mercoledì 15 luglio 2009
lunedì 13 luglio 2009
Altre evoluzioni 1

Passeggiando nella nostra mattinata libera, ieri discutevo con il mio libraio-consorte (d'ora in poi LC) della brutta situazione dell'editoria torinese. Più che brutta. Quasi inesistente, almeno rispetto agli editori medio-grandi, tutti decollati per altri lidi, vuoi per scelta vuoi, soprattutto, per cambi di proprietà.
Dalla sorte degli editori, a quello delle librerie a quello del libro, il passo è purtroppo molto breve. Avendone ormai parlato infinite volte, LC e io ci siamo sforzati di esplorare qualche altro aspetto della questione, oltre a quella inevitabile: le librerie indipendenti vanno scomparendo per mancanza di lettori e, benché sempre meno, noi librai siamo sempre troppi a dividerci una torta ormai delle dimensioni di una crostatina del Mulino Bianco. Punto.
«Non c'è ricambio generazionale», dicono gli addetti di settore. «Vero», probabilmente. Ma proviamo a immaginare che le file dei grandilettori non si assottiglino soltanto per colpa di una fisiologica dipartita, ipotizziamo invece che il profilo del lettore più giovane cambi. In che direzione? Con quali conseguenze per la lettura?
LC - C'è il libro elettronico (Cybook Gen 3) che consente di caricare un libro in acrobat e di visionarlo a piacere.
Io - Giusto. Un'altra forma di libro, in poche parole. E l'ingombro? E il peso?
LC - E portarsi dietro Guerra e pace o Harry Potter 5?
Io - Giusto.
LC- E poi la tecnologia evolve, il Cybook diventerà più leggero e maneggevole...
Io - E l'esperienza tattile del libro? Il piacere di toccare la carta, di annusarla? di annotare a margine?
LC - E il risparmio, invece? Diversi editori stranieri mettono già in rete i loro testi: 15 euro il libro, 5 euro il testo elettronico da scaricare.
Io - Be'... Però leggere non sarebbe più la stessa cosa. Prendere in mano un nostro vecchio libro è un'esperienza unica, intrisa di ricordi: quando ho visto la copertina per la prima volta, quando lo leggevo alla fermata del tram, il peso di questo particolare volume fra le mani...
LC - Vero. Anche quando compravo gli LP cominciavo a sceglierli dalla copertina...
Io - disegnata da fior di artisti, a volte...
LC - Sì. E c'era tutto un paratesto, le liriche, il colore della fodera interna... Mi mancano. Ma poi mi sono abituato benissimo ai CD e alle loro confezioni piccine, e chi scarica in rete risparmiando un sacco di soldi non sente mica tanto la mancanza di quei ricordi e di quelle esperienze...
Io - Perché magari non le ha mai nemmeno fatte per ragioni di età. Ok, ho capito il punto. Però... Senti: secoli fa i libri erano soprattutto letti ad alta voce. Per necessità, dato l'altro numero di analfabeti. Però la lettura ad alta voce conferiva al testo un valore aggiunto emotivo (e forse gliene toglieva un altro: la lettura intima, individuale, non so), un valore ancora oggi riconosciuto. I miei alunni non leggono le cose ad alta voce, se non sono costretti da noi docenti, perché alcuni di loro faticano ancora a leggere speditamente. Però quando annuncio "vi faccio assaggiare questo racconto/romanzo", si mettono in posizione d'ascolto. Io li guardo, mentre leggo, e vedo che provano piacere ad ascoltare qualcuno che legge senza inciampi, che recita un po' per loro. Eppure fino a un minuto prima non sentivano la mancanza di un'esperienza che non fanno quasi mai. Se cancelli certe modalità di esperienza alla fine nessuno ne sentirà più la mancanza, ma la vita di tutti avrà perso qualcosa.
Ma forse no, e le mie (le nostre) sono soltanto nostalgie da vecchi lettori, abituati alla carta, all'inchiostro, a infilare un segnalibro nel libro e qualche volta a fare le orecchie alle pagine, in mancanza d'altro. Forse con uno sforzo potremmo evolvere anche noi, rinunciare al contatto rassicurante e ridurre un libro alla sua essenza: un lungo flusso di parole scelte più o meno accortamente, più o meno capaci di evocare la vita, il reale.
Che proprio io, biologa/naturalista per formazione, mi schieri contro l'evoluzione, sia pure culturale e tecnologica?
Al momento fluttuo tra tutto il mio passato e un futuro che ancora non c'è, tra l'amore (non soltanto riflesso) per la professione del libraio e la mia lunga intimità con il libro come strumento di lavoro da una parte, e dall'altra la curiosità verso le nuove tecnologie che alla fine mi hanno sempre arricchito di esperienza.
Dalla sorte degli editori, a quello delle librerie a quello del libro, il passo è purtroppo molto breve. Avendone ormai parlato infinite volte, LC e io ci siamo sforzati di esplorare qualche altro aspetto della questione, oltre a quella inevitabile: le librerie indipendenti vanno scomparendo per mancanza di lettori e, benché sempre meno, noi librai siamo sempre troppi a dividerci una torta ormai delle dimensioni di una crostatina del Mulino Bianco. Punto.
«Non c'è ricambio generazionale», dicono gli addetti di settore. «Vero», probabilmente. Ma proviamo a immaginare che le file dei grandilettori non si assottiglino soltanto per colpa di una fisiologica dipartita, ipotizziamo invece che il profilo del lettore più giovane cambi. In che direzione? Con quali conseguenze per la lettura?
LC - C'è il libro elettronico (Cybook Gen 3) che consente di caricare un libro in acrobat e di visionarlo a piacere.
Io - Giusto. Un'altra forma di libro, in poche parole. E l'ingombro? E il peso?
LC - E portarsi dietro Guerra e pace o Harry Potter 5?
Io - Giusto.
LC- E poi la tecnologia evolve, il Cybook diventerà più leggero e maneggevole...
Io - E l'esperienza tattile del libro? Il piacere di toccare la carta, di annusarla? di annotare a margine?
LC - E il risparmio, invece? Diversi editori stranieri mettono già in rete i loro testi: 15 euro il libro, 5 euro il testo elettronico da scaricare.
Io - Be'... Però leggere non sarebbe più la stessa cosa. Prendere in mano un nostro vecchio libro è un'esperienza unica, intrisa di ricordi: quando ho visto la copertina per la prima volta, quando lo leggevo alla fermata del tram, il peso di questo particolare volume fra le mani...
LC - Vero. Anche quando compravo gli LP cominciavo a sceglierli dalla copertina...
Io - disegnata da fior di artisti, a volte...
LC - Sì. E c'era tutto un paratesto, le liriche, il colore della fodera interna... Mi mancano. Ma poi mi sono abituato benissimo ai CD e alle loro confezioni piccine, e chi scarica in rete risparmiando un sacco di soldi non sente mica tanto la mancanza di quei ricordi e di quelle esperienze...
Io - Perché magari non le ha mai nemmeno fatte per ragioni di età. Ok, ho capito il punto. Però... Senti: secoli fa i libri erano soprattutto letti ad alta voce. Per necessità, dato l'altro numero di analfabeti. Però la lettura ad alta voce conferiva al testo un valore aggiunto emotivo (e forse gliene toglieva un altro: la lettura intima, individuale, non so), un valore ancora oggi riconosciuto. I miei alunni non leggono le cose ad alta voce, se non sono costretti da noi docenti, perché alcuni di loro faticano ancora a leggere speditamente. Però quando annuncio "vi faccio assaggiare questo racconto/romanzo", si mettono in posizione d'ascolto. Io li guardo, mentre leggo, e vedo che provano piacere ad ascoltare qualcuno che legge senza inciampi, che recita un po' per loro. Eppure fino a un minuto prima non sentivano la mancanza di un'esperienza che non fanno quasi mai. Se cancelli certe modalità di esperienza alla fine nessuno ne sentirà più la mancanza, ma la vita di tutti avrà perso qualcosa.
Ma forse no, e le mie (le nostre) sono soltanto nostalgie da vecchi lettori, abituati alla carta, all'inchiostro, a infilare un segnalibro nel libro e qualche volta a fare le orecchie alle pagine, in mancanza d'altro. Forse con uno sforzo potremmo evolvere anche noi, rinunciare al contatto rassicurante e ridurre un libro alla sua essenza: un lungo flusso di parole scelte più o meno accortamente, più o meno capaci di evocare la vita, il reale.
Che proprio io, biologa/naturalista per formazione, mi schieri contro l'evoluzione, sia pure culturale e tecnologica?
Al momento fluttuo tra tutto il mio passato e un futuro che ancora non c'è, tra l'amore (non soltanto riflesso) per la professione del libraio e la mia lunga intimità con il libro come strumento di lavoro da una parte, e dall'altra la curiosità verso le nuove tecnologie che alla fine mi hanno sempre arricchito di esperienza.
martedì 7 luglio 2009
Contro l'intolleranza

Nella mia vita credo di aver fatto almeno centomila firme.
La stragrande maggioranza sono firme di lavoro: come insegnante devo firmare quando entro a scuola, poi il registro per ogni ora di lezione, e via scarabocchiando.
Poi ci sono tutte le firme in banca, quelle per tutti i vari documenti. Quelle apposte per una buona causa e da qualche anno tutte le firme elettroniche inviate per salvare il mondo, la civiltà, la pace... Montagne di inchiostro vero o virtuale che di solito non hanno risolto nulla e mi hanno regalato soltanto l'effimera sensazione di aver fatto qualcosa. Di lavarmi la coscienza ben sapendo che tutto sarebbe rimasto come prima. Ormai cestino il 99% di ciò che richiede una mia firma in rete.
Ma questa petizione non posso non firmarla. Di più, sono fiera di essere una donna che firma per chiedere un riconoscimento per un'altra donna.
Vale la pena, leggete per verificare.
http://fronteretro.blogspot.com/2009/07/per-resistere-si-puo-cominciare.html
La stragrande maggioranza sono firme di lavoro: come insegnante devo firmare quando entro a scuola, poi il registro per ogni ora di lezione, e via scarabocchiando.
Poi ci sono tutte le firme in banca, quelle per tutti i vari documenti. Quelle apposte per una buona causa e da qualche anno tutte le firme elettroniche inviate per salvare il mondo, la civiltà, la pace... Montagne di inchiostro vero o virtuale che di solito non hanno risolto nulla e mi hanno regalato soltanto l'effimera sensazione di aver fatto qualcosa. Di lavarmi la coscienza ben sapendo che tutto sarebbe rimasto come prima. Ormai cestino il 99% di ciò che richiede una mia firma in rete.
Ma questa petizione non posso non firmarla. Di più, sono fiera di essere una donna che firma per chiedere un riconoscimento per un'altra donna.
Vale la pena, leggete per verificare.
venerdì 3 luglio 2009
Non ho tempo di aspettare!
Ieri ho incontrato M., un amico che lavora presso il settore Alberate urbane dell'amministrazione comunale. M. cura il patrimonio arboreo di Torino ed è una miniera, oltre che di consigli su come si curano le piante, anche di aneddoti e osservazioni su come la gente, di Torino considera il "verde". Parlando con lui ho più volte pensato alle nostre rispettive professioni, e per "professione" qui non intendo soltanto ciò che si fa per soddisfare necessità come mangiare e avere un tetto sulla testa ma anche ciò che si fa senza compenso e con dedizione, per soddisfare necessità altrettanto impellenti ma di altra natura... magari dovrei chiamarle passioni.Professionalmente, io mi intendo soprattutto di preadolescenti e di come si fanno i libri; M., invece, sa più o meno tutto su alberi, manto vegetale ecc. Usando un po' di fanta- sia non è difficile individuare molte somiglianze fra i tre oggetti del nostro lavoro: tutti e tre nascono molto più piccoli (germogli, neonati, idee) di quanto diventeranno; tutti e tre nella loro vita attraversano molte fasi (albusti-bambini-scalette; poi alberelli-ragazzini-manoscritti; poi finalmente giovani alberi vigorosi-adolescenti spigolosi-testi in cerca di editori)… Né M. né io possiamo predire il loro futuro ma sappiamo per certo che cambieranno ancora molte volte durante la loro vita, ordinaria o eccezionale che sia.
A dirla tutta, M. e io siamo convinti (e non siamo sicuramente i soli) che il bello delle nostre professioni (che sono anche un po' professioni di speranza, se non di fede) stia proprio nell'osservare con pazienza questi cambiamenti, intervenendo con cautela e discrezione, seguendo le "inclinazioni delle "creature" senza forzature, senza fretta.
Mi pare fosse Orazio a dire: nella vita tre cose sono degne: fare un figlio, piantare un albero, scrivere un libro. Ma doveva pensarlo anche il nonno di M. (e chissà quanti altri nonni) se continuava a piantare alberi anche in età avanzata, dicendo a figli e nipoti: "Sarete voi a godervi i loro frutti".
Naturalmente, M. e suo nonno, Orazio e perfino io sappiamo che la parola chiave di tutto questo discorso è "tempo", "Dare tempo al tempo" perché faccia il proprio lavoro o almeno lasci fare a gli altri (piantine, ragazzini, storie) il loro senza pretendere di vedere subito i risultati.
Ma in questi anni dobbiamo aver perduto il senso del tempo (oltre che quello del ridicolo) e vogliamo tutto e subito: la trasformazione, il "viaggio", le attese, non sono più sopportabili. Sui ragazzini e sulle pretese degli adulti di averli subito grandi, autonomi, capaci di badare a se stessi avrei molto da dire (ma non ora, a fine anno scolastico, quando mesi di lavoro mi sembrano evaporati senza quasi lasciare tracce). Su libri e autori è inutile continuare a scrivere di editori in cerca di miracoli a costo zero, roba immediatamente vendibile a migliaia di copie senza più lavoro di squadra: niente editing, niente investimenti su "vivai" di nuovi autori, da coltivare nel tempo... Pensavo che almeno agli alberi si lasciassero i loro ritmi, in fondo la biologia non può essere forzata più di tanto.
Ma mi sbagliavo. M. mi ha spiegato che oggi, pagando "il giusto" (ovvero cifre dell'ordine dei diecimila euro), chiunque può avere nella villona con parco appena costruita il proprio albero secolare, gli ulivi, ad esempio, sono molto richiesti. Volete un ulivo di cento o duecento anni proprio lì, nel prato davanti a casa? Non c'è problema, in Puglia o in Spagna diversi proprietari di uliveti trovano più conveniente vendere i loro ulivi antichi invece delle olive.
"Ma gli alberi trapiantati campano?" ho chiesto un po' sconvolta. Certo, mi ha spiegato M., le tecnologie attuali consentono di estrarre l'ulivo con una sorta di arnese che abbina un'enorme forbice capace di frantumare i sassi a un megacucchiaio che raccoglie la palla di terra che circonda le radici; la pianta viene poi potata perché la chioma non subisca troppi danni, caricata su un TIR a rampa, trasportata fino al vostro prato e infilata nel buco del terreno che voi avrete fatto amorevolmente scavare.
A dirla tutta, M. e io siamo convinti (e non siamo sicuramente i soli) che il bello delle nostre professioni (che sono anche un po' professioni di speranza, se non di fede) stia proprio nell'osservare con pazienza questi cambiamenti, intervenendo con cautela e discrezione, seguendo le "inclinazioni delle "creature" senza forzature, senza fretta.
Mi pare fosse Orazio a dire: nella vita tre cose sono degne: fare un figlio, piantare un albero, scrivere un libro. Ma doveva pensarlo anche il nonno di M. (e chissà quanti altri nonni) se continuava a piantare alberi anche in età avanzata, dicendo a figli e nipoti: "Sarete voi a godervi i loro frutti".
Naturalmente, M. e suo nonno, Orazio e perfino io sappiamo che la parola chiave di tutto questo discorso è "tempo", "Dare tempo al tempo" perché faccia il proprio lavoro o almeno lasci fare a gli altri (piantine, ragazzini, storie) il loro senza pretendere di vedere subito i risultati.
Ma in questi anni dobbiamo aver perduto il senso del tempo (oltre che quello del ridicolo) e vogliamo tutto e subito: la trasformazione, il "viaggio", le attese, non sono più sopportabili. Sui ragazzini e sulle pretese degli adulti di averli subito grandi, autonomi, capaci di badare a se stessi avrei molto da dire (ma non ora, a fine anno scolastico, quando mesi di lavoro mi sembrano evaporati senza quasi lasciare tracce). Su libri e autori è inutile continuare a scrivere di editori in cerca di miracoli a costo zero, roba immediatamente vendibile a migliaia di copie senza più lavoro di squadra: niente editing, niente investimenti su "vivai" di nuovi autori, da coltivare nel tempo... Pensavo che almeno agli alberi si lasciassero i loro ritmi, in fondo la biologia non può essere forzata più di tanto.
Ma mi sbagliavo. M. mi ha spiegato che oggi, pagando "il giusto" (ovvero cifre dell'ordine dei diecimila euro), chiunque può avere nella villona con parco appena costruita il proprio albero secolare, gli ulivi, ad esempio, sono molto richiesti. Volete un ulivo di cento o duecento anni proprio lì, nel prato davanti a casa? Non c'è problema, in Puglia o in Spagna diversi proprietari di uliveti trovano più conveniente vendere i loro ulivi antichi invece delle olive.
"Ma gli alberi trapiantati campano?" ho chiesto un po' sconvolta. Certo, mi ha spiegato M., le tecnologie attuali consentono di estrarre l'ulivo con una sorta di arnese che abbina un'enorme forbice capace di frantumare i sassi a un megacucchiaio che raccoglie la palla di terra che circonda le radici; la pianta viene poi potata perché la chioma non subisca troppi danni, caricata su un TIR a rampa, trasportata fino al vostro prato e infilata nel buco del terreno che voi avrete fatto amorevolmente scavare.
Però! mi sono detta, sognando di vincere al lotto (a cui peraltro non gioco mai) e di "fa
rmi" un albero di duecento anni.
Poi però ho pensato a quell'albero trapiantato nel mio prato, pagato profumatamente come un divo del cinema per recitare un cameo, mesa lì a far finta che la villa nuova sia antica pure lei e che il nuovo ricco non sia un parvenu...
Ci sarebbe da ridere, lo so. Ma a M. e a me, e a tutti quelli a cui l'ho raccontata, questa storia non sembra affatto divertente, soltanto un altro segno dei tempi assurdi che stiamo vivendo.
rmi" un albero di duecento anni.Poi però ho pensato a quell'albero trapiantato nel mio prato, pagato profumatamente come un divo del cinema per recitare un cameo, mesa lì a far finta che la villa nuova sia antica pure lei e che il nuovo ricco non sia un parvenu...
Ci sarebbe da ridere, lo so. Ma a M. e a me, e a tutti quelli a cui l'ho raccontata, questa storia non sembra affatto divertente, soltanto un altro segno dei tempi assurdi che stiamo vivendo.
domenica 28 giugno 2009
Com'era Ieri?

Fra qualche mese una mia novella verrà pubblicata nella collana N&D. di CS-libri. Si tratta di un'opera di alcuni anni fa, scritta in qualche mese appena (un tempo molto breve per i miei ritmi) e scritta soprattutto in un periodo particolare: l'infanzia di mia figlia.
Riprendere in mano Sarà ieri (questo è il titolo che scelsi allora e che non so ancora se manterrò) è un'esperienza davvero curiosa.
Prima di tutto c'è la rete della memoria, che si solleva da acque profonde e riporta a galla i ricordi di allora: i momenti nei quali scrivevo, la concentrazione, le ore, quasi soltanto della domenica e del dopocena, che mi ritagliavo per scrivere facendo a turno con mio marito per tenere compagnia alla bambina o per cucinare. Rileggo le frasi di un tempo e ri-vedo che le immagini che allora "vedevo" per la prima volta, mentre le scrivevo. Rileggo e vedo lo schermo del PC di allora, il mio primo portatile, e la luce bassa della lampada... Rileggo e mi ritrovo a letto, prima di dormire, a immaginare come la storia sarebbe andata avanti. Questa revisione è una sorprendente esperienza di archeologia mentale. ,
Poi c'è la curiosità di "leggere"; ero convinta di ricordare perfettamente Sarà ieri, scena per scena e quasi frase per frase, e invece no, mentre rileggo leggo anche per la prima volta. Colgo, ora, sfumature che non credevo di aver scritto, e che quindi in un certo senso non ho scritto. Ma ora le vedo con lo sguardo del lettore, perché il tempo ha lavato via la patina di già letto di quei mesi. Non saprò mai se certe sfumature di un personaggio erano intenzionali o sono aggiunte ora dalla mia diversità, maturazione o che so io. E infine, ci sono due sensazioni opposte; la prima è una serena consapevolezza di poter fare liberamente qualunque cambiamento ritenga opportuno: è roba mia! Per chi, come me, ha fatto - con piacere - l'editing a diversi testi scritti da altri si tratta di una sensazione esaltante; nessuna richiesta di chiarimenti, nessun "timido suggerimento" per non urtare la sensibilità altrui, nessuna paura di prevaricare l'autore: mi sono data completa carta bianca e vado tranquilla!
La seconda sensazione è la consapevolezza esattamente contraria: posso cambiare una frase, renderla più "pulita", più nitida. Ma non posso renderla più chiara, meno/più ambigua. Cambiando qualcosa probabilmente dovrei cambiare tutto, scrivere una cosa diversa. Il testo, mi pare, ha un suo equilibrio, qualunque variazione significativa genererebbe una novella diversa. Insomma non sono affatto più libera, soltanto meno oppressa dalla richiesta di autorizzazioni.
Un'emozione sorprendente è poi riscoprire il personaggio di Bianca, la figlia della protagonista. Bianca ha esattamente l'età attuale di mia figlia Morgana, compariva qua e là senza essere parte vera alla vicenda, piuttosto viveva nei pensieri della madre, come avviene nella realtà. Scoprirla a distanza di anni come possibile proiezione della bimba di allora è davvero strano. Non è mia figlia, né voleva esserlo allora... eppure c'è qualcosa, echi, ombre, aure...
Di Sarà ieri non posso dire altro, ma da questa rilettura mi aspetto sorprese.
Diceva uno scrittore, vedi caso letto proprio allora, mentre scrivevo Sarà ieri:
Scrivendo onestamente l'autore scopre di sapere più cose di quanto credeva
Cito la frase a memoria, sicuramente l'avrò trasformata a mio uso e consumo, ma sono convinta della sua verità.
Riprendere in mano Sarà ieri (questo è il titolo che scelsi allora e che non so ancora se manterrò) è un'esperienza davvero curiosa.
Prima di tutto c'è la rete della memoria, che si solleva da acque profonde e riporta a galla i ricordi di allora: i momenti nei quali scrivevo, la concentrazione, le ore, quasi soltanto della domenica e del dopocena, che mi ritagliavo per scrivere facendo a turno con mio marito per tenere compagnia alla bambina o per cucinare. Rileggo le frasi di un tempo e ri-vedo che le immagini che allora "vedevo" per la prima volta, mentre le scrivevo. Rileggo e vedo lo schermo del PC di allora, il mio primo portatile, e la luce bassa della lampada... Rileggo e mi ritrovo a letto, prima di dormire, a immaginare come la storia sarebbe andata avanti. Questa revisione è una sorprendente esperienza di archeologia mentale. ,
Poi c'è la curiosità di "leggere"; ero convinta di ricordare perfettamente Sarà ieri, scena per scena e quasi frase per frase, e invece no, mentre rileggo leggo anche per la prima volta. Colgo, ora, sfumature che non credevo di aver scritto, e che quindi in un certo senso non ho scritto. Ma ora le vedo con lo sguardo del lettore, perché il tempo ha lavato via la patina di già letto di quei mesi. Non saprò mai se certe sfumature di un personaggio erano intenzionali o sono aggiunte ora dalla mia diversità, maturazione o che so io. E infine, ci sono due sensazioni opposte; la prima è una serena consapevolezza di poter fare liberamente qualunque cambiamento ritenga opportuno: è roba mia! Per chi, come me, ha fatto - con piacere - l'editing a diversi testi scritti da altri si tratta di una sensazione esaltante; nessuna richiesta di chiarimenti, nessun "timido suggerimento" per non urtare la sensibilità altrui, nessuna paura di prevaricare l'autore: mi sono data completa carta bianca e vado tranquilla!
La seconda sensazione è la consapevolezza esattamente contraria: posso cambiare una frase, renderla più "pulita", più nitida. Ma non posso renderla più chiara, meno/più ambigua. Cambiando qualcosa probabilmente dovrei cambiare tutto, scrivere una cosa diversa. Il testo, mi pare, ha un suo equilibrio, qualunque variazione significativa genererebbe una novella diversa. Insomma non sono affatto più libera, soltanto meno oppressa dalla richiesta di autorizzazioni.
Un'emozione sorprendente è poi riscoprire il personaggio di Bianca, la figlia della protagonista. Bianca ha esattamente l'età attuale di mia figlia Morgana, compariva qua e là senza essere parte vera alla vicenda, piuttosto viveva nei pensieri della madre, come avviene nella realtà. Scoprirla a distanza di anni come possibile proiezione della bimba di allora è davvero strano. Non è mia figlia, né voleva esserlo allora... eppure c'è qualcosa, echi, ombre, aure...
Di Sarà ieri non posso dire altro, ma da questa rilettura mi aspetto sorprese.
Diceva uno scrittore, vedi caso letto proprio allora, mentre scrivevo Sarà ieri:
Scrivendo onestamente l'autore scopre di sapere più cose di quanto credeva
Cito la frase a memoria, sicuramente l'avrò trasformata a mio uso e consumo, ma sono convinta della sua verità.
giovedì 25 giugno 2009
Prove concrete di civismo
A qualcuno lo devo raccontare (oltre che a mia figlia)…
Ore 19.00. Mio marito e i
o chiudiamo la libreria accompagnati dal cielo grigio e da un brontolio di tuono. L'aria ha un sapore inconfondibile di pioggia imminente. Tempo di girare l'angolo, fare un paio di isolati e raggiungere la fermata dell'autobus e comincia a gocciolare. Ci stringiamo sotto un ombrellino pieghevole che minaccia di collassare. Goccioloni, ticchettii… Poi comincia quello che in buon piemontese si chiama "na slavandun" (grafia sicuramente sbagliata). Un paio di autobus si avvicinano, attesi con impazienza da noi e da una signorina rattrapita sotto un ombrelluzzo ancora più esiguo. La signorina è più fortunata e si imbuca nel secondo autobus, noi ci rassegniamo.
Si ferma una macchina, a bordo una coppia sconosciuta e dall'espressione gentile.
- Serve un passaggio?
Fissiamo i due a bocca aperta. Non è possibile. Chi vuoi che offra un passaggio a due tizi mai visti, sia pure (almeno temporaneamente) in versione mite e sfortunata?
L'invito viene ripetuto e accettato fra stupefatti ringraziamenti.
Il tempo di quattro chiacchiere civili, di scoprire che i signori erano già passati davanti alla fermata, scorgendo soltanto la signorina ed erano tornati indietro, impiet
ositi, pensando alla figlia in analoghe circostanze, e siamo stati recapitati sotto casa, asciutti e sorridenti, dopo aver augurato alla civilissima coppia ogni bene e un'ottima serata in pizzeria dove hanno appuntamento con figlia e famiglia.
Un episodio piccolo ma prezioso, che ha migliorato la serata a tutti e tre (figlia nostra compresa), la sensazione di essere in debito con la sorte, la consapevolezza che saldare il debito richiederà "soltanto" un po' di attenzione a ciò che avviene attorno a noi e il piccolo sforzo di comunicare con uno o più sconosciuti.
E pensare che io detesto tutta la retorica buonista sui piccoli gesti!
Ore 19.00. Mio marito e i
o chiudiamo la libreria accompagnati dal cielo grigio e da un brontolio di tuono. L'aria ha un sapore inconfondibile di pioggia imminente. Tempo di girare l'angolo, fare un paio di isolati e raggiungere la fermata dell'autobus e comincia a gocciolare. Ci stringiamo sotto un ombrellino pieghevole che minaccia di collassare. Goccioloni, ticchettii… Poi comincia quello che in buon piemontese si chiama "na slavandun" (grafia sicuramente sbagliata). Un paio di autobus si avvicinano, attesi con impazienza da noi e da una signorina rattrapita sotto un ombrelluzzo ancora più esiguo. La signorina è più fortunata e si imbuca nel secondo autobus, noi ci rassegniamo.Si ferma una macchina, a bordo una coppia sconosciuta e dall'espressione gentile.
- Serve un passaggio?
Fissiamo i due a bocca aperta. Non è possibile. Chi vuoi che offra un passaggio a due tizi mai visti, sia pure (almeno temporaneamente) in versione mite e sfortunata?
L'invito viene ripetuto e accettato fra stupefatti ringraziamenti.
Il tempo di quattro chiacchiere civili, di scoprire che i signori erano già passati davanti alla fermata, scorgendo soltanto la signorina ed erano tornati indietro, impiet
ositi, pensando alla figlia in analoghe circostanze, e siamo stati recapitati sotto casa, asciutti e sorridenti, dopo aver augurato alla civilissima coppia ogni bene e un'ottima serata in pizzeria dove hanno appuntamento con figlia e famiglia.Un episodio piccolo ma prezioso, che ha migliorato la serata a tutti e tre (figlia nostra compresa), la sensazione di essere in debito con la sorte, la consapevolezza che saldare il debito richiederà "soltanto" un po' di attenzione a ciò che avviene attorno a noi e il piccolo sforzo di comunicare con uno o più sconosciuti.
E pensare che io detesto tutta la retorica buonista sui piccoli gesti!
sabato 20 giugno 2009
In difesa delle coincidenze

Coincidenza è una di quelle parole delle quali, di solito, si abusa soltanto. Secondo il dizionario De Mauro, il termine ha quattro significati:
1. il verificarsi simultaneo, specialmente casuale, di due fatti; sinonimi: concomitanza, contemporaneità, simultaneità, sincronismo;
2. corrispondenza, identità di opinioni, di idee, di vedute; sinonimi: accordo, corrispondenza, conformità, consonanza, convergenza, identità, omogeneità, uguaglianza, uniformità;
3. corrispondenza tra l'ora di arrivo di un mezzo di trasporto e l'ora di partenza di un altro; sinonimi: frasi di analogo significato;
4. identità o sovrapposizione specialmente di punti, linee o figure; sinonimi? In matematica praticamente NON esistono sinonimi!
L'estate scorsa, quando avevo letto soltanto le prime pagine del libro, una (sfortunatissima) coincidenza (in senso 1) ha sabotato l'incontro tra l'antologia di racconti Elogio della coincidenza dell'argentino Luiz Schwarcz e me, investendomi come un TIR e trascinandosi per mesi. Peccato, perché tra l'autore e la sottoscritta pare esistere, nel modo di percepire il mondo e concepire la scrittura, una quasi totale consonanza di vedute.
Nonostante la mia scarsa lucidità di allora, intuendo la convergenza di opinioni, ho proseguito ostinatamente a leggerlo. Ma, come quando il secondo treno giunge in ritardo, quando la scrittura di Schwarcz arrivava a segno, io ero già partita da un po'…
Ricordo di aver parlato in termini elogiativi dei racconti al mio consorte. Ma allora, né lui né io eravamo in vena...
Poi, il libro è andato smarrito. È sparito, si è nascosto, non lo so.
Fatto sta che, per una (felicissima) coincidenza l'ho ripescato l'altra notte, ore 0.45, mentre frugando nel mucchio che soggiorna sul mio comodino, cercavo un altro libro da leggere. Lui, era sempre stato lì. Rimpiattato. Ad aspettarmi, ostinatissimo, nonostante gli avessi dato buca troppe volte.
Forse si è trattato di serendipità, non di semplice coincidenza.
Coincidenza, destino... In fondo chi se ne frega? A me piace pensare che certi incontri devono avvenire e ringrazio la sorte che sia avvenuto così, in sordina - senza "coincidere" con altri guai e senza chiasso - appena sottolineato da un "Toh, guarda!"
"Ma che cosa devo farne di te?", mi sono chiesta subito dopo.
a) Ti ripongo nel mucchio.
b) Ti poso subito e tocco ferro, perché magari porti sgarro.
c) Ti sfoglio un po' così, di sguincio, giusto per riassaggiarti un po'...
d) Ammetto di avere un debito con te e faccio del mio meglio per saldarlo.
Così eccomi qui.
Elogio della coincidenza è una serie di sguardi lanciati dalla finestra. Un mazzo di fotografie trovate in un cassetto. Film visti da piccoli e vagamente ricordati, mescolati a sogni e a sogni di altri film. Libri letti, o almeno comprati col proposito di farlo. Case soltanto immaginate, leggendone sui volantini pubblicitari. Piccoli gesti di accoglienza fatti da qualcuno per clienti, probabilmente indifferenti, che resteranno sconosciuti. Piccole macchie che non vogliono andarsene dalla camicia bianca, una libro di memorie che non scriveremo mai.
Con il tempo le coincidenze andarono scomparendo dalla mia vita... Forse era divenuto impossibile dissimulare la predominanza di errori e non riuscivo più a credere alle scuse che accampavo per la mia mancanza di controllo della situazione.
Ormai sono certa che il mio (il nostro) controllo della situazione è soltanto un faticoso azionismo di minoranza. Ma è mio. E continuo a temere un po' le coincidenze, ma non questa, non questa lettura nata nel momento in cui mi sono sentita meno adeguata, eppure inevitabile e feconda.
Non ho ancora imparato a vivere alla giornata, ma mi sforzo di provarci, almeno ogni tanto. E sto all'erta: i debiti vanno onorati e alcune coincidenze non possono andare perdute.
Luiz Schwarcz
Elogio della coincidenza
Feltrinelli 2008, euro 10,00
Trad. R. Francavilla
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