lunedì 2 luglio 2012

In primis l'Uovo: Riflessioni su uova di ogni specie

Jakob van de Kerkhoven
È nato prima l'uovo o la gallina?
Probabilmente fu questa domanda impossibile a introdurmi, da piccola, nell'universo del paradosso e del dubbio.
Da allora ho scoperto che la realtà, così come noi la conosciamo attualmente, pone molte domande alle quali è – se non impossibile – almeno estremamente difficile dare una risposta certa. La scienza le definirebbe domande ingenue, poste da anime semplici e non addette ai lavori, domande alle quali è possibile dare risposte matematiche oppure parziali. Domande come queste: posto che il nostro universo non sia stazionario, quanti big bang (e big crunch) precedettero quello l'ha generato? Oppure, accettando l'esistenza degli universi paralleli, «dove» dovrebbe collocarli la nostra immaginazione E, limitandoci a una scala locale, quante «Pangee» e derive dei continenti hanno preceduto la «nostra»?
Domande ingenue, sicuro. Ma – oltre a una preparazione da docente di scienze tuttologo e a una certa competenza biologica – io, come tutti gli umani, possiedo una mente narrativa e ogni tanto me le pongo, se non altro per abbandonarmi alla lieve vertigine che mi regalano.
«Non si può rispondere!» – penso, dopo averle assaporate – ed è quasi un sollievo: immagino un'infinita teoria di universi schierati uno a fianco dell'altro e il nostro, quello nel quale siamo imprigionati, perso da qualche parte, in mezzo a loro. Poi penso a continenti sconosciuti che vanno alla deriva per poi riunirsi e tornare a separarsi in una danza lunga centinaia di milioni di anni. E uova da cui escono galline che depongono uova, da cui escono altre galline...
Non si può rispondere. Non è necessario rispondere. Va bene così. 
 
LUCA
Ma, proprio adesso che ho un po' imparato ad accettare la mancanza di risposte, ho scoperto – su Le Scienze 524, aprile 2012 – che la risposta c'è, almeno nel settore avicolo.
In principio fu l'UOVO, e non un uovo qualunque ma LUCA, il protuovo dal quale si originarono tutti i viventi:

L'ipotesi più accreditata vede il formarsi primordiale di riboenzimi, cioè molecole di RNA capaci di informazione genetica e contemporaneamente dotate di attività catalitiche proprie di enzimi, a costituire un organismo protovirale che chiamiamo Last, Universal Common Ancestor (LUCA)”.

L'articolo delle Scienze – un buon esempio di divulgazione seria ma divertente firmato da Manuela Monti e Carlo Alberto Redi, rispettivamente del Policlinico San Matteo e dell'Università di Pavia – parte da LUCA per divagare sulle peculiarità di uova di ogni genere, passate e presenti – da quelle di dinosauro a quelle di colibrì – sui loro pregi alimentari e sul loro utilizzo in modi molto differenti da quelli che potrebbe immaginare un cuoco, spingendomi a cercare altre informazioni in Rete. Il mio io docente si è subito entusiasmato, progettando di tenere all'inizio del prossimo anno scolastico una lezione sul tema, ma con gli anni ho imparato a non buttare via niente, così ho pensato di trasferire il risultato delle mie letture sul blog: divulgare è ciò che faccio per vivere e che amo fare, un modo obliquo di parlare di me e delle mie passioni senza espormi troppo, che mi permette di unire il mio lavoro con il piacere che provavo dando consigli di lettura in libreria o sulla rivista. 
Ma è tempo di cominciare.

Uova smisurate

Se oggi volete vedere un uovo veramente grosso dovete cercare uno struzzo femmina, farvela amica e chiederle il permesso di esaminare il suo. La struzza può esserne fiera: le sue uova sono attualmente le più grandi, alte fino a 18 cm, con un diametro che può raggiungere i 15 cm e un peso che varia tra 800 e 1500 g! Il loro guscio è talmente duro da sopportare il peso di un uomo adulto. Sono più piccole delle uova più grandi deposte dai dinosauri, loro stretti parenti estinti, che al massimo potevano essere grandi come palloni da calcio (diametro ci circa 22 cm e volume di 5 o 6 litri), ma abbastanza impressionanti. Fino a qualche secolo fa, però, avreste potuto avere il privilegio di osservare le uova terrestri più grandi in assoluto, capaci di sbaragliare anche quelle dei grandi sauri del mesozoico: quelle deposte da Aepyornis maximus, un uccellone del Madagascar ormai estinto.
L’Aepyornis, anche chiamato uccello Roc nei racconti delle Mille e una notte e nel Milione di Marco Polo (nei quali però figurava come volatore) e definito in malgascio Vouron Patra (uccello delle paludi) è l'uccello più grosso mai esistito, capace di produrre uova da 9 litri, alte 33 cm e pesanti oltre 10 kg; per abbracciarle avreste dovuto formare un cerchio di 90 cm di circonferenza. Parlando da ingegneri, queste super uova, che valevano 200 uova di gallina, erano al limite strutturale: uova appena più grandi avrebbero avuto scambi gassosi insufficienti (volume troppo grande per la superficie – ve lo ricordate, vero, che la sfera è, a parità di volume il solido con superficie minore?) e, particolare ancora più importante, per stare insieme avrebbe dovuto avere un guscio troppo spesso perché il pulcinone riuscisse a romperlo dall’interno. 
 Al capo opposto dello spettro, tra le uova attualmente deposte, l'uovo di colibrì è uno dei più minuscoli, ma ovviamente esistono anche le uova non deposte, quelle di mammifero, ad esempio, e tra queste si piazzano bene le uova di topolino (7o micrometri) e quelle umane (200 micrometri).
Questo per dare alla biologia ciò che le spetta.

Dall'uovo di struzzo a quello di colibrì

Parliamo un po' di noi
Nella specie umana gli ovari, che noi chiamiamo solitamente ovaie, sono costituiti da un milione circa di follicoli primordiali che diminuiscono a 200-400 mila alla pubertà e ovuleranno solo in 400-500 nel corso della vita fertile di una donna.
Nell'ovario umano, però, è presente anche una piccola percentuale di uova allo stato staminale, e quindi capaci ancora di dividersi e maturare. Da studi recenti  risulterebbe la possibilità di identificare e isolare queste uova staminali, aumentando o ripristinando – in futuro – la fertilità in donne quasi al termine del periodo fecondo.
Infatti, nel luglio 2009, i ricercatori della Northwestern University (Usa) sono riusciti per la prima volta a far crescere cellule uovo umane in vitro a partire da cellule immature. Di solito, invece, le uova vengono prelevate dalle ovaie già mature, dopo settimane di terapie ormonali, una pratica che non è possibile in caso di malattie gravi della paziente. 
ovulazione umana
Sempre recentemente è stato affrontato il problema delle malattie legate alle alterazioni del DNA mitocondriale: i mitocondri, organelli che effettuano la respirazione cellulare ricavando energia dall'ossidazione delle sostanze nutritive, hanno un DNA circolare distinto da quello del nucleo; il genoma mitocondriale viene ereditato solo per via materna, dall'oocita (ricordate, vero, la storia della «Eva mitocondriale»?) quindi se il DNA mitocondriale materno se presenta qualche difetto, anche i figli lo ereditano; a oggi si conoscono circa 50 malattie causate da alterazioni genetiche del Dna mitocondriale. Per prevenirle un gruppo di ricercatori ha messo a punto il modo di impiantare nell'utero di una donna con DNA mitocondriale alterato oociti fecondati contenenti il DNA dei genitori e il DNA mitocondriale sano di una terza donatrice. Le implicazioni etiche della questione sicuramente faranno discutere.

Uova culturali 
Ma l'uovo non è soltanto un'entità biologica, è un simbolo potente di rinascita e rinnovamento, comune a tutte le civiltà arcaiche. Per quanto riguarda i miti fondanti, ab ovo è un'espressione da prendere alla lettera: l’uovo cosmico simboleggia l’unità primordiale, la totalità perfetta e indivisa, la sua rottura coincide con la nascita dell’universo visibile.
In india, ad esempio, il pensiero induista attribuì all'Uovo cosmico un valore enorme:

In principio, in verità, questo mondo era acqua, null'altro che un mare d'acqua. Le acque desiderarono, «Come possiamo propagarci?». Esse infiammarono il proprio ardore, compiendo proprio questo gesto con fervore. Raccogliendo la propria energia creatrice esse si riscaldarono e si produsse un uovo d'oro.

Nella Chandogya Upanisad si descrive come dall’unità si passi alla molteplicità dell’universo visibile:

Il sole è il Brahman: ecco l'insegnamento. Ed ora la spiegazione: Al principio questo universo era Non essere. Esso divenne l'Essere. Si sviluppò. Divenne un uovo. Giacque per lo spazio d'un anno. Poi s'aperse. Le due metà dell'uovo erano una d'argento, l'altra d'oro. La metà d'argento è questa terra, quella d'oro è il cielo, la membrana esterna costituisce le montagne, la membrana interna le nubi e la nebbia. Le vene sono i fiumi, l'acqua della vescica è l'oceano.

Phanes
La tradizione taoista riferisce di un Uovo cosmico nel mito di Pan Gu, il creatore. All'inizio del mondo, cielo e terra formano un grande uovo, all'interno del quale Pan Gu cresce per diciottomila anni fino a divenire un gigante e a rompere con la sua scure il guscio in due parti dividendo il cielo dalla terra.
Anche una delle teogonie orfiche conferisce grande importanza all'Uovo, generato dalle acque primordiali separate da cui nasce Phanes, il Primogenito, «colui che brilla» e che rappresenta la comparsa della luce sulla Terra.
Gli Etruschi consideravano l'uovo almeno un simbolo di vita oltre la tomba, come attestano le raffigurazioni tombali di banchetti nei quali i commensali tengono in mano un uovo.
I greci consideravano ... basta ricordare il mito di  Leda, sposa del re di Sparta che, fecondata da Zeus in forma di cigno darà alla luce Apollo e Diana.
I primi cristiani raffiguravano come metafora della Resurrezione un pulcino nell'atto di uscire dall'uovo, e nelle tombe dei martiri rinchiudevano forme ovoidali per alludere alla rinascita dopo la morte.
In conclusione, il mito dell’uovo cosmico – nato in Mesopotamia – si è diffuso grazie alle conquiste territoriali, ai commerci, alle migrazioni, verso il Mediterraneo, il nord Europa, il Mar Nero, e l’India e successivamente in Cina, come attesta anche la derivazione linguistica; all'accadico uwwu, cioè utero, possono essere ricondotti il greco oon e oion e il latino ovum
Per una trattazione estesa dell'argomento cliccate qui  e leggete l'interessante articolo di Massimo Fongaro da cui ho tratto queste citazioni.
L'uovo cosmico compare anche nel Kalevala (il poema nazionale finlandese) 
Il mito dell'uovo cosmico si trova anche in popoli lontanissimi tra loro, presso gli Inca, presso i Dogon e i Bambara dle Mali. Secondo i Likuba e i Likuala del Congo è simbolo di perfezione. essi dicono che «l'uomo deve sofrzarsi di assomigliare a un uovo.
Nella letteratura medievale l'uovo di struzzo è simbolo cristiano della creazione e della nascita. A questa visione si rifà Piero della Francesca nella pala di S. Bernardino, ponendo l'uovo di struzzo in uno spazio geometrico equilibrato e illuminato da una luce uniforme, vero «centro e fulcro dell Universo». Nel dipinto, la conchiglia è simbolo di Maria, la nuova Venere, e della sua forza generatrice; l'uovo richiama la verginità della Vergine, fecondata dai raggi divini dello Spirito Santo. 
Gli alchimisti si riferivano all'Uovo filosofico  


Centro dell'Universo, esso racchiude nel suo guscio gli elementi vitali, come il vaso ermeticvamente chiuso contiene il composto dell'opera


che, «covato» nell'atanor, si sarebbe trasformato o trasmutato.

Mi rendo conto che potrei continuare a cercare e aggiungere riferimenti e significati senza mai esaurire l'argomento. Meglio tornare con i piedi sulla terra.

Uova da mangiare
Anche come cibo le uova sono state usate fin dall'antichità, spesso con significati beneauguranti (è da lì che viene la nostra tradizione delle uova di Pasqua). Comparivano già nella cucina egizia, erano consumate dai Greci dell'epoca di Pericle, usate dai Romani per cucinare salse e dolci, e servite a colazione. Le espressioni latine ab ovo e de ovo usque ad mala (ovvero «dall'uovo alla mela») indicano rispettivamente l'origine e la completezza di un'azione, e si ri riferiscono alla tradizione di cominciare il banchetto con un uovo e concluderlo con una mela.
Nel Medioevo l'abitudine di consumare uova si diffuse sempre più, sia per «legare» gli ingredienti sia come pietanza. Il problema di conservare le uova anche nei periodi in cui le galline erano meno prolifiche veniva risolto con pratiche e credenze di vario genere, ad esempio quella di utilizzare uova di galline che erano state alla larga dal gallo per almeno un mese. Per impedirne la disidratazione le uova venivano sepolte nella segatura, nella cenere o nella sabbia,  oppure immerse in olio o acqua e calce, o ancora impastate con cenere e acqua di mare o con grasso di montone tiepido.
Nel Rinascimento le uova venivano date da mangiare alle puerpere o ai convalescenti: Riporto questa ricetta del cuoco di Martino V, papa dal 1417 al 1431:

Prendi erbe buone e aromatiche, come prezzemolo, maggiorana, ruta, menta o salvia e simili, e pestale in un mortaio. Poi prendi uova crude e formaggio fresco e mischiali con uva passa; aggiungi zafferano, zenzero e altre spezie dolci assieme a burro fresco.
Poi fai la pasta, stendila in un tegame unto, aggiungi l'impasto con altro burro e ricopri con altra pasta. Quando sarà cotto, cospargilo con zucchero e pinoli interi. E sarà ottimo per i cortigiani e le loro mogli. 
Ma cos'è questo uovo?
Anche oggi consumiamo un gran numero di uova di gallina, che raramente mancano nei nostri frigoriferi e riempiono gli scaffali dei supermercati. Ma le conosciamo davvero?
Intanto vediamo come sono fatte.

TUORLO
ALBUME
GUSCIO
Composizione
Funzioni
Composizione
Funzioni
Composizione
Funzioni
Lipidi 29%
Tuorlo formativo contribuisce a formare l'embrione
Acqua
90%
barriera protettiva e battericida per il tuorlo
Membrana testacea
a contatto con l'albume
Due strati sottili che alla estremità ottusa si staccano formando la camera d'aria
Proteine 16%
Tuorlo nutritivo, assicura il nutrimento
proteine 10%
(glicoproteine, enzimi )
es. lisozima e avidina, en- trambi con azione antibatterica
Strato calcareo (guscio vero e proprio)
Percorso da pori che con- sentono scambi gassosi.
Lecitine e colesterolo
5%

sali minerali
sodio potassio magnesio


cuticola esterna, molto sottile
impedisce il passaggio di microorganismi attraverso i pori.


Glucosio
nutritiva






Ma quante uova consumiamo? E quante galline ovaiole sacrifichiamo al compito ingrato di mangiare e deporle nello spazio di un foglio a4? Troppe, direbbe un animalista:

Valori annuali
Italia
UE
Mondo
Uova pro capite
210
214
115
Uova prodotte e consumate
13 miliardi
82,6 miliardi
700 miliardi
Galline ovaiole allevate
50 milioni
400 milioni
6 miliardi

Settecento miliardi di uova all'anno, messe in fila una dietro l'altra formerebbero una striscia larga 4-5- cm e lunga 50 milioni di km, 1/3 della distanza Terra-Sole. E per raggiungere questo numero incredibile ne consumiamo (compresa la produzione di pasta e dolci ecc.) quasi 2 miliardi al giorno, tante da fare una frittata del diametro di 70.000 km (dati federalimentare) .


Quando l'uovo non va cucinato
L'uovo, ricorda l'articolo delle Scienze,  è «un fantastico laboratorio di biologia molecolare» che, se proviene da animali transgenici, può sintetizzare nell'albume  sostanze di pregio come l'interferone umano, anticorpi capaci di combattere i tumori maligni: ad esempio, iniettando RNA messaggero per l'emoglobina di coniglio in uova di Xenopus laevis (un rospo), è possibile ottenere l'emoglobina in notevole quantità.
Negli ultimi anni si è capito che l'uovo è in grado di riprogrammare geneticamente i nuclei di cellule somatiche della propria specie o di altre; uno degli utilizzi possibili è quello di iniettare nel citoplasma dell'uovo un nucleo di una cellula somatica (ad esempio di tessuto epiteliale) ottenendo in pratica un vero zigote, cioè una cellula con il numero regolamentare di cromosomi della specie a cui appartiene la cellula somatica e totipotente (mentre le cellule epiteliali sono ormai specializzate). Da una simile cellula si potrebbe ottenere un clone del proprietario del nucleo.
Tenendoci alla larga dalla clonazione di esseri umani, questa possibilità potrebbe essere sfruttata per produrre animali da allevamento. Un'evenienza che a me suscita grandi dubbi etici al pensiero di quanto male trattiamo gli animali che alleviamo, ognuno unico dal punto di vista genetico. Figurarsi migliaia di cloni identici, sostituibilissimi. 
Carne da macello, appunto. 

Veniamo al sodo?  
Dopo tutto questo gran parlare di uova, che ne direste di una bella frittata?
Molti anni fa, quando l'Italia riteneva la Scuola non solo un'istituzione  per parcheggiare alunni e dopo un certo tempo congedarli forniti di attestati o diplomi, ma un luogo di convivenza civile nel quale famiglie, alunni e personale scolastico potevano conoscersi a livello umano e sociale, la mia scuola organizzava cene o spuntini per inaugurare il nuovo anno scolastico o per iniziare bene le vacanze di Natale. In uno degli ultimi incontri, la madre della mia alunna Adele portò una deliziosa frittata di carciofi e visato il mio gradimento mi trascrisse la ricetta. Manco a dirlo persi il foglietto senza riuscire a cimentarmi. In rete  ho trovato una ricetta  molto simile e questa volta non mancherò di provare. Vediamo che frittata saremmo di in grado di combinare variando l'ingrediente principale

UOVA DI GALLINA UOVA DI STRUZZO UOVA DI ROC UOVA DI COLIBRI
200
10
1
30.000
600 carciofi
300 cucchiai di aceto
sale e prezzemolo q.b.
1,5 kg parmigiano
2 litri di olio d'oliva
dosi per 100 persone

È una frittata salutista, con poco olio, chi mi conosce sa che non poteva essere altrimenti, mi sono soltanto permessa di variare il numero di commensali: è vero che ci sono  i carciofi ma mezzo uovo a testa mi sembrava un po' poco.
Per il prezzemolo e il sale e per ogni altra variante fate voi, io ho debuttato come biochimica, non come cuoca, e in laboratorio «quanto basta» è un'eresia. 
A parte le dimensioni, sarà sicuramente una frittata per le grandi occasioni, pensate al prezzo dell'uovo di Roc…

Per finire, dato che se ab ovo ci fu l'uovo, ormai prima di ogni uovo c'è una gallina e dopo ogni uovo c'è una bestia allevata per nostra comodità, date un'occhiata a questi siti. 
A. 
B.

Sono agghiaccianti? Sì. Praticano il ricatto morale? Forse. D'altra parte pare che per l'umanità il ricatto funzioni meglio del ragionamento pacato... Magari un pizzico di gusto per metter in scena l'orrido c'è. Ma l'orrido lo pratichiamo noi.
Esagero? No, non esagero. Cercando qua e là altre notizie curiose sulle uova di ogni specie, mi sono imbattuta in questa «cosa» una via di mezzo tra la bravata da bullo cretino e la «ideona»-business:
Perché perdere tempo a colorare le uova sode tradizionali per la Pasqua? Non sarebbe più bello regalare, al posto di un cestino di uova sode, un cestino di pulcini variopinti? Ma certo, tanto più che la pratica, illegale nella maggior parti dei Paesi, è semplicissima: o si inietta il colorante direttamente nell’uovo, o si spruzza l’animale poco dopo la nascita. Nonostante le rassicurazioni dei «produttori», i pulcini sono sottoposti a un inutile stress (che si aggiunge ai tanti già sopportati dagli animali che noi consumiamo) e non di rado inghiottono parti del composto colorato. Inoltre, se (forse!) la tintura sparisce entro quattro settimane, i pulcini non scompaiono: dopo aver trascorso ore, forse giorni in uova di cioccolato (certo, a qualcuno è venuto in mente anche questo) senza cibo e dopo aver provocato la gioia dei bimbi, diventano ospiti scomodi, polli sbiaditi che sporcano e disturbano, destinati a essere sfrattati nei modi che tutti possiamo immaginare.

Conclusione
Velasquez la friggitrice di uova
Dopo aver metabolizzato un numero non piccolo di saggi cartacei e siti e video sulle condizioni abominevoli di allevamento degli animali che finiscono in un modo o nell'altro nelle nostre pentole ho compreso che l'unica scelta eticamente coerente è quella di  diventare vegetariani, anzi vegani. A fregarmi  è la mia formazione da biologa revoluzionista:  il ramo evolutivo su cui siamo seduti (o da cui pendiamo) è dedicato a primati onnivori che non hanno mai disdegnato di integrare la propria dieta con un po' di carne. Un po', non ogni giorno e di sicuro non a ogni pasto. 
Al supermercato scruto, insieme a mia figlia vegetariana coerente, i codici delle confezioni di uova per comprare almeno quelle allevate a terra. Non compro più il pollo. Le scatolette di  tonno in dispensa mi tormentano, ma non sono ancora pronta a rinunciare completamente al cibo di origine animale. In rete ho scovato questo sito. Ovviamente, ammesso che mantenga davvero ciò che promette, non risolve affatto la questione.Intanto, milioni di galline producono decine di milioni di uova e alcune di esse, secondo il nostro comodo, saranno destinate a produrre pulcini impazienti di sgusciare. Per andare dove, poi? Mah.
 




mercoledì 18 maggio 2011

Due o tre cose sul nucleare

Durante i giorni del Salone del Libro sono andata ad ascoltare la presentazione del nuovo libro di Massimo Scalia e Gianni Mattioli: Nucleare, a chi conviene (ed. Ambiente).
Davanti a un pubblico che si accalcava in una saletta troppo piccola per ospitarlo (gente di ogni età, i primi arrivati seduti su poltroncine, gli altri, giunti troppo puntuali, come me, in piedi appoggiati ai muri oppure accovacciati a terra), Massimo Scalia ha affrontato il problema del nucleare in Italia e nel mondo, offrendo dati chiari che meritano una riflessione sia da chi – come me – voterà Sì ai referendum, sia da chi invece continua ottimisticamente a difendere il nucleare.
Li riporto di seguito; ovviamente qualunque inesattezza è imputabile soltanto a me e alle condizioni "difficili" nelle quali ho preso appunti. La lettura del libro, comunque, potrà chiarire eventuali miei spropositi.
1) Il maggiore cambiamento avvenuto rispetto ai giorni di Chernobyl è l'instabilità climatica che, come ha appena dimostrato Fukushima, mette a rischio le centrali.
2) Oggi soltanto il 2% dell'energia mondiale è prodotta dal nucleare.
3) Nei decenni che ci separano dai tempi di Chernobyl ci sono stati miglioramenti nella produzione di energia nucleare, ma si tratta di miglioramenti SOLO ingegneristici, tecnologici, diciamo, e non scientifici. Per spiegare il concetto, Scalia ha citato i motori delle auto a benzina: i miglioramenti, pur abbattendo in certa misura le emissioni di CO2, non le hanno eliminate né hanno migliorato il rendimento in misura sostanziale. Citando Carlo Rubbia, Scalia ha detto: "la 3^ generazione avanzata di centrali nucleari (quelle francesi, per intenderci) è soltanto un'operazione cosmetica". Va tenuto presente che – in buona sostanza – l'attuale tecnologia nucleare è più vecchia del transistor. Fino al 2040 non saranno davvero disponibili centrali di 4^ generazione.
4) Noi abbiamo, comunque, il grave problema di portare al riparo circa 1,5 miliardi di persone che finirebbero "sott'acqua" con il progressivo scongelamento delle calotte polari per l'effetto serra.
5) A detta di Scalia, Fulvio Conti (amministratore delegato dell'ENEL) ha dichiarato che terrebbe le scorie delle centrali nella propria cantina e Veronesi addirittura in casa. Veronesi, poi, ha affermato che il nucleare produce soltanto "minime quantità di radiazione"
6) Un'indagine epidemiologica commmissionata dal Centro Tedesco per la Radioprotezione (?) al KIKK Studium di Magonza ha esaminato tutti i 17 impianti nucleari tedeschi nel periodo 1980-2003; dai dati ottenuti si evince che le patologie da radiazioni aumentano con la diminuzione della distanza dalle centrali: entro un raggio di 5 km le leucemie infantili aumentano del 2,5%
7) Limitandoci alla situazione italiana e all'entusiasmo governativo per il nucleare, i costi che dovrebbero fronteggiare ENEL e i partner francesi sarebbero altissimi; ovviamente chiederebbero prestiti alla banche e li otterrebbero a interessi molto alti. Chi pagherebbe in caso di "fallimento" o ritardo? il governo, ovvero noi con rincari alla bolletta.I costi dell'intero progetto si aggirerebbero intorno ai 30 miliardi di euro e garantirebbero circa il 10% della richiesta di ENERGIA ELETTRICA italiana, che, a sua volta corrisponde è a circa il 25% della richiesta energetica totale.
10% di 25% = 2,5% del totale di energia di cui ha bisogno il nostro paese.
Vale la pena affrontare i rischi e i problemi relativi allo smaltimento scorie del nucleare e spendere simili cifre per garantirci una fetta così piccola di energia?
8) Il modello europeo ad alta concentrazione energetica (cioè basato su un numero esiguo di impianti molto grandi (grandi centrali termoelettriche, grandi centrali nucleari ecc.) è un modello vecchio, che presenta criticità irrisolte. Inoltre, per sua stessa natura, "tiene fuori il cittadino". In altre parole grandi impianti = rigidissimi protocolli per garantirne la sicurezza a scapito della trasparenza e delle possibilità del cittadino di ricevere informazioni e di verificarle. Insomma più gli impianti sono grandi, più rigida è la gestione dall'alto, ninore il controllo che i cittadini possono esercitare.
9) A parere di Scalia la strada obbligata da percorrere in futuro è quella del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili che, per loro natura seguono un modello "diffuso", a bassa concentrazione energetica: tante centrali più piccole, sulle quali il cittadino potrebbe esercitare controllo e al limite autoprodurre energia.
10) Alla solita, inevitabile, domanda posta da uno dei presenti: "ma allora tutti i numerosissimi paesi che investono nel nucleare sono tutti cretini?" Scalia ha risposto in maniera chiarissima:
I "numerosissimi paesi" che puntano sul nucleare sono semplici dichiarazioni propagandistiche, occorre verificarne le fonti, prima di crederci. In realtà il nucleare attualmente è in declino Intanto costa enormemente e senza gli incentivi governativi non si fa. Inoltre i paesi che ci hanno puntato non riescono a sostituire i troppo numerosi impianti vecchi (che hanno più di quarant'anni, ormai). perfino la Cina, dopo aver dichiarato che nei prossimi anni avrebbe costruito un gran numero di centrali, ora si sta riconvertendo all'energia eolica.
Per quanto riguarda lo stoccaggio delle storie, i siti individuati negli Usa hanno creato molti problemi: Obama ha sospeso il progetto di utilizzo di uno a causa dell'affioramento di acqua di stagnazione (?) e un altro perché mentre già lo si stava approntando l'area è risultata sismica e quindi impraticabile. Sui siti, in poche parole, siamo ancora al livello di ricerca di base.


Questo è quanto, almeno nei miei appunti. Trovo particolarmente rilevanti i punti 1 - 2 - 3 -7 - 8 e 10. Questa è la campana di un antinuclearista, lo riconosco. ma mi piacerebbe che i filonuclearisti cominciassero a ragionare nel merito senza limitarsi a petizioni di principio qualitative tipo "abbiamo bisogno di energia" (sì, ma quanta e quale?) o, peggio ancora "tanto tutti i paesi confinanti hanno le loro centrali che potrebbero inquinarci gravemente, quindi…".
Giusto: se i miei vicini si prendono la peste, prima o poi mi contageranno. Tanto vale che provveda al più presto di persona.

giovedì 5 maggio 2011

Italiani a norma?

Tra maggio e giugno, in tutte le scuole italiane elementari e medie si svolgono le prove INVALSI – due test (italiano e matematica) della durata di un'ora ciascuno. Quest'anno, in particolare, a metà maggio, hanno affrontato le prove INVALSI i ragazzini della prima media. A seguire, in un'ora, gli alunni hanno compilato un QUESTIONARIO STUDENTI con numerose domande sul metodo di studio, sul gradimento delle materie, sulla scuola ecc. Il questionario, introdotto lo scorso anno, sollevò allora numerose polemiche e interrogativi sulla possibilità che il MIUR (Ministero Istruzione, Università e Ricerca) volesse così ottenere giudizi sui docenti e sulla scuola frequentata. A dirla tutta, se non si è somministratori o tabulatori dei risultati dei test e dei questionari, è difficile conoscer ee riflettere sul contenuto di quest'ultimo questionario perché ovviamente tutte le copie non compilate vanno riconsegnate e spedite al ministero.


A che cosa servono i test INVALSI?
In teoria, a confrontare le competenze acquisite dagli alunni italiani con quelle in possesso degli alunni di pari età negli altri paesi europei.
Nel complesso (e riassumendo a spanne) il confronto – negli ultimi anni – evidenzia che gli alunni delle elementari reggono egregiamente il passo dei coetanei europei mentre gli studenti della scuola media sono un po' più distanziati; inoltre mostra come nell'insieme i ragazzi se la cavino meglio in italiano che in matematica; la geometria è la bestia nera di tutti e, mentre gli alunni del nord (in particolare del nord est), e tutto sommato anche del centro, sono in linea con i risultati europei, nel sud la situazione è molto più eterogenea e complessivamente più difficoltosa.


COME ANDREBBERO USATI i dati INVALSI da un MIUR intenzionato a colmare i divari culturali e a migliorare le competenze degli alunni?
1) per individuare aree di difficoltà, settori carenti, territori e popolazioni scolastiche a rischio (e questo più o meno viene fatto).
2) per individuare metodologie atte a superare difficoltà, colmare carenze e in generale spostare a destra (ossia verso punteggi più alti) l'intera curva gaussiana delle prestazioni. E questo viene fatto almeno in alcune scuole pilota, con corsi di aggiornamento su nuove metodologie di insegnamento: nella mia scuola, ad esempio, alcune classi partecipano a un'attività pilota di matematica.

3) PER VALUTARE QUALI INTERVENTI E POTENZIAMENTI OCCORRE ATTUARE SUI VARI TERRITORI E SCUOLE per aiutare le fasce deboli e le scuole dei quartieri e delle aree critiche dal punto di vista socio-culturale.
Questo, spiace dirlo, invece non viene fatto perché la ministra, armata di forbicioni e telecomandata dal ministro Tremonti ha operato tagli ingenti ed eliminato finanziamenti fondamentali, cancellato compresenze, sperimentazioni e progetti (tutte opportunità che poi, nei comuni più fortunati e con maggiore disponibilità e sensibilità al tema, vengono compensati da fondi comunali e regionali).

Ma nemmeno il MIUR resta inoperoso, anzi una ne fa e cento ne pensa… ad esempio, per aiutare noi docenti, la ministra dice che siamo troppi e rilascia sibilline dichiarazioni sulla scarsa efficienza e sulle carenze delle scuole del Sud, salvo poi rimangiarsele sostenendo di essere stata fraintesa: "sarebbe un'idiozia - disse per allontanare da sé il sospetto". Appunto.


Ma i PRESUPPOSTI del confronto INVALSI sono accettabili?
Tutti questi test e confronti si basano sul concetto di popolazione standard, ovvero sul presupposto che popolazioni scolastiche di pari età e classe frequentata, ma con alle spalle percorsi scolastici differenti, e molto variegate per quanto riguarda la provenienza socio-culturale e le nazionalità siano confrontabili. Chiaramente una completa omogeneità di partenza è impossibile: il corso di studi dei ragazzi nelle varie nazioni europee differisce per anno di inizio, per numero di anni di scuola primaria e secondaria, per programmi, per comunità etniche insediate nel territorio ecc. Queste differenze vanno accettate e integrate nelle analisi statistiche, altrimenti è inutile tentare confronti. E questa integrazione in parte viene fatta: ad esempio i risultati dei test che il MIUR invia alle singole scuole sono già suddivisi e scorporati per confrontare popolazioni di madre lingua italiana e straniera ecc.
Restano comunque numerose variabili relative ai singoli alunni e alle loro esperienze scolastiche e, soprattutto, extrascolastiche.
E ora, dopo tutte queste riflessioni sull'eterogeneità delle popolazioni scolastiche, la domanda da un milione di euro: che cosa fare, durante la somministrazione degli INVALSI, degli alunni che hanno un PROFILO NON STANDARD?
riassumendo brevemente:
- gli alunni "stranieri" di recente immigrazione (quindi con problemi di lingua) affrontano ugualmente le INVALSI e i loro test vengono sia valutati con quelli degli alunni italiani sia scorporati per confronto. Una scelta di buon senso.
- gli alunni "diversamente abili", come il MIUR li definisce in questo periodo (ma chi conosce il mondo della scuola sa che circolari, documenti e nomine si sono riempite, negli anni, di varianti definitorie più o meno discriminanti e ipocrite) svolgono una prova preparata dai loro docenti che NON verrà computata a fini statistici.


Da qualche anno, però, esistono due nuove categorie di alunni: quelli "affetti da DSA" (disturbo specifico di apprendimento, leggi dislessia, disortografia, discalculia ecc.) e quelli "affetti da DAA" (disturbo aspecifico di apprendimento). In quest'ultima categoria finiscono, ad esempio, tutti quegli alunni che richiedono tempi più lunghi e un "aiutino" per comprendere le consegne.
DAA è davvero una categoria scivolosa, perché non prevede interventi specifici tipo metodologie per insegnare lettura e tecniche di studio ai dislessici, utilizzo di strumenti didattici per gli ipovedenti, utilizzo di strumenti di calcolo e formulari.
Ai DAA servirebbe, come anche a molti DSA, personale docente più numeroso e con competenze specifiche per attuare un insegnamento individualizzato che il docente titolare non può attuare perché di alunni non ne ha mezza dozzina ma come minimo 25 e più.
Ma i soldi non ci sono...
Quindi DSA, e soprattutto DAA, è il modo di salvarsi l'anima per psicologi e neuropsichiatri che, – ben sapendo, poveretti, che questi avrebbero bisogno di sostegno ma che il MIUR ha tagliato i fondi – segnalano come possono le situazioni di disagio scolastico.
Per farla breve, scriver su un foglio "alunno affetto da da DAA (o da DSA)" spesso è come scrivere: "sappiamo tutti che al ragazzino occorrerebbe un insegnamento più individualizzato ma questo non è più possibile. Quindi, maestri e professori, abbiate riguardo e lasciategli usare calcolatrice, formulario, mappa concettuale, riassunto, cartine e qualunque altro foglietto possa essere utile. E, se non basta, lasciate tempi più lunghi per le verifiche in classe, aiutatelo nelle interrogazioni e date prove più facili.
Inutile dire che lo abbiamo sempre fatto, anche "prima" che fossero inventate queste belle sigle. E continueremo a farlo. Ma siamo ben consapevoli che questi interventi sono palliativi, utili per rassicurare gli alunni in difficoltà e, se fatti con discrezione, consentono agli alunni in questione di affrontare decorosamente verifiche che altrimenti non riuscirebbero a superare. Questi interventi migliorano l'autostima, attenuano l'ansia e danno qualche soddisfazione alle famiglie. Ma, dal punto di vista didattico, il più delle volte, lasciano le cose esattamente come sono.
Nessuno si stupirà, quindi se dico che, negli ultimi anni le diagnosi di DSA e DAA sono in aumento. tanto, allo Stato, o meglio, al MIUR non costano un euro perché non conferiscono il diritto a docenti di sostegno. ci devono pensare i docenti titolari a fare i salti mortali, inventando prove semplificate, preparando mappe e formulari ecc. Le diagnosi di diversa abilità – quelle che hanno diritto al sostegno – diventano sempre più difficili da ottenere.


E che cosa faranno, i ragazzini affetti da DSA o DAA, durante le prove Invalsi?
Quest'anno il MIUR, "pur auspicando" che possano partecipare alle prove Invalsi, è stato pilatesco: se la vedano i dirigenti scolastici.
Opzioni possibili: 1. far uscire dalle classi i ragazzini in questione, insieme a quelli diversamente abili, e proporre attività alternative (non valide ai fini del test. 2. Farli partecipare alle prove purché le loro esigenze non disturbino lo svolgimento delle prove( per esempio non richiedano la lettura ad alta voce di tutte le parti del test o qualche tipo di intervento da parte del docente somministratore della prova). In questo caso ci sono due opzioni possibili: A. il dirigente segnala che le prove non vanno conteggiate. B. Il dirigente, sentiti i docenti di classe, non segnala nulla e le prove faranno parte della popolazione standard.
Non è difficile immaginare che in molte scuole si sceglierà di far uscire i ragazzini, per evitare confusioni, complicazioni, polemiche. E anche perché è difficile capire quale scelta tutela maggiormente il ragazzino. Ma vi prego di immaginare che effetto farebbe - farà - ai ragazzini un eventuale "tu no, per te niente Invalsi, tu esci dalla classe".


Personalmente (come molti miei colleghi) sono del parere che consentire ai ragazzi in questione di affrontare la prova come i compagni, sia la scelta migliore, anche perché, nella maggior parte delle classi, sono presenti alunni privi di ogni tipo di diagnosi che – per i motivi più vari – danno prestazioni inferiori alle loro.
Ma… e qui il MIUR è stato categorico, "tali alunni NON dovranno compilare il famoso Questionario alunni". Il perché mi (ci) è tuttora ignoto e ci riporta alla domanda posta già lo scorso anno. "A che cosa serve veramente il Questionario alunni?").
Quindi alla fine "tu no, esci dalla classe" è soltanto posticipato alla terza ora di Invalsi.
So di scuole dove comunque il questionario è stato fatto compilare e inviato con segnalazione del tipo di DSA o DAA diagnosticato al ragazzo.


Concludo questo lunghissimo intervento con una considerazione e una domanda.
La considerazione è ovvia: gli alunni affetti da DAA e DSA sono abbastanza "normali" da non avere diritto al sostegno, ma non abbastanza per affrontare le prove Invalsi senza imprimatur del dirigente scolastico. Un tantino contraddittorio, al di là degli auspici di facciata del MIUR per salvaguardare la loro integrazione nelle classi.
La domanda è altrettanto ovvia: "Qual è la popolazione standard adeguata a svolgere un test Invalsi? quella ripulita dalle fasce deboli ufficialmente dichiarate o quella che tiene onestamente conto di tutte le variabili presenti?
Considerazione e domanda si tirano dietro un inevitabile interrogativo sulla "via italiana" ai confronti Invalsi: dalle prove Invalsi, il MIUR vuole ottenere strumenti diagnostici per intervenire in maniera adeguata a colmare le differenze (insomma vuole guarire) o semplicemente mettere in ombra le differenze, senza affrontarle?
Non vorrei fare della dietrologia, ma mi chiedo se una "popolazione standard" ripulita non serva soltanto ad arrivare dove si voleva arrivare: a ottenere punteggi più elevati, che dimostrino che va tutto bene e, soprattutto, che non c'è alcun bisogno di investire altro denaro nella scuola.
Grazie, sinceramente grazie, di essere giunti in fondo al mio sfogo e alle mie perplessità.

mercoledì 29 dicembre 2010

Un paese di piazzisti e di snob.


Premetto che i piazzisti a cui mi riferisco sono una categoria dello spirito, e non i rispettabili lavoratori che rappresentano ditte e produttori di merci.

Nemmeno in questi giorni di festa riesco a dimenticare la cappa di piombo che ci pesa sulle spalle. Alle parole "politica italiana" ormai sobbalzo incredula: ma in Italia facciamo ancora politica? E quando mai? E dove? In Parlamento? No di certo, se non di piccolo cabotaggio: lì si pone rimedio alle tragedie giudiziarie di Papi, lì, a quanto pare, si fa compravendita di voti. È vero che lì alcuni personaggi di buona volontà (ma colpevoli di ritardi irrimediabili) cercano di attraversare il guado (o uscire al pantano), ma lì il Centro attende di veder passare il cadavere del nemico (anche se questo Centro è talmente labile che spesso perdo di vista la sua posizione e fatico a individuarne il nemico del momento); sempre lì, in Parlamento, la nostra opposizione, fatte salve alcune apprezzabili eccezioni, dà un miserando spettacolo di sé.
Questo spettacolo si merita il nome di «politica» o è semplice tattica di sopravvivenza per un'altra legislatura? Per approdare alle prossimi elezioni e ricandidarsi?
«Gli dei accecano chi vogliono perdere», mi pare dicesse un autore classico. L'ala sinistra del nostro Parlamento deve essere popolata almeno di orbi.
Pesare le dichiarazioni significative dei rappresentanti del PD è un esercizio da farmacisti, c'è giusto da segnarsene qualcuna per ricordarsela al momento di votare (Fassino, forse futuro candidato sindaco torinese: «se fossi un operaio di Mirafiori voterei sì all'accordo»: io abito e voto a Torino!). A continuare a riflettere sulla questione non è, ormai, l'interesse immediato, ma la curiosità storico-sociologica.
In generale, nutro la convinzione che gli «individui chiave» che hanno determinato la Storia siano persone figlie della loro epoca che si sono trovate al posto giusto al momento giusto, non figure uniche, però: altri del medesimo stampo, espressi da un contesto analogo, avrebbero potuto giocare lo stesso loro ruolo. In poche parole credo che la Storia (e i suoi intrecci con la cultura, l'economia ecc.) sia più forte dei singoli e che una crisi, un momento topico, giungeranno comunque, in una delle tante incarnazioni possibili. Sono pochi gli «unicum» che hanno fatto la differenza, incarnando totalmente un certo periodo storico.

Perché Papi, allora? Perché così a lungo e con tale successo da sopravvivere a tutto, perfino a se stesso?
Io credo che sia perché, con tutto il suo potere mediatico e la sua supposta capacità di comunicare, è il perfetto «mister nessuno»: l'uomo della strada fornito di poca cultura rimasticata, di un sorriso di plastica, del gusto per le barzellette stantie, della passione per ciò che considera raffinato in una donna (tubino nero, qualche gioiellino), di tutti i pregiudizi più vieti che non riesce a nascondere o, peggio, che non considera affatto disdicevoli (e che tali non sono per il suo elettorato medio). Papi è il tizio che ti trovi seduto di fianco al pranzo di condominio, il rappresentante «furbo» che riesce, a furia di battute, a piazzarti merci che non fanno parte del tuo orizzonte degli eventi. Simpaticone quando le cose gli vanno bene, rancoroso e cattivo quando è in preda al panico, cura il proprio stile «giovanile» fatto di blazer e maglioncini (e, orrore, di patetiche bandane); ricorre al trapianto di capelli, probabilmente ha il sorriso congelato dal botox. ma nel suo «lavoro», guai ad apparire vecchio...
In poche parole Papi è il «piazzista definitivo» che piazza solo e sempre se stesso, come si diceva l'altro giorno con Max. Un'entità che mette i brividi solo ad alcuni (a me ricorda un romanzo di Philip Dick del, non così datato come potrebbe sembrare: I simulacri. Provate a leggerlo) ma desta la simpatia identitaria di altri.
Ma perché piace a molti (almeno il 25%) italiani? E perché non piace a tanti altri, come non piace a me? Temo che la risposta sia lontanissima dalla politica.
Proviamo a immaginare di chiedere a 1000 italiani «inviteresti a cena Papi? Puoi scegliere tra lui e, poniamo, Fassino. O d'Alema, magari». Almeno 500 persone (probabilmente molte di più), risponderebbero «Papi!», rabbrividendo alle altre due scelte.
Anch'io rabbrividisco, intendiamoci, e uscirei di casa di volata, dicendo «Mi dispiace, ma questa sera ceno fuori. Niente ospiti, grazie». Voi che cosa rispondereste?
Agli occhi dei famosi 500 o più, Papi è più famigliare, più «normale» di «politici» come Fassino e D'alema. Come Bersani. E tanto più rassicurante di gente come Vendola.
Per d'Alema, per esempio, Papi dev'essere stato a lungo soltanto un piazzista, uno che un dritto come lui può fregare quando gli pare. Errore grossolano, ma si sa, d'Alema sarà anche più furbo di tanti altri ma è senz'altro molto meno furbo di quanto credere di essere.
Il guaio è che, agli occhi di gente come me, Papi, il piazzista definitivo, è essenzialmente infrequentabile: noioso e prevedibile, insopportabile anche quando fa il gentile, il galante, la brava persona. Non lo inviteremmo a cena per questioni di buon gusto. Per snobismo, in definitiva.
E questa, sicuramente, non è una valutazione politica. È un fastidio a pelle che non giunge nemmeno a diventare odio e che non rende ragione della complessa natura di questo unicum. Natura complessa che prescinde da lui e che lo rende inamovibile per mancanza di alternativa, per il potere economico e mediatico che passa attraverso di lui, travalicando il suo modesto valore personale.
Una natura che spinge molti di noi a rassegnarsi all'attesa, aggrappandosi all'ultima speranza di rimozione: quella definitiva, attuata da madre natura. Come dicevo, la politica non c'entra niente.

domenica 19 dicembre 2010

Senza parole

Sono docente di matematica e scienze in questa scuola sempre meno pubblica. leggo e ascolto quotidianamente opinioni su questo baraccone costruite sul nulla, giudizi disinformati sugli studenti ("sempre più ignoranti"), i giovani ("menefreghisti, ripiegati sul loro «particulare», mentre noi, ai nostri tempi; oppure, a scelta, "violenti, capaci soltanto di distruggere…"), gli insegnanti ("incolti", sfaccendati, fanno il minimo indispensabile, poco professionali… ah, sì: "hanno tre mesi di vacanza e lavorano diciotto ore la settimana, quelli!"). Subisco sparate ministeriali sempre più tangenziali ai veri problemi della scuola e della cultura e livorosi pensierini della stampa di destra. Qualche volta, sono tentata di pubblicare un post documentato e articolatissimo che faccia piazza pulita di tuttequeste (false) banalità. Poi, lo sconforto, la rabbia, la noia di sentire dalla solita gente (me inclusa) i soliti discorsi, prevalgono e lascio perdere. Tanto chi lo leggerebbe, ben che vada un pugno di persone che già la pensano come me.


Questo, quindi, non è un post documentatissimo, solo un mazzo di impressioni, osservazioni e notizie che probabilmente collegate nel modo giusto contribuirebbero a formare un quadro complessivo. Mi accontento di metterle a disposizione, magari prima o poi ritroverò il gusto di ricoporre questo mosaico.
1) I miei alunni di prima media (e non solo) non sono in grado di disegnare le mediane e/o le altezze di un triangolo di cartoncino. "Nemmeno io" direbbero molti adulti. Certo, detto così pare difficile. Ma si tratta semplicemente di fare un triangolo in cartone e di tracciare tre righe che dai vertici raggiungano la metà del lato opposto o che formino angoli retti con quel lato. Suona già più facile, vero? Ho proposto questi esercizi dopo aver fornito definizioni, esempi alla lavagna, aver dettato le istruzioni (la ricetta, insomma) e guardato più volte insieme a loro le figure del libro. Risultati patetici: le perpendicolari formavano angoli di ogni genere meno che retti, le mediane dividevano i lati in parti vistosamente ineguali. Dopo essere passata tra i banchi stile maestrina con la penna rossa e aver commentato e corretto i maledetti triangolini, ho invitato i ragazzi a rifare l'esercizio e ho ottenuto… risultati fotocopia dei precedenti. Come se non avessi parlato.

2) La mia collega di lettere ha letto con gli alunni della mia classe seconda una paragrafo introduttivo di storia. Dieci righe che non comunicavano informazioni nuove, si limitavano a riassumere osservazioni del capitolo precedente. Le parole di significato ignoto alla stragrande maggioranza della classe erano più di una per riga. A non conoscerle, oltre ai ragazzi di madrelingua non italiana erano italiani veraci. Da studi ormai già antichi, se un breve capitolo contiene più di cinque parole veicolanti significati NUOVI l'alunno non comprende più il significato complessivo del testo. In queste dieci righe non c'erano nuovi concetti...

3) Gli studenti delle superiori della zona dove insegno (primissima cintura di Torino), a detta di alcuni loro docenti, non individuano relazioni di causa-effetto e se la cavano male anche con l'orientamento temporale (quale avvenimento è venuto prima, in quale secolo, prima o dopo Cristo?) Eppure queste relazioni sono obiettivi di attività didattiche mirate sin dalla scuola dell'infanzia...

4) Il numero di studenti che presentano DSA (disturbo di apprendimento specifico come la dislessia, la discalculia, difficoltà gravi di ordine logico) è in notevole aumento, tipo uno per classe. "Eh va be'. si tratta di alunni diversamente abili (già definiti disabili, e prima ancora, portatori di hc)…" direte. No, sono soggetti che presentano appunto DSA pur avendo ottenuto punteggi medi "normali", in vari test specifici che i profani chiamerebbero di "intelligenza". Un tempo erano una percentuale bassissima. Forse una volta non venivano diagnosticati. Forse venivano indicati come disabili. Forse oggi è molto meno dispendioso classificarli DSA (per loro non sono previsti insegnanti di sostegno quindi allo stato non costano una lira) e lasciarli completamente a carico degli insegnanti di classe. Forse, invece, qualcosa - nelle esperienze pregresse di questi ragazzi - li ha resi più vulnerabili a questo genere di disturbi.

5) Pare, da recenti studi, che vi sia un legame stretto tra disturbi come la dislessia, la carenza di logica ecc. e la mancanza di esperienze manuali, (noi diremmo operative), dei bambini in età prescolare. Come dire che se non hanno giocato con la terra, pasticciato con sassolini, cartoncini, colla, costruito cose con cubi e lego, poi mancherà loro un quid fondamentale.

Ora, io non mi faccio illusioni nè su di me nè sui miei colleghi. Ho conosciuto, nei tanti anni trascorsi insegnando, docenti incompetenti e poco sensibili, gente che, come tanti altri che svolgono lavori diversi, tira a campare. Però ho conosciuto anche tanti, davvero tanti, docenti che si danno l'anima per insegnare meglio. Seguono corsi (anche i troppi corsi inutili, "non si sa mai"), partecipano a progetti, discutono metodologie, risultati e modi di valutare con altri colleghi. Nella mia scuola un gran numero di docenti è attualmente coinvolto in attività di questo genere. Come ho detto l'altra sera, in preda allo sconforto: NOI (la maggioranza di noi, almeno) DIVENTIAMO SEMPRE MIGLIORI a insegnare. D'altra parte facendo il medesimo lavoro per decine di anni, tutti o quasi migliorano almeno un po'. E poi ci sono i "giovani". Potrà sembrare incredibile ma esistono giovani laureati che scelgono di insegnare. Non accettano il lavoro come ripiego, vorrebbero farlo bene. Ovviamente grazie alle forbicione di Tremonti e allo zampino del gatto Gelmini molti di loro sono stati buttati fuori dalla scuola, ma posso dire con soddisfazione che qualcuno resiste. Esiste, anzi. Così, mediamente noi miglioriamo.
Ma loro, gli alunni, continuano a "PEGGIORARE".
Vorrei illudermi che sia soltanto la mia ottica distorta di insegnante veterana a crederlo.
Ma temo che non sia così.

LEGGERE INSIEME

Ieri sera, 2 ottobre 2023, è iniziata la seconda stagione del club di lettura di Solarpunk Italia, dedicata alla New Wave.  Sul link al fond...