto questi gesti) il déjà pensé (ho già formulato questo pensiero).
e) il jamais vu o misconoscimento, cioè la percezione di situazioni ben note come nuove ed estranee. È associato alla schizofrenia, alle crisi epilettiche, all'uso di droghe o a  particolare affaticamento.

I disturbi della memoria sono anche il sintomo che consente di riconoscere il declino delle funzioni cognitive; nelle demenze, per esempio, la degenerazione delle cellule cerebrali è il fattore determinante per la diminuzione di funzioni come l’attenzione e l’apprendimento, che sono essenziali per un buon funzionamento della memoria.
La protagonista è affetta  da demenza senile
Le amnesie senili sono alterazioni «fisiologiche» (vale a dire dovute alla vecchiaia e non a patologie o traumi) e si manifestano con la difficoltà a ricordare nomi propri anche familiari, a trovare oggetti di uso quotidiano; il soggetto fatica ad acquisire nuove informazioni, a meno che non riguardino temi che lo interessavano in passato, e nuove tecniche di pensiero. La brutta notizia è che questo processo non comincia all'improvviso, in età avanzata: è piuttosto una progressione, significativa già a partire dal quarto decennio; la buona notizia è che la progressione è più lenta in chi è abituato ad acquisire nuove informazioni nelle aree di interesse personale. Già, a pensarci è profondamente ingiusto che chi fa un lavoro «intellettuale» (di solito meglio remunerato) abbia anche il vantaggio di restare lucido più a lungo, mentre chi venendo da un'infanzia culturalmente deprivata ed economicamente svantaggiata ha dovuto ripiegare su un lavoro manuale, ripetitivo e logorante, sia anche condannato a una vecchiaia mentale precoce. 
Un tempo invece di questi giri di parole si sarebbero scomodati termini come povertà, sottoproletariato, sfruttamento. Ingiustizia sociale, magari. Mi sento desueta. Dev'essere il virus del comunismo. Guarda dove può portarti una chiacchierata sulla memoria...

Disturbi associativi
Se invece l’amnesia è funzionale - cioè compromette la memoria autobiografica, in particolare i ricordi riguardanti un'esperienza traumatica - siamo in presenza di un gruppo di disturbi mentali definiti disturbi dissociativi. E siamo entrati nel terreno suggestivo, ambiguo e narrativamente molto frequentato della psicoanalisi.
Circa una secolo fa, Freud postulò l'esistenza di un meccanismo conscio di soppressione di alcuni ricordi. Il soggetto, in pratica, attua una rimozione di particolari eventi di natura affettiva o conflittuale a scopo difensivo.
Solitamente l’Amnesia Dissociativa si presenta come una lacuna (o una serie di lacune) reversibile nella rievocazione di momenti della storia personale che non possono essere recuperati in forma verbale. Un'amnesia psicogena può riguardareavvenimenti specifici o un periodo di tempo (ore,  settimane…). Può però riferirsi a tutta la vita del soggetto; in questo caso, all'amnesia si sovrappone spesso la «fuga dissociativa».

Fuga dissociativa/DID
Questo disturbo comprende sia l’amnesia sia alterazioni dell’identità: confusione, perdita dell’identità o assunzione di un’identità nuova.
Il disturbo dissociativo dell’identità (DID) assomiglia alla fuga, ma il passaggio da un’identità all’altra e dai relativi sistemi di ricordi autobiografici è ciclico. In questo caso si parla di «personalità multiple»: caratteri indipendenti fra loro e a volte contrastanti, che convivono nella stessa persona, ciascuna con il proprio bagaglio culturale e autobiografico e con proprie attitudini e orientamenti sessuali.  
Una personalità multipla, quindi, sarebbe conseguenza di una dissociazione di parte dei ricordi, attuata per gestire situazioni particolarmente traumatiche e stressanti (ad esempio un incidente, un abuso sessuale o fisico vissuto nell’infanzia, il fallimento delle relazioni familiari ecc.), che il soggetto, spesso molto giovane, non è riuscito ad affrontare con la propria personalità originaria.

Il DID fu «individuato» all’inizio del 1800, con l'affermarsi di discipline quali la psicologia e la sociologia; da allora sono stati descritti in letteratura non più di 300 casi. L'interesse verso questa sindrome è però sempre stato fortissimo anche fra i non addetti ai lavori, come scrittori, autori di cinema e fiction televisiva, perché il tema si addentra nel territorio – tipico della narrativa fantastica – della trasgressione all'ordine biologico, naturale e costituito: pensiamo, ad esempio, allo Strano caso del dr. Jekill e Mr. Hide di R. L. Stevenson, splendida parabola sia dei rapporti fra conscio e inconscio sia  del nostro Io, scisso fra Bene e Male, ma anche caso emblematico di doppia personalità.
Dopo un primo momento di fama, il DID cadde nell'oblio fino agli anni Settanta del XX secolo, con il caso di Sybil Dorsett descritto dalla psicoanalista Cornelia B. Wilbur e presentato nel testo Sybil (1973) da Flora Rheta Schreiber. In cura per ansia e perdita di memoria, Sybil manifestò 16 personalità che Wilbur incoraggiò a integrarsi. Considerato dapprima un testo pioniere, il libro venne in seguito ritenuto fraudolento e infine riabilitato. IL DID, tuttavia, rimane un disturbo controverso: fra gli elementi più discussi il fatto che le diagnosi sembrano confinate al Nord America e molto meno frequenti in altri continenti, e la grande e fluttuante varietà di sintomi.
I rapporti fra le varie personalità spesso non esistono, a causa di un’amnesia che impedisce a una personalità di ricordare le azioni, le esperienze o perfino l’esistenza di un'altra. In qualche caso, però, una delle identità è (o lo diventa durante il trattamento) consapevole dell'esistenza e dei ricordi delle altre. Questo è il tema di un saggio estremamente suggestivo che citerò in seguito e su cui vorrei soffermarmi in un altro post.

NON RICORDO MAI I MIEI SOGNI! 
(MA TANTO, A CHE COSA SERVONO?)

Perché a volte siamo in grado di ricordare i sogni appena fatti e altre volte no?
Qui occorre un'altra (breve!) spiegazione.
Gli stadi del sonno, dalla veglia vigile (1)  alla veglia rilassata (2) al sonno profondo (3 - 4) al R.E.M.
Quando dormiamo non sperimentiamo sempre il medesimo stato. Il nostro sonno, poniamo che duri otto ore, è un insieme di cicli che si susseguono con una certa regolarità. Ogni ciclo è a sua volta suddiviso in quattro fasi: uno stato di veglia vigile, nel quale la corteccia è attiva e produce onde cosiddette Beta; uno stato di veglia rilassata, che precede il sonno profondo, nel quale siamo in grado di meditare e visualizzare obiettivi ed emettiamo onde alfa; uno stato di sonno profondo.... e, infine, uno stato di sonno REM (una sigla che conoscete di sicuro: Rapid Eye Movement), cioè la fase «classica» del sogno e della meditazione profonda, nella quale vi è una elevata interazione tra i due emisferi cerebrali e la corteccia è percorsa da particolari onde lente, dette theta. Dopo un primo ciclo completo, il soggetto addormentato torna alla fase tre, sale a quella due, scivola ancora nella tre e poi nel REM. I cicli si ripetono tre o quattro volte per notte. Fine.

Bene, una ricerca italiana ha confermato che solo se il sognatore si sveglia dalla fase REM ricorderà l'ultimo sogno fatto appena prima del risveglio. Ma lo sapevamo già, diranno molti! Vero, questa non è una novità, ma la ricerca, coordinata dal prof. De Gennaro, dice molto di più e cioè:
1. Che questo è lo stesso meccanismo riscontrato per la cosiddetta memoria episodica durante lo stato di veglia.
In pratica, indipendentemente dal fatto che voi abbiate accumulato i ricordi in stato di veglia o in sogno, sono sempre le medesime aree e gli stessi meccanismi a consentire l'accesso ai ricordi episodici. Dice L. De Gennaro:

Quando si chiede a una persona di ricordare fatti e situazioni apprese nel corso della giornata la presenza di specifiche oscillazione elettriche con frequenza lenta nelle aree frontali rende possibile il ricordo di quell'episodio. Se questo non accade, la memoria dell'evento apparentemente sarà perduta per sempre.

2. Che il coinvolgimento del medesimo meccanismo sia nella memoria episodica sia nel ricordo del sogno spiega il fenomeno dell'anoneria, cioè la perdita di qualsiasi ricordo dei sogni dopo una lesione delle aree deputate alla memoria episodica. 
3. Che, in realtà, l'esperienza del sogno non è limitata alle fasi REM ma si riscontra anche nelle altre fasi del sonno; in questi casi il ricordo del sogno non è legato alla presenza di onde theta ma all'assenza di onde alpha, quelle tipiche della veglia. Non male, vero?


Altre notizie sui sogni ci vengono da uno studio secondo il quale i sogni sarebbero il modo in cui il cervello consolida nella memoria le esperienze recenti, nel breve termine migliorando la capacità di svolgere con efficienza specifici compiti e, nel lungo termine, integrando l'informazione in esse contenute nel nostro repertorio di comportamenti. Spiega Robert Stickgold, direttore della ricerca:

dopo cent'anni di dibattiti sulla funzione dei sogni, questo studio ci dice che essi sono il modo del cervello per elaborare, integrare e realmente comprendere le nuove informazioni. I sogni sono una chiara indicazione che il cervello che dorme sta lavorando sulle memorie su una pluralità di livelli, ivi comprese le vie che permetteranno di migliorare le prestazioni.

Secondo i ricercatori, il cervello che dorme sembra svolgere contemporaneamente due funzioni: 1. l'ippocampo elabora l'informazione che è rapidamente comprensibile, 2. le aree corticali superiori tentano di applicare la nuova informazione a compiti più complessi e astratti.

Il nostro cervello, a livello non conscio, lavora sulle cose che ritiene particolarmente importanti. Ogni giorno ci troviamo di fronte a una tremenda quantità di informazione e di nuove esperienze. Sembrerebbe che i nostri sogni pongano la domanda: Come posso usare questa informazione per plasmare la mia vita?



STORIE AL CONFINE TRA IL SOGNO E L'OBLIO

Ora basta con lezioni e notiziole. Tutti noi amiamo le storie (e forse ne scriviamo anche qualcuna), quindi occupiamoci di  che cosa raccontano narratori e sceneggiatori sulle amnesie, sugli stati dissociativi, le personalità multiple, i sogni.
Innanzitutto esaminiamo i temi tipici della narrativa fantastica (dato che non butto mai via niente, riprendo un breve testo che ho utilizzato molti anni fa, in un ciclo di incontri organizzati da CS Libri per gli studenti di una scuola superiore): 
 
1. Temi che riguardano la percezione che l'«io» ha del »mondo. Il loro denominatore comune è l'esplorazione dei confini tra materia e spirito, un'esperienza che riporta a stati alternativi alla veglia, come la follia, l'esperienza mistica, l'uso di droghe, il sogno, la primissima infanzia. Narrativamente questi stati vengono resi attraverso la metamorfosi, la confusione tra realtà e piano simbolico, la cancellazione dei confini tra soggetto e oggetto e tra soggetti diversi, la deformazione dello spazio e la sospensione del tempo, la vanificazione del rapporto causa-effetto.

2. Temi che riguardano l'interazione dell'«io» col mondo e con gli altri. Il primo fra tutti è quello della sessualità: nei racconti fantastici il desiderio sessuale è potente e incontrollabile, spesso diretto verso oggetti socialmente riprovati: sorelle, genitori, persone dello stesso sesso, religiosi. Altro tema potentissimo è quello della morte e della sua sconfitta (vampiri, fantasmi, lamie vivono tutti oltre la morte) e, collegato ai primi due, quello della violenza. Dracula l'immorto è creatura sensuale e trasgressiva per eccellenza.
Le tematiche e le modalità narrative fanno del fantastico un genere […] potenzialmente sovversivo. Un genere «guastatore», nato per minare le nostre certezze individuali, carico di una profonda valenza «politica» che consiste, paradossalmente, proprio nel mettere in discussione le nostre certezze biologiche, psichiche, etiche e sociali.

Il punto 2. non è del tutto pertinente, lo so… l'ho inserito per amor di completezza e per spezzare un'altra lancia a favore della narrativa fantastica, ma il punto 1. è esattamente ciò di cui abbiamo discusso finora, patologie comprese. In pratica, i buoni autori di fantastico pescano in maniera più o meno consapevole nelle alterazioni della percezione, nelle falle della memoria, nella rimozione dei ricordi e nella dissociazione del nostro Io più autentico dalle esperienze più dolorose. Non lo dichiarano apertamente, certo, non scrivono avvertenze di questo tipo: «ora vi racconterò il caso di un tizio con due personalità» o «attento lettore, ti spiegherò la sensazione che si prova a non riuscire più a distinguere tra sogno e realtà». Non preannunciano «adesso parleremo di una donna convinta di aver già vissuto la vita che sta vivendo mentre è semplicemente vittima di un deja vu». 
Non lo fanno perché sono narratori, non neurologi, non sono interessati a spiegare un'anomalia ma, semmai, a evocare ciò che di anomalo normalmente ci accade. Perché soltanto proiettandoci nell'anomalia ci indurranno a riflettere sulla nostra «normale», comune umanità.
Anche questa volta citerò degli esempi – non i più famosi, perché tutti li conoscono già, ma – per fare un esperimento – i primi che mi vengono in mente. Sicuramente questi miei ricordi, così familiari e rivisitati da presentarsi per primi, hanno una parte importante nel mio immaginario (e onestamente, pensando a ciò che scrivo di solito,  riconosco non il tema, ma almeno l'aura, il sapore di alcuni di loro).


AMNESIE 
Il tema del/la poveretto/a che si risveglia in una stanza sconosciuta, circondato/a da oggetti che non ricorda di aver visto prima e senza più ricordare il proprio nome è stato visitatissimo in ogni epoca.

Tanto per cambiare genere citerò per primo un noir di Cornell Woolrich, Sipario Nero. Letto da ragazzina, mi colpì per la vicenda intrigante: un uomo, colpito alla testa da un pezzo di cornicione, torna a casa trovandola vuota. Rintracciata la moglie, che ormai abita altrove, scopre di essere sparito tre anni prima e di non ricordare assolutamente nulla di ciò che ha vissuto nel frattempo. Alcuni immagini cominciano ad affiorare da quel nulla: un minaccioso uomo vestito di grigio, il volto di una ragazza… Pubblicato nel 1941, Black Curtain è un concentrato dei temi che serpeggiano in tutte le opere di Woolrich: amnesia, inconscio, paranoia. Il romanzo è stato trasposto per il cinema nel 1942 da Jack Hively come Street of chance e ispirò un episodio della serie televisiva L’ora di Hitchcock diretto da Sidney Pollack.

Un thriller sull'amnesia è anche  Il terzo giorno di Joseph Hayes, autore di racconti, romanzi e scenggiature. Da questo romanzo è stato anche tratto un film con George Peppard. Pubblicato da Longanesi negli anni Sessanta, purtroppo è rintracciabile soltanto in qualche biblioteca comunale o nei siti di collezionisti; in rete non esistono recensioni in proposito.

Nei romanzi e racconti di P. K Dick che ho citato nel post precedente il tema del ricordo si intreccia vividamente a quello dell'incapacità di ricordare e, finalmente, della presa di coscienza. In altri due romanzi la perdita del proprio mondo e/o del proprio passato è legata alla necessità di doverlo rievocare; il primo, che cito soltanto, è La città sostituita, il secondo è Ubik, splendida parabola sulla dissoluzione della realtà e del ricordo. Leggerlo è altamente raccomandabile anche se inquietante fino all'angoscia. Potrei scrivere di Ubik  per dieci pagine, ma preferisco rimandarvi a due ottime recensioni su Librinuovi out of print…   

Però il romanzo dickiano che considero più significativo e toccante è Un oscuro scrutare. Scritto nel 1977, si svolge in California in un futuro molto prossimo, che potrebbe essere proprio il nostro presente. Bob, il protagonista del romanzo, è un agente infiltrato sotto copertura dalla narcotici in un gruppo di sballati per individuare gli spacciatori di una droga che miete vittime fra i giovani. Le sue due identità si intrecciano in maniera tanto profonda da diventare  quasi due personalità ugualmente reali. I suoi contatti con le droghe divengono abitudini, condivide poco per volta la confusione mentale, i pensieri circolari  e sempre più inconcludenti – fino a giungere all'amnesia e alla confabulazione – dei compagni che ama e detesta quasi con la medesima intensità. La missione inghiotte poco per volta tutto ciò che il vero Bob avrebbe potuto essere ma non può più diventare. La progressiva disgregazione del suo pensiero è resa da Dick  con quella che considero una prova da vero scrittore (e un'intensità profondamente segnata da vicende autobiografiche). Personalmente ritengo A scanner darkly qualcosa di molto simile a un capolavoro ma, per onestà, vi avverto che alcuni autori amici miei non lo apprezzano quanto me, e ritengono lo stile di Dick non tre volte più abile ma due volte più sciatto. 
Dal romanzo è stato anche tratto il film omonimo con animazioni digitali diretto da  con Keanu Reeves diretto da R. Linklater. 



Un racconto bellissimo e terribile sulla progressiva perdita dei ricordi (indotta artificialmente e che colpisce l'intera umanità) è Fra le rovine della mia mente di P. J. Farmer (autore discontinuo ma grande): un'intera specie colpita dall'Alzheimer o dalla demenza senile, che perde ogni giorno un ben preciso periodo dei propri ricordi a partire dai più recenti ma che, a differenza di quei pazienti è ben consapevole di quanto sta accadendo e che ciò che oggi ancora ricorda sarà perso per sempre la mattina dopo. Letto su un vol. 26 della gloriosa vecchia serie di «Robot» è, dopo una ristampa nella BUR Rizzoli nell'antologia La grande avventura,  attualmente fuori  commercio.


Troppa gente nella mia testa… 

Per il Disturbo dissociativo di identità (DID) c'è il famoso e troppo discusso Sybil, il film omonimo e un testo estremamente intrigante che avevo promesso di citare. Si intitola Una stanza piena di gente e racconta il caso di John Milligan, affetto da DID con 24 personalità, «primo individuo nella storia degli Stati Uniti a essere dichiarato non colpevole di gravi crimini […] in quanto affetto da disturbo da personalità multipla».
Frutto di lunghi e continui incontri tra Milligan e l'autore del libro, Daniel Keyes, è una lettura impervia e avvincente alla quale mi sono avvicinata perché conoscevo l'autore: da ragazza avevo letto Fiori per Algernon, un racconto di fantascienza psicologica  che nel tempo mi ha dato molti spunti di riflessione sul tema delle disabilità mentali.  Spero, prima o poi, di scrivere una recensione all'altezza.

Infine mi viene in mente Lo specchio scuro, bel noir di Robert Siodmak con una grande Olivia de Havilland. In realtà si tratta di una citazione alla rovescia, ma il film è suggestivo, ambiguo e raffinato. 


Per la confabulazione fantastica devo assolutamente citare Occhi verdi di Lucius Shepard, un romanzo di fantascienza basato sulla possibilità riportare in vita individui defunti iniettando nei loro cervelli e negli altri tessuti corporei un particolare ceppo batterico. Questi «risorti», definiti Personalità Artificiali Indotte Battericamente, sopravvivono da qualche ora a qualche mese, esibendo personalità, capacità e ricordi molto diversi da quelli posseduti in vita; verso la fine i loro occhi acquistano un particolare bagliore verde. Al di là della vicenda (di cui sono protagonisti un risorto con eccezionali doti in campo medico e la dottoressa che lo ha in cura), ho trovato estremamente suggestivi i passati completamente inventati che i risvegliati si attribuiscono, vere e proprie confabulazioni fantastiche basate su frammenti di ricordi di ogni genere che il loro Io vacillante «cuce» insieme nel tentativo di ridiventare una persona completa. 
Con crescente perplessità (e paura) ho quindi letto le recensioni attualmente disponibili in rete – sia in italiano sia in lingua inglese – rendendomi conto che nessuna menziona questa peculiarità, a suo modo struggente, dei risorti. Che sia io a soffrire di confabulazione fantastica, fino a inventarmi, molti anni fa, tutta la faccenda, per poterla sfoggiare in un post che avrei scritto in un lontano futuro?

 
Anche sui sogni si potrebbero ricordare migliaia (milioni?) di titoli.
Uno dei più modesti, «ingenuo ma intrigante» come l'ha definito giustamente un blogger, è Sogno dentro sogno di John Hill che, ho letto, è uno degli pseudonimi di Dean Koontz. Credevo di non aver mai letto nulla di Koontz, autore che uno dei collaboratori della pria serie di LN-LibriNuovi (gloriosamente fotocopiata e rigorosamente per soci) definiva «un onesto panettiere» della narrativa. E invece…

A proposito di sogni, uno degli espedienti narrativi più odiosi e deludenti che ogni tanto ritrovo a chiudere racconti e perfino romanzi : 
 
Aprì gli occhi. Fuori il cielo azzurro occhieggiava fra i tetti (o gli alberi, o le nuvole). Il profumo del caffè gli giungeva dalla cucina, insieme ai rumori di ogni mattina. Era stato solo un terribile sogno»

È una cosa che mi manda in bestia e mi fa pensare tutto d'un fiato: 

Cosa? Terribile sogno? Mi hai trascinato attraverso descrizioni disgustose e/o enfatiche, morte e disperazione, passioni indicibili (che di solito infatti vengono dette malamente) ed era SOLO UN TERRIBILE SOGNO!? 
Ma va' a quel paese, ecco! 

ma sarà accaduto anche a voi di fare un sogno davvero terribile – di quelli che suscitano sensi di colpa, paure e inadeguatezza, timore che la vostra vita possa diventare irrevocabilmente molto più infelice. Non sareste furente nei confronti dell'autore che invoca un sogno del genere solo perché non sa più come concludere la sua «operina»?

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Ieri sera, 2 ottobre 2023, è iniziata la seconda stagione del club di lettura di Solarpunk Italia, dedicata alla New Wave.  Sul link al fond...