lunedì 28 aprile 2008

Danni collaterali di un'arma "intelligente"

"Nonostante tutte le belle parole, e i buoni propositi, l’esercito americano continua a dimostrarsi un’arma troppo potente e massiccia per essere usata con la necessaria precisione”.
Questa è una delle conclusioni a cui giunge William Langewiesche, corrispondente di Atlantic Monthly e autore di illuminanti reportage da mezzo mondo, in un breve e fulminante saggio pubblicato da Adelphi in Biblioteca Minima: “Regole di ingaggio”, dedicato alla strage di ventiquattro iracheni inermi, tra cui vecchi, bambini, donne, ad Al-Haditha, Iraq, a fine 2005. Lascio alla lettura diretta la lucida e non di parte ricostruzione di Langewiesche dell’imboscata (nella quale un marine perse la vita e uno fu gravemente ferito), della ritorsione e del successivo insabbiamento da parte delle alte sfere.
Se ne scrivo qui è (oltre che per l’ovvia ragione che il testo mi ha dato molto su cui riflettere), perché la realtà, come quel laboratorio del possibile che è la letteratura - nel quale, per fortuna, gli esperimenti si realizzano in vitro, senza perdite umane - procede a imbuto: le scelte iniziali hanno ampi gradi di libertà, poi, percorse le prime diramazioni principali, i gradi si riducono sempre più e alla fine tutti, dai protagonisti ai personaggi di contorno che non hanno voce in capitolo (qui le venticinque vittime e tutti i feriti dei quali non conosceremo il futuro), non possono che compiere (o subire) quei gesti, vivere quel destino, avere quella sorte.
“Il destino è quel che è...”, diceva doc. Frankenstein junior. Qui, però, non è all’opera il fato, ma una logica circolare e perversa, che ha radici dirette nella sanguinosa presa di Falluja da parte dei marines ma è la conseguenza di una serie di errori di valutazione dettati dall’ignoranza, della cattiva informazione e di mosse obbligate da parte di tutti i soggetti coinvolti a cominciare dall’amministrazione Bush per finire all’ultimo guerrigliero fanatico iraqeno.
Una dimostrazione in più che in politica (ma non solo) il concetto di “rischio” e il calcolo delle possibili conseguenze sono ancora largamente sottovalutati: non si può ricorrere a soluzioni - intelligenti o meno - che fatalmente diventeranno incontrollabili.
E ficchiamoci in testa che la convinzione di Laplace di poter calcolare il futuro a partire dalla conoscenza delle condizioni iniziali era (non solo a livello astronomico ma anche sulla nostra più modesta scala umana) una semplice boutade.

Scritto con l’accompagnamento di Aphex Twin: I care because you do

1 commento:

Piotr ha detto...

Ci ho pensato con ritardo, commento con ritardo. A dimostrazione che quanto dici è tutto vero, si può portare - volendo fara parlare i grandi - Poincarè e il problema dei tre corpi, col quale di fatto dimostrò davvero che la boutade di Laplace era veramente una boutade.

La cosa più triste, temo, è che molti "tifosi della scienza" (intendo persone che la amano, anche se magari senza essere addetti ai lavori) hanno di essi ancora una visione essenzialmente deterministica, e non sono disposti ad accettare gli sconvolgimenti che in essa ha portato il Novecento.

Quanto manca al collasso della foresta pluviale amazzonica?

Questo post si basa su tre articoli Il primo 2 è pubblicato su the conversation   https://theconversation.com   una fonte indipendente ...