domenica 7 aprile 2013

La piccolina, un racconto


La piccolina è un breve racconto scritto per il primo numero dell'antologia Fata Morgana, nel 1997. È passato molto tempo da allora e, mentre ricordo con chiarezza le immagini "viste" scrivendolo, non saprei più dire da quale spunto fossi partita.
Forse stavo ancora inseguendo un gioco di specchi con il quale terminava un mio racconto precedente (poi diventato Bambola carboncino, per Alia 2), ma, nell'insieme, La piccolina è figlio del mio bisogno di guardare il mondo con occhi molto diversi dai miei.
Da allora sono trascorsi molti anni e un paio di esperienze familiari molto coinvolgenti. Adesso non credo che riuscirei ad affrontare il medesimo tema direttamente come allora. A essere sincera, leggerlo, cambiare qualche parola qua e là, mi ha provocato un brivido. Di inquietudine, certo, perché è anche un racconto sul trascorrere del tempo. Ma anche di riconoscimento, su certi temi ho continuato a lavorare. E la vita mi ha insegnato qualcosa. 

Potete scaricarlo 


lunedì 1 aprile 2013

Ma quanta acqua c'è in quella lattina?

Quanta acqua può occorrere per metterci in mano una lattina di coca cola? 
33 cl, no? Anzi, meno, perché la lattina deve pur contenere qualcos'altro oltre all'acqua, per esempio la «ricetta della felicità», come declamava uno spot recente.
Sbagliato. Di acqua ne occorre uno sproposito.
Mentre fate il prossimo bagno, date un'occhiata al vostro boiler elettrico (se ancora ne avete uno… ovviamente voi e io sappiamo benissimo che il boiler elettrico consuma un mucchio di energia, nevvero?); visto così, da sotto in su, il boiler sembra una gigantesca lattina, per l'esattezza una lattona da circa 80 litri. Ecco, per farvi un'idea dell'acqua occorrente per la coca moltiplicate la megalattina per 2,5. Per bere la felicità ci vogliono più o meno 200 litri d'acqua
Ma andiamo con ordine. Prima di tutto, lo sapevate che venerdì scorso, 22 marzo, cadeva la Giornata Mondiale dell'Acqua 2013?
Ma certo che lo sapevate. Però, non smettete di leggere: di seguito troverete, oltre ad alcuni dati generali, anche qualche aspetto meno noto del problema ACQUA. 

Su quanta acqua possiamo contare?


Poca, anche se viviamo sul famoso Pianeta Blu. O meglio, di acqua ne abbiamo tantissima, ma non del tipo che ci serve.
Ecco, il nostro pianeta ci offre un piccolo 3% di acqua dolce; la maggior parte di questo scarso tre per cento è bloccata nelle calotte polari o sotterranea, o contenuta nell'atmosfera. Quella facilmente accessibile, allo stato liquido, è appena lo 0,3%. Poca, dunque, e preziosissima, e deve bastare per più di 7 miliardi di persone.
Ma non tutti gli umani sono uguali.  884 milioni di noi sono decisamente meno uguali di voi e di me e non hanno accesso a fonti sicure e pulite. Non basta,  l'acqua esce dai rubinetti  solo per due miliardi di umani (noi siamo in cima alla lista); Il 12% di cui noi facciamo parte raggruppa gli umani più uguali, 840 milioni di incoscienti che riescono, da soli, a sprecare l'85% dello 0,3% 

L'impronta dell'acqua 
Ma in che modo riusciamo a consumare tutta quest'acqua?
Più o meno metà di tutta l’acqua disponibile viene utilizzata come acqua potabile o per coltivare i prodotti alimentari, o per produrre energia e beni di consumo. In Europa, per esempio, quasi metà dell'acqua prelevata viene utilizzata nel settore energetico, per raffreddare gli impianti. Il resto finisce in agricoltura, approvvigionamento idrico pubblico e industria.
Il concetto di impronta idrica è l'evoluzione di quello di acqua virtuale, messo a punto anni fa da Anthony Allan: il volume di acqua consumata per produrre un bene, dall'inizio (ad esempio la coltivazione, oppure l'estrazione ecc.) al prodotto finito. 
Per esempio, dietro il vostro più amato e comodo paio di scarpe (e anche dietro i mocassini marroni che vi ha regalato quell'odiosa di vostra cugina per Natale e che voi non indosserete mai!) sta – anzi stava –  una mucca, «proprietaria» del cuoio utilizzato; l'acqua necessaria a dissetare la mucca e a far crescere il foraggio di cui si è cibata costituisce parte dell'acqua virtuale relativa alle scarpe, come pure l'acqua utilizzata e inquinata per conciare il cuoio e produrre i mocassini. L'acqua virtuale associata alla lattina di coca cola è in gran parte dovuta alla produzione e al raffinamento dello zucchero, oltre 30 grammi, contenuto nella lattina.
Ovviamente il concetto di acqua virtuale è l'ultimo dei nostri pensieri da consumatori «ingenui», perciò il concetto di impronta idrica – applicato a  un individuo, a un'azienda, a una comunità – è particolarmente significativo. Ad esempio, a livello globale l'acqua utilizzata per l'agricoltura è pari al 92% del consumo di acqua dolce, quella per la produzione industriale al 4.4% e quella domestica al 3.6%.  Ma, come per le materie prime, anche per l'acqua gli umani non sono tutti uguali: uno statunitense medio consuma circa circa 7.700 litri/die, un africano medio solo 3.400 litri. Ma di frequente noi abitanti del Primo Mondo importiamo enormi quantità di materie prime e prodotti alimentari dai paesi del Terzo Mondo, pagandoli alle nostre condizioni (ossia non in maniera «equa e solidale») acqua virtuale compresa. Insomma molti paesi lasciano abitualmente l'impronta del loro piedone all'estero, importando beni che richiedano moltissima acqua per essere prodotti. È il caso del Giappone la cui impronta idrica (1150 metri cubi/anno pro capite), sta per il 65% fuori dei confini nazionali. 
Stati Uniti, Giappone, Germania, Cina e Italia  sono i principali paesi importatori di acqua virtuale. Ovviamente sono anche esportatori, quando vendono prodotti all'estero, il bilancio netto è in continuo cambiamento.

E dove sta il problema?
In un intreccio perverso di condizioni: 1) la distribuzione geografica delle riserve d'acqua: molti Paesi esportatori hanno riserve d'acqua limitate e ne utilizzano la gran parte per produrre beni da esportare verso paesi più ricchi di acqua, sottraendoli a una gestione interna a favore dei loro abitanti; 2) lo scarso controllo che i governi dei paesi esportatori esercitano sulla gestione della loro acqua; 3) l'iniqua politica dei prezzi dei Paesi importatori.

Dobbiamo pur mangiare… 
Innegabile. Come tutti gli esseri viventi del pianeta abbiamo un diritto elementare e inalienabile al cibo. Ma nemmeno il cibo è tutto uguale. Se pensate che tutto questo camminare all'indietro, risalendo alla provenienza dei nostri beni faccia venire il mal di testa, be' avete ragione.    Il fatto è che che dobbiamo pur mangiare, bere, avere accesso all'acqua… ma TUTTI. 
Cominciamo con un esperimento.
Andiamo in macelleria a comprare un bel chilogrammo di bistecche (calma, vegetariani e vegani, è solo un esempio). Quanta acqua virtuale si portano dietro 'ste bistecche? Mediamente 15.000 litri, con variazioni dovute al metodo di produzione e all'origine dell'alimentazione bovina (foraggio? farine animali?). Mostruoso eh? Ma pensate a questo: un hamburger di carne da 150 grammi ne «contiene» circa 1.000 litri (senza contare il pane), ma un hamburger di soia solo 160 l. 
E perché?
Perchè mangiando la soia (variamente acconciata) siete al secondo gradino della piramide alimentare, ovvero attingete direttamente dai vegetali (che sono il gradino più basso e  largo), mentre se mangiate il manzo passate al terzo livello, il manzo vi ha spiazzato (anche se in questo particolare caso non gliene viene alcun vantaggio, poveretto). Allungando la catena alimentare consumiamo più acqua, così come maggiore energia. È la legge del decimo [1]. 
grazie a Progetto Auras


No, non ditemelo! So bene che, dal punto di vista gastronomico, tra una vera bistecca e una equivalente di soia c'è una bella (anzi, buona) differenza… ma l'arte del possibile richiede qualche piccolo compromesso; basta considerare gli hamburger di soia non un succedaneo di quelli di carne ma un'altra cosa. 
Per incentivare la vostra virtù ambientalista vi fornisco qualche altro dato: 


da: http://www.ilfattoalimentare.it/impronta-idrica-dei-cibi.html

E posso aggiungere
– un latte macchiato: 200 l di acqua (Oddio! ma per un buon caffè macchiato molti meno, vero?)  
–  un kg di cotone (= un paio di jeans): 11.000 l
–  una pizza margherita:  1.300 l

Vediamo… se vivessi di patate, pomodori, mele, uova e qualche bel bicchiere di birra? Sì, ma una bella pizza, accidenti?
Be' non possiamo salvare il mondo in un giorno. Ma pensiamoci seriamente. Io le bistecche di soia le mangio già (mia figlia sa essere molto convincente!) e non sono affatto male.
Comunque non illudiamoci; le bistecche che finiscono nei nostri piatti non sono il solo (e nemmeno il maggiore dei problemi). Per migliorare la situazione occorrono scelte politiche ed economiche globali, variazioni del modello di sviluppo attuale, ragionamenti lucidi sulla relazione tra  scambi economici e disponibilità idriche nazionali, scelte coraggiose in campo alimentare, buona gestione della distribuzione dell'acqua e lotta agli sprechi. 

Prossime puntate sulla situazione italiana e sull'impronta idrica legata alle scelte energetiche.  

[1] Legge del decimo: a ogni gradino della piramide alimentare si perde il 90% della biomassa. In altre parole, soltanto il 10% della biomassa di un certo gradino della piramide è disponibile per i consumatori del gradino successivo ( il restante 90% serve ai viventi di quel gradino per svolgere le loro funzioni vitali). In pratica, per produrre 1 kg di bovino o suino, occorrono in media di 10 kg di piante. 
  
Ulteriori notizie:

qui un interessante dossier di Focus sull'argomento
qua un test per verificare quanto ne sapete.

Speciale acqua suddiviso per argomenti a cura di Green Cross Italia
Giorgio Nebbia: Il costo in acqua delle merci 
Infine un'immagine che vale mille parole




 









giovedì 28 marzo 2013

La bellezza – anche se orrorifica – è nell'occhio di chi guarda

...E per me Cushing e Lee e Price sono una magnifica terna. 
I «loro» film, i primi piani dei loro visi (insieme a quelli di Boris Karloff e di Bela Lugosi)  hanno plasmato una gran parte del mio immaginario. Gli interni tagliati da  luci e  ombre nette,  gli esterni nebbiosi… le pellicole con personaggi che molti avrebbero ritenuto privi di sfumature, esagerati, semplici, oltre a divertirmi  per l' «ingenuità» ruspante dei  trucchi di scena mi hanno insegnato che  in ognuno di noi il «male» e il «bene» si mescolano e non si possono separare, che i veri mostri spesso non sono i vilain e che non deve esistere discriminazione, perché siamo tutti diversi e diversamente complessi. E umani. Quindi dentro di me c'è sempre posto per loro e li ringrazio.    


lunedì 4 marzo 2013

… E ne abbiamo fatto un deserto


Un tempo la specie umana chiamava «Madre» la terra da cui traeva nutrimento, intendendo quella parte del pianeta che la scienza ora chiama suolo e che viene studiata con una certa noia dagli alunni della scuola media, molto più interessati alle piante a agli animali che campano grazie al «modesto» terreno. Si tratta di uno strato sottile rispetto alle dimensioni totali della crosta (a sua volta esigua rispetto al mantello e al nucleo terrestri), che richiede lungo tempo per svilupparsi e che – se non viene rispettato e protetto – può scomparire in pochi anni a causa dell'erosione. Per formare uno strato spesso pochi centimetri di terra fertile sono necessari secoli mentre bastano pochi anni di sfruttamento intensivo per rendere il suolo del tutto sterile.

Sotto il selciato la spiaggia, affermavano gli anarco-situazionisti. È una frase che mi è sempre piaciuta per il suo significato letterale: sotto l'asfalto delle nostre strade esiste ancora il terreno di un tempo; probabilmente in me sonnecchia un umano più antico, bramoso di scavare la crosta e mettere a nudo le membra della Grande Dea. Fatto sta che il suolo è davvero fonte di vita per tutti noi viventi delle terre emerse, diamogli quindi un'occhiata da vicino.

Ricetta per un buon terreno
Immaginate di fare quello che un geologo chiamerebbe un «carotagggio» cioè di conficcare un tubo di diametro..... nel terreno fino a giungere alla roccia madre, cioè alla superficie petrosa su cui i vari strati di terreno poggiano. Arrivati in laboratorio potete estrarre cautamente la carota dal tubo e osservare i vari strati, che gli studiosi chiamano orizzonti, disposti più o meno come nella figura a fianco.

Orizzonte A: In cima a tutto, spesso di trova una lettiera, costituita da foglie morte e resti di organismi. lo strato sottostante è l'orizzonte organico, ricco di humus, di batteri e piccoli organismi animali che nutrendosi dei resti della lettiera li sminuzzano, permettono all'aria di entrare e li concimano con i succhi del loro apparato digerente. 
Orizzonte B Lo strato successivo contiene particelle minerali di varei dimensioni: quelle di diametro superiore ai 2 mm (ciottoli, pietrisco ecc.) formano lo scheletro del terreno; il resto viene detto «terra fine» ed è fatto di particelle via via più piccole, rispettivamente sabbia, limo e argilla. La sabbia è attraversata dall'acqua, l'argilla è molto più fine, la assorbe ed eventualmente può cederla alle radici delle piante. Se però l'argilla è troppo abbondante, rende il terreno troppo compatto e impermeabile all'acqua e all'aria.

Orizzonte C è costituito da uno strato di roccia disgregata e dalla roccia madre.

Un buon terreno agricolo dovrebbe contenere circa il 60% di sabbia, il 15% di limo, il 10% di argilla, il 10% di humus e il 5% di calcare (carbonato di calcio)




Nascita di un buon terreno
Questo è un altro argomento che mi appassiona e, dato che il post è mio, ne tratterò a mio modo e con contenuta soddisfazione. 
Il suolo (lo avrete già capito) deriva dall'alterazione della roccia madre a opera di agenti chimici, fisici e biologici (cioè compiuti dagli organismi)… Ecco l'inizio di un articolo serio. Questo però non lo è, così vi racconterò una storia.

Dunque, questa storia comincia nel XIV secolo, nella valle minore di montagna dove sorge Bagnolo Piemonte e dove io, da circa venticinque anni, passo una parte dell'estate. Intorno al 1330, su questi monti – per accordo fra la popolazione bagnolese e il conte Malingri, feudatario della zona si stabilirono dei cavapietre. La richiesta di quelle che ancora oggi prendono il nome di «Pietre di Luserna» aumentò nel secolo successivo, con il trasferimento della capitale del Ducato di Savoia da Chambery a Torino. Da allora generazioni e generazioni di valligiani scavarono la montagna per trarne löse, pietre pregiate che ancora oggi – nelle tante imprese di lavorazione sorte lungo le strade che scendono in pianura – vengono trasformate in lastre usate per coprire i tetti, muri e muretti, o per costruire barbecue e caminetti. O anche scolpite, per produrre statue kitch fino al genio. 
La mia preferita è questa a fianco, un enorme grifone del peso di alcuni quintali che mi affretto a salutare ogni volta che guido verso Montoso. Lui, il grifone, c'è sempre… o si tratta di un modello estremamente richiesto e non manca mai in assortimento, è una prova d'artista troppo impegnativa e nessuno ha mai osato portarsela via. Queste e molte altre interessanti notizie in merito potrete trovare in questo blog, che ho scoperto di recente.

Le cave, dicevamo. Be', per tagliare come dio comanda i pietroni, i cavatori (oggi quasi tutti membri della nuova comunità cinese di Bagnolo) producono da secoli enormi quantità di scorie, spesso delle dimensioni di un grande masso sbilenco, che hanno letteralmente dato forma alla valle: fatte scivolare anno dopo anno lungo le pendici della montagna, nel punto dove in un certo momento viene scavato, sono state lentamente colonizzate da batteri, microorganismi vegetali, muschi e licheni e poi da comunità vegetali e animali sempre più sofisticate. 
fianco della montagna scavato da poco
La storia delle cave (e quindi della comunità di Bagnolo e delle sue frazioni) è scritta sui fianchi di questi monti. In questi massi in bilico. Accanto o immediatamente sotto le cave ormai totalmente sfruttate, la vegetazione arbustiva dei rododendri e degli ontani, dei rovi e delle piante di lampone e mirtillo ha ricoperto le scorie e prospera ondulata come un manto verde, o è già stata già soppiantata da faggi e betulle o, poco più in alto, da larici e abeti rossi. 
si insediano i licheni
E in questi boschi vivono mammiferi come volpi, scoiattoli e tassi, che quasi mai io riesco a scorgere ma che non sfuggono all'olfatto della mia cagnolina, uccelli come ghiandaie, cince, ballerine e rari rapaci e ancora lucertole, vipere, orbettini e bisce, e rospi e rane che si sistemano temporaneamente nelle pozze lasciate dalla neve al disgelo. E tacerò degli invertebrati, perché tutti noi sappiamo bene che soltanto per gli insetti dovremmo fare migliaia di nomi. A volte mi chiedo se il vero impegno dei cavatori non sia cavare il materiale per lose, muretti e sculture seriali ma piuttosto quello di allearsi al tempo geologico per dare forma alle valli. 


dopo i licheni muschi e arbusti
Ecco, questo è l'inizio di un buon suolo. 

Se trattato con il dovuto rispetto, il suolo del pianeta può sostenere la nostra agricoltura, l'allevamento, le abitazioni e le attività umane. Una vera fortuna, perché nei prossimi 30 anni la produzione alimentare mondiale dovrà crescere di oltre il 75% per stare al passo con la crescita della popolazione. Purtroppo, a quanto pare, di rispetto, buon senso e lungimiranza la nostra specie ne mostra davvero poco.

Prendiamo in considerazione questi dati: l'umanità coltiva complessivamente circa 5,2 miliardi di ettari in tutte le terre emrse, una bella cifra, vero? Purtroppo, secondo l'UNEP (1), il 69% di questi ettari è già degradato o soggetto alla desertificazione; ad esempio in Africa, il 73% delle terre coltivate è deteriorato; nel Nord America questa percentuale giunge al 74%. Per farla breve, la desertificazione minaccia al momento il 25% delle nostre terre. Forse questi numeri non sono facili da visualizzare… mettiamola così: secondo la FAO, negli ultimi 50 anni un'area vasta quanto Cina e India messe insieme (1,2 miliardi di ettari per la maggior parte situati in regioni aride o semiaride dei paesi in via di sviluppo) mostra una degradazione da moderata a estrema. Poiché in queste zone allevamento e coltivazione diventeranno meno produttivi, sono a rischio anche le esistenze di più di un miliardo di persone in oltre 100 nazioni.  
Servono altri dati per allarmarvi? Ecco qua: 
in Africa, il 66% di tutti i terreni è arido o semi arido; 
in Nord America, è arido o semi arido il 34% dei terreni: l'Ufficio per la Gestione dei Terreni Usa considera a rischio il 40% del territorio continentale degli Usa; In Texas il 40% dei terreni da pascolo è già troppo arido per essere utilizzato.
La zona del Nord Africa che i Romani consideravano il «granaio dell'impero» all'epoca ospitava 600 città; oggi è un deserto.   
Molti di noi cominciano a preoccuparsi soltanto quando i dati vengono tradotti in denaro sonante diamo loro qualcosa a cui pensare: UNEP ha calcolato che il costo della desertificazione mondiale vale ogni anno 42 miliardi di $ Usa. Su questo totale l'Africa perde circa 9 miliardi di dollari all'anno, l'Asia 21, il Nord America 5, l'Australia ed il Sud America 3 ciascuna e l'Europa 1.

Chiariamo subito una questione: con desertificazione non si intende una costante avanzata dei deserti (che è invece definita desertizzazione) ma, secondo la Convenzione ONU – un processo di «degrado dei terreni coltivabili in aree aride, semi-aride e asciutte sub-umide, in conseguenza di numerosi fattori, comprese variazioni climatiche e attività umane». Quindi non occorre che le aree a rischio siano accanto ai deserti (1), i terreni degradati possono distare centinaia di chilometri dal deserto più vicino, ed essere perfino fortemente irrigate, ma possono espandersi, unendosi le une alle altre e creando condizioni ambientali simili a quelle desertiche. Qui il  suolo perde progressivamente le sue proprietà chimico-fisiche fino a non riuscire più a sostenere l’insediamento di comunità animali e vegetali, l’equilibrio stesso dell’ecosistema.

Ma sarà colpa del clima, no? 
Eh no, non solo: i fattori antropici, insomma le attività umane contano, eccome.


Cause della desertificazione
da «Il fatto alimentare.it»
L'idea che la desertificazione sia provocata principalmente dalla siccità è un luogo comune,  salva le coscienze (fenomeno naturale… ineluttabile, non ci possiamo far niente, continuiamo così!) ma è quantomeno semplicistica. Spesso le cause principali sono le attività umane, particolarmente l’errata (o colpevole) gestione del terreno – come l’impiego di sistemi di coltivazione non adeguati alle condizioni climatiche e alle caratteristiche del suolo – lo sfruttamento eccessivo delle risorse idriche, la deforestazione, la presenza di allevamenti intensivi. Infatti:

* Le coltivazioni intensive esauriscono il suolo privandolo delle sostanze minerali e degli organinismi decompositori che lo riequilibrano.
* L'allevamento del bestiame elimina la vegetazione che – grazie alla rete di radici – trattiene il terreno, difendendo il suolo dai fenomeni erosivi dovuti al vento e all'acqua. Negli allevamenti intensivi, quando il bestiame supera il livello di tollerabilità del terreno, il suolo comincia a degradare: ben presto alle specie vegetali perenni presenti  si sostituiscono piante annuali e arbusti, sostituite a loro volta da specie erbacee. Infine, impoverito di vegetazione e continuamente calpestato dalle mandrie e dalle greggi, il terreno viene eroso da acqua e vento.
* La deforestazione elimina gli alberi che trattengono il terreno tagliandoli per utilizzarli come combustibile o come materiale da costruzione.
* L'irrigazione, se effettuata con canali e tubazioni scadenti, rende salmastre le terre coltivate, desertificando 500.000 ettari all'anno, più o meno la stessa estensione di terreno che viene irrigata ex novo ogni anno.
* L'abbandono delle terre, specialmente in zone calde, porta ad erosione e desertificazione.

Noi siamo abituati a considerare le cause separatamente (usando un punto di vista riduzionista), ma dovremmo ricordare che gli effetti sono sinergici e che il loro risultato non è una semplice somma: ogni concausa potenzia le altre accelerando e moltiplicando gli effetti (visione olistica). Questo lo sanno anche  i verdi nostrani e dal loro sito cito le prossime righe:

l'agricoltura contribuisce direttamente al riscaldamento globale attraverso l’emissione dei principali gas serra. L’agricoltura industriale moderna contribuisce a modificare il clima con pratiche quali il drenaggio delle zone umide, l’aratura profonda che espone il terreno agli agenti atmosferici, l’utilizzo di macchinari pesanti che compattano il terreno e la prassi di coltivare monocolture su larga scala.

Mettiamola così: se allevo ruminanti, devo mettere in conto che il metano dovuto alla fermentazione intestinale dei vegetali che mangiano  aumenterà l'effetto serra e quindi la temperatura globale del pianeta;
Gli abusi di fertilizzanti e pesticidi connaturati all'agricoltura intensiva provocheranno forte inquinamento del terreno;
D'altra parte le industrie chimiche, per produrre e trasportare concimi e diserbanti utilizzano combustibili fossili che inquinano l'atmosfera e aumentano l'effetto serra.
Altro che catastrofi naturali!


Però sbagliare è umano! O no?  
Inquinamento provocato da un'industria chimica
Siamo solo umani e sicuramente pasticcioni, ma la desertificazione, come ogni altro «male» provocato dalla nostra specie, non vive di soli errori.
Nei paesi in via di sviluppo o con sviluppo estremamente recente e accelerato – come una buona parte di quelli interessati dalla desertificazione e dal degrado – dietro questi processi stanno cause più ampie e strutturali dell'incuria o degli errori di gestione: vi sono fattori economici e sociali quali la povertà e i tassi di crescita troppo alti delle popolazioni; vi è l'abbandono delle tradizionali tecniche di coltivazione in nome di una modernizzazione agricola che non tiene conto delle specificità del territorio – vi sono governi che spingono i contadini a intraprendere monocolture commerciali per abbattere il debito con l'estero; vi sono la distribuzione iniqua delle proprietà terriere e l'afflusso di rifugiati.

E c'è di peggio 
La desertificazione – oltre a creare effetti negativi globali come la diminuzione della biodiversità – ha effetti devastanti sulla qualità della vita di intere popolazioni; di può provocare la migrazione di intere popolazioni. L'indigenza e la povertà le spingono a spremere la poca terra che hanno all'inverosimile, ricorrendo alle coltivazioni intensive, alla deforestazione, alle monocolture fino al degrado del suolo. La povertà le rende vittime degli agenti atmosferici, pochi anni di siccità li espongono alla fame e alle carestie, troppa pioggia provoca sì un'abbondante produzione agricola ma anche una veloce caduta dei prezzi. E indovinate a chi toccano le terre peggiori e più esposte?
L'Africa è il continente con la popolazione più «mobile» del mondo:

L'Unccd (Convenzione Onu per la lotta alla desertificazione), lancia un allarme: 135 milioni di persone rischiano di diventare profughi per l'inaridimento dei loro territori.
[…]
Oltre il 35% della superficie del Continente si trova in aree esposte a rischi ambientali significativi.
Questo dramma umanitario ha evidenziato di fatto la mancanza di qualsiasi riconoscimento per la nuova categoria dei «rifugiati ambientali».

Anche un gran numero di messicani immigrano negli Stati Uniti ogni anno a causa del grave degrado delle loro terre.
Per concludere, la desertificazione ha giocato un ruolo nei conflitti armati verificatisi nelle terre aride, contribuendo all'instabilità politica, alla fame e alla divisione sociale, come ha dimostrato il «caso» Somalia.


Desertificazioni storiche

Vivere nella Dust Bowl
Dust Bowl
Negli anni Trenta, poco dopo la tempesta finanziaria del 1929, gli abitanti delle Grandi Pianure americane dell’Ovest furono travolti da una vera e propria catastrofe ambientale, l'acme giunse il 14 aprile 1935, «la domenica nera» dell'Oklaoma, quando si verificò la peggiore tempesta di polvere che avesse mai colpito quell'area, che da allora fu definita Dust Bowl (catino di polvere).
la Regione delle Grandi Pianure, che potete trovare sulla carta è una piana immensa, che si estende il latitudine per 4000 km, dal nord del Canada fino al Nuovo Messico e al Texas, e in longitudine per 640 km dalle montagne rocciose alle frontiere occidentali del Sud Dakota, del Nebraska, del Kansas e dell'Oklaoma. Quando vi giunsero i primi coloni europei, era completamente coperta d'erba. È un'area semi-arida, battuta dal vento e colpita da frequenti siccità che toccano un picco ogni ventina d'anni. alla siccità, tanto da farle meritare, nel XIX secolo il nome di Grande deserto americano.
Nonostante il nome malaugurante, i coloni accorsero in massa, soprattutto nella zona più meridionale, per conquistare il loro (vasto) pezzo di terra, sognando una nuova vita. E per un po', all'inizio del Novecento, la fortuna fu dalla loro parte, complici le piogge abbondanti e il costo elevato dei cereali durante la Grande Guerra. Abituati al clima piovoso dell'Est, i coloni riconvertirono milioni di ettari di prateria a grano o cominciarono ad allevare bestiame; negli anni Venti i trattori innalzarono il numero di ettari lavorabili giornalmente, la produzione di grano crebbe, facendo scendere i prezzi. Per mantenere alti i guadagni i contadini sfruttarono maggiormente la loro terra; terminati i terreni molto fertili passarono a quelli che rendevano meno, aumentando l'erosione dei suoli.
La regione delle Grandi Pianure e, a lcentro, la Dust Bowl
Nel 1931, appena dopo che un'eccezionale raccolto aveva provocato il crollo del prezzo del grano, iniziò un periodo, durato dieci anni, di grave siccità e i nodi vennero al pettine. Appena il grano cominciò a seccare, lo strato un tempo ricco di humus – ora privo di copertura vegetale e della rete di radici capace di trattenere il suolo – venne spazzato via dai venti; formando gigantesche nubi che oscuravano il sole per chilometri e chilometri. a metà degli anni Trenta la devastazione aveva colpito oltre 40 milioni di ettari di Oklaoma, Texas, Kansas occidentale, Colorado orientale e Nuovo Messico.
La catastrofe ecologica provocò disastri economici che si sommarono alla grande crisi del Ventinove provocando una delle più ingenti migrazioni della storia americana degli Stati Uniti: i contadini, rovinati, persero la terra, furono spogliati dalle banche alle quali avevano chiesto prestiti e, in una nazione con un tasso di disoccupazione del 20% non riuscirono a trovare altro lavoro, così emigrarono verso gli stati vicini. Nel 1940 due milioni e mezzo di persone se n'erano andate (circa il 40% della popolazione); duecentomila disperati avevano raggiunto la California, tra loro la famiglia Joad, protagonista di Furore di John Steinbeck. Vi trovarono salari bassissimi, diffidenza e povertà, dovettero vivere ai bordi delle strade, in zone che somigliavano molto agli attuali campi profughi, e accontentarsi di lavoretti a giornata, spesso pagati con un po' di vitto.
Il disastro, dovuto a una gestione insensata dei terreni e a gravissimi errori agronomici, venne infine arginato da Franklin Delano Roosvelt, grazie alle riforme del New Deal e a una serie di misure radicali (ancora oggi in vigore) per prevenire l’erosione e ridurre la vulnerabilità dei suoli delle grandi pianure alla siccità prolungata.
Altre notizie qui

Il Grande Piano Agricolo
Un altro esempio di disastro cercato fu la «campagna delle terre vergini», uno dei tanti piani agricoli sovietici, iniziato questa volta da Kruscev nel 1954. Il piano, molto ambizioso, si prefiggeva lo sfruttamento delle steppe del Kazakistan settentrionale e della catena montuosa dell’Altai. Nei primi due anni vennero arati 330.000 km² e più di 3.000.000 di coloni – soprattutto ucraini e russi – si trasferirono, più o meno volontariamente per andarli a coltivare. Erano ben attrezzati, provvisti di mietitrebbie e potevano contare sull'appoggio di studenti e soldati come lavoratori stagionali al tempo del raccolto. Coltivarono grano, praticamente in regime di monocoltura, perché l'URSS intendeva raggiungere l'autosufficienza.
Il progetto, tra l'altro, ebbe come risultato il cambiamento delle popolazioni delle terre vergini, dove la componente originale kazaka venne in molte zone superata da quella slava. I milioni di russi e ucraini immigrati si fermarono in Kazakistan. con la dissoluzione dell'URSS, però, in parte tornarono ai paesi d'origine.
Il primo (1956) raccolto di grano (la cui coltivazione fu praticamente una monocoltura) fu un enorme successo, tanto da raddoppiarne la produzione in URSS rispetto all'occidente. Purtroppo, nel giro di pochi anni il terreno, impoverito di nutrienti, dovette essere trattato con quantità crescenti di fertilizzanti. L'errata pianificazione impedì che – nonostante l'aumento della loro produzione – i fertilizzanti necessari arrivassero a destinazione. Altri problemi non risolti furono la costruzione di un numero di silos sufficienti a stivare i raccolti (che in parte dovettero essere eliminati) e la carenza di infrastrutture adeguate a far giungere il grano alle città.
Infine, il piano agricolo non tenne conto della situazione dei terreni che, nel tempo, andarono incontro all'erosione e all'esposizione ai venti; in pochi anni ritornarono steppa.


Prossimamente: Desertificazione Made in Italy




(1) Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite.
(2) Queste sono le cinque principali aree desertiche mondiali e insieme rappresentano il 7% delle terre emerse totali: il deserto di Sonora nel Messico nord-occidentale e la sua continuazione nella parte sud-occidentale degli Stati Uniti; il deserto di Atacama, cioè la sottile striscia costiera Sud Americana tra le Ande e l'Oceano Pacifico; l'ampia area desertica che va dall'Oceano Atlantico verso la Cina (deserto del Sahara - deserto Arabico, - deserti dell'Iran e dell'ex-Unione Sovietica, Gran Deserto Indiano (Thar) nel Rajasthan - deserto del Takla-makan in Cina e deserto del Gobi in Mongolia; il deserto del Kalahari in Sud Africa e gran parte dell'Australia.  

martedì 1 gennaio 2013

Oddio, vorrei essere pre-morta!

Particolare da un dipinto di J. Bosch
Si chiamano «esperienze pre- morte» (Near Death Experience, NDE) quelle descritte da persone che – a causa di malattie terminali o di eventi traumatici – sono sopravvissute a condizioni estreme (coma, arresto cardiocircolatorio, elettroencefalogramma piatto ecc.) I loro racconti (provenienti a volte da personaggi molto illustri, come ad esempio Platone, Garl Gustav Jung, Thomas De Quincey, Ernest Hemingway, Lev Tolstoj, Victor Hugo…) si trovano nella maggior parte delle culture, avvalorando l'impressione che si tratti di esperienze oggettive, spiegabili soltanto come un contatto precoce con l'Aldilà della nostra «anima», intesa come entità spirituale in grado di sopravvivere alla fine del corpo, un'entità autonoma e immateriale che, tuttavia, il medico statunitense Duncan MacDougall pretese di aver pesato ottenendo il valore di 21 grammi. [1]
Secondo un sondaggio Gallup, il 3% degli statunitensi sostiene di aver vissuto una NDE.

Considerando le testimonianze, le NDE possono essere suddivise in due gruppi:
- ultraterrene quando il soggetto narra di aver avuto visioni di parenti o amici defunti o di strane entità, e di aver «attraversato» tunnel di luce o grandi spazi aperti (che i fedeli di varie religioni ritengono essere il Paradiso, l'Aldilà ecc. )
- extracorporee quando il soggetto racconta di aver fluttuato fuori del proprio corpo, assistendo dall'esterno a ciò che gli stava accadendo (per esempio ha «visto» i medici che tentavano di salvarlo ecc.).
Per gli adepti di religioni organizzate e/o di dottrine che ammettano l'esistenza di un'Anima spirituale, le NDE sono non solo ammissibili ma quasi inevitabili e vanno spiegate con teorie che potremmo definire parapsicologiche o soprannaturali. Per tutti gli altri – gli indifferenti 0 coloro che (come me) si considerano agnostici o atei – spiegare le NDE, pur non essendo né urgente né fondamentale per vivere la quotidianità, resta un problema aperto; riuscirci in maniera razionale – oltre che soddisfare una curiosità – contribuisce a mantenere ordine nella nostra visione del mondo. 
Anzi, per chi cerca spiegazioni razionali, la peculiare somiglianza di tutte queste testimonianze può essere considerata 

come un'ulteriore conferma all'esistenza di meccanismi precisi che si innescano in quel delicato connubio di mente e materia che è il nostro cervello quando è sottoposto allo stress intenso della percezione dell'imminenza della morte. [2]
 
Quasi inevitabilmente, quindi, molti studiosi si sono cimentati con le NDE, cercando di trovare spiegazioni fisiologiche e neurochimiche più o meno generali o specifiche per le peculiari esperienze percettive, la sensazione di pace e/o di euforia che pervade i soggetti e il forte impatto emotivo che queste esperienze rivestono.

Dal nostro inviato nell'Aldilà
Ultimamente, le NDE sono state riportate sotto i riflettori dal neurochirurgo Eben Alexander che, finito in coma per una settimana a seguito di una meningite batterica, ne è uscito attraverso una potente NDE che ha in seguito raccontato nel suo saggio Proof of Heaven (La prova del Paradiso). Alexander racconta di essere stato accompagnato da una bionda con gli occhi azzurri

… in un mondo di nuvole bianche e rosa stagliate contro un cielo blu scuro come la notte […] stormi di esseri luminosi che lasciavano dietro di sé una scia altrettanto lucente.

La donna lo rassicura di essere«amato e accudito» e la sua voce gli giunge nella mente come un vento interiore. Il contatto con una sfera luminosa gli dà la sensazione di

… nascere in un mondo più grande e come se l'universo stesso fosse un gigantesco utero cosmico. La sfera mi guidava attraverso questo spazio sterminato…

Fino ad allora cristiano molto tiepido, come tantissima altra gente, Alexander si è in un certo senso convertito e si dichiara convinto che l'Oltre che ha «visitato»

Non era di fantasia. E ha profondamente inciso sulla mia attività professionale e sfera spirituale. [3]

Inutile dire che testimonianze così suggestive e consolatorie possono essere scambiate per «dimostrazioni» inopinabili dell'esistenza sia di un'Anima svincolata dalla matrice biologica (Cervello) sia di un'Aldilà che ci attende dopo quella semplice tappa che pare essere la morte. Infatti le NDE hanno sollevato il vivo interesse di una parte dei teologi, ma anche  un invito alla cautela da parte di altri e della stampa religiosa, ad esempio Greg Stier, guest columnist del «Christian Post», ha scritto che, pur credendo fermamente all'esistenza del paradiso, non dovremmo considerare i racconti di NDE come quello di Alexander una prova della sua esistenza.

Sul versante opposto, quello dei pensatori razionali e dei neurobiologi, il tentativo di spiegare le NDE si è ramificato in varie direzioni, a cominciare dalla diretta demolizione della testimonianza di Alexander.

Il neurologo Steve Novella mette in dubbio le basi stesse della testimonianza del neurochirurgo, e sottolinea che la sua corteccia cerebrale nel momento della NDE non fosse affatto «disattivata»:

Alexander afferma che non esistono spiegazioni scientifiche per le sue esperienze, ma eccone una: [esse] si sono verificate mentre le sue funzioni cerebrali erano in calo o in ripresa, o in entrambi i momenti, e non quando vi era poca o nessuna attività cerebrale.

Sam Harris, altro neuroscienziato, è invece dell'opinione  che le prove della propria inattivazione cerebrale portate da Alexander non siano accettabili:

TAC ed esami neurologici non possono stabilire l'inattività neuronale, né nella corteccia né in qualsiasi altro luogo. E Alexander non fa alcun riferimento a dati funzionali che potrebbero essere stati acquisiti con fMRI, PET o EEG, né sembra rendersi conto che solo quel tipo di prova potrebbe sostenere la sua tesi.


Come posizionare gli elettrodi per EEG
Altri studiosi, invece, ritengono che non sia necessario essere in extremis per vivere una NDE: uno studio – pubblicato nel 1990 su Lancet – che ha riguardato 58 pazienti ha messo in luce che 30 di loro non erano affatto in punto di morte, anche se lo avevano pensato. Esaminando poi in dettaglio le sensazioni vissute durante la NDE ci si può rendere conto che ognuno dei«sintomi» è scientificamente spiegabile e correlabile con particolari alterazioni dell'attività cerebrale dovute o alle gravi condizioni dell'organismo o alla somministrazioni di particolari farmaci.
Vediamoli:

Sono morta!
Non solo coloro che tornano dall'Aldilà hanno creduto di essere morti ma coscienti: anche i pazienti affetti dalla sindrome di Cotard sono convinti di essere deceduti perché quella è apparentemente l'unica spiegazione razionale alla mancanza di emozioni e sensazioni che caratterizza il disturbo. Sintomi simili si verificano anche in seguito a traumi, tifo e sclerosi multipla e sono probabilmente collegati alle aree della corteccia parietale e prefrontale, rispettivamente coinvolte nei processi legati all’attenzione e alle allucinazioni tipiche della schizofrenia. 

Sono fuori!
Probabilmente tutti noi, talvolta abbiamo sperimentato la sensazione di essere fuori dal nostro corpo, disincarnati, durante i momenti che precedono il sonno o il risveglio. Il 40% delle persone intervistate riferisce di aver vissuto l'oggettiva paralisi che coglie i muscoli volontari mentre scivoliamo nel sonno come la sensazione di fluttuare sopra il proprio corpo, legata a intense allucinazioni oniriche.
Tanto per dire: uno dei sogni più vividi che ho sperimentato in vita mia risale all'infanzia e lo ricordo ancora (razionalmente, perché era così intenso e bizzarro da indurmi riflessioni e domande): la sensazione provata di galleggiare a un paio di metri da terra, sopra il mio corpo (che non vedevo ma sapevo esserci) sdraiato in un piccolo prato, mentre altra gente in basso piangeva e bisbigliava. Se la morte è così non fa troppa paura, pensavo. Ogni tanto rivisto il ricordo, come risorsa antistress.
NDE? Ma figuriamoci, semplice paralisi da sonno + allucinazione onirica.
Uno studio del 2005 ha evidenziato che queste «esperienze» possono essere indotte artificialmente stimolando la giunzione temporo-parietale destra del cervello. 

Ho rivisto tutta la mia vita in un attimo! 
Le spiegazioni circa la visione di cari defunti e la sensazione di rivivere in un attimo tutta la propria vita – due delle tipiche esperienze citate nelle testimonianze di pre-morte – sono ancora vaghe.
Per cominciare potremmo ricordare che i parkinsoniani «vedono» talvolta fantasmi e mostri. La spiegazione attualmente più accreditata  e che ha soppiantato quella più nota di una inadeguata produzione del neurotrasmettitore dopamina, considera fondamentali due differenti deficit: quello attentivo e quello visuo-percettivo. Se presenti contemporaneamente, i due deficit darebbero luogo ad allucinazioni visive. Questi dati suggeriscono che non sia necessario essere in punto di morte per «vedere i defunti».

Per quanto riguarda, invece, la sensazione di rivivere i momenti importanti della propria vita, la responsabilità potrebbe essere del locus ceruleus, una regione del cervello che produce noradrenalina, un ormone dello stress prodotto in grande quantità durante i traumi e strettamente connesso alle aree cerebrali (amigdala e ipotalamo) che regolano le emozioni e la memoria. In poche parole una condizione organica estrema induce di per sé l'organismo a produrre neurotrasmettitori che attivano la memoria, ed è quindi inutile tirare in ballo spiegazioni mistiche o sovrannaturali. 
Mi sento euforica! 
Le ricerche hanno anche dimostrato che alcuni medicinali e droghe ricreative possono causare condizioni simili all’euforia che si prova nelle esperienze pre-morte: è il caso dell’anestetico chetamina, che può provocare anche allucinazioni e la sensazione di abbandonare il proprio corpo. La chetamina agisce sul sistema dei recettori oppioidi del cervello, che possono attivarsi anche in assenza di farmaci quando si è sotto attacco, suggerendo che i traumi scatenino questo aspetto delle esperienze pre-morte. 

Sono tutta illuminata!
simulazione di campo visivo in stato di ebbrezza
E arriviamo alla grande luce: la sensazione di procedere in una grande oscurità al termine della quale esiste un luce intensissima.
Cominciamo dal tunnel: quando il cervello riceve un insufficiente apporto di ossigeno, l'attività neuronale cala, fino alla completa perdita di coscienza. A livello della corteccia visiva, il calo produce un caratteristico restringimento del campo visivo, tipico ad esempio dell'ubriachezza (quest'alterazione della vista è uno dei tanti rischi dovuti alla guida in stato di ebbrezza).  
Sì, ma la luminosità? 
La spiegazione possibile della famosa «luce» è un fenomeno che tutti noi sperimentiamo nel buio o con gli occhi serrati, in condizioni normali, senza quasi più farci caso:

uno scintillio diffuso dovuto ai fosfeni, cioè delle immagini spurie prodotte dalla scarica casuale e spontanea dei neuroni della corteccia visiva e dai fotorecettori della retina [4]. 

Volete vedere i fosfeni? Sfregatevi le palpebre provocando un aumento di pressione sui bulbi oculari che stimolerà meccanicamente i fotorecettori. Vedrete la «luce» pur restando comodamente nell'Aldiqua.
In conclusione: deficit di ossigeno + fosfeni = «tunnel verso la luce».
Questa fredda razionalità non porta nessuno in paradiso, ma chi ha detto che la scienza debba essere consolatoria? E poi, sia detto con il massimo rispetto, credere nel Paradiso è un atto di fede; «credere» a una verità dimostrata è ancora fede? 

E quindi? 
Nel loro complesso, le ricerche suggeriscono che le NDE siano correlate a due differenti tipi di esperienze:
a. disturbi della coscienza definiti «depersonalizzazioni»  che consistono in una condizione di distacco dalla propria realtà, ossia nella percezione dell'estraneità
  • alle proprie azioni (depersonalizzazione autopsichica)
  • al proprio corpo  (depersonalizzazione somatopsichica)
  • al proprio ambiente (depersonalizzazione allopsichica)
Simili alterazioni percettive esprimono esattamente l'esperienza raccontata da chi ha vissuto una NDE: fluttuazione lontano dal proprio corpo, visione di un ambiente estraneo ecc. In letteratura clinica tali disturbi sono frequenti in stati di affaticamento emotivo, oppure nelle alterazioni organiche dovute a lesioni del lobo temporale, nei prodromi dell'epilessia, nelle intossicazioni da LSD o mescalina, (oltre che nelle psicosi schizofreniche o depressive e nelle nevrosi isteriche). Inutile ricordare quanto possa essere emotivamente defatigante un'esperienza estrema come un forte trauma o l'entrata e l'uscita dal coma.

b. alterazioni neurobiochimiche transitorie provocate dai farmaci somministrati.

Un contributo importante alla comprensione di questi fenomeni è stato fornito qualche tempo fa da uno studio condotto da ricercatori sloveni [5] su 52 pazienti colpiti da attacco cardiaco, Dal loro lavoro emerge che i soggetti con elevato contenuto di anidride carbonica nel sangue hanno vissuto esperienze molto simili alle NDE: la sensazione di muoversi verso una luce molto brillante, e di provare emozioni quali pace e gioia. 
Questo genere di dati, in realtà non è del tutto nuovo, segnala la ricercatrice inglese Susan Blackmore, nel saggio Dying to Live: Near Death Experiences: gli attacchi cardiaci si verificano quando il cuore non riceve un sufficiente apporto di sangue (e quindi di ossigeno); di conseguenza il cuore non funziona più in maniera ottimale come pompa; l'ossigeno giunge al cervello con  fatica e l'anidride carbonica si accumula nel sangue, superando concentrazioni di 10.000 ppm (parti per milione), oltre le quali l'anidride carbonica diventa tossica. Come risposta allo stress da attacco cardiaco vengono rilasciate delle endorfine (mediatori nervosi che inibiscono il dolore); esse abbattono il dolore e possono causare euforia o allucinazioni.

Uan presa di posizione di carattere più generale è quella di Caroline Watt, Senior Lecturer in Psicologia all’Università di Edimburgo e socia fondatrice della Koestler Parapsychology Unit,coautrice, insieme a Dean Mobbs di un recente articolo sulle esperienze di NDE. In un'interessante intervista – dopo aver ricordato che le NDE vengono riferite da chi le ha vissute dopo aver ripreso conoscenza, e come tali sono soggette ad abbellimenti, riduzioni, deformazioni – Watt dichiara: 

Sono propensa a vedere la NDE come un tentativo del cervello di dare un senso agli input sensoriali interrotti durante un trauma.

e conclude

noi sosteniamo che, poiché delle esperienze che sembrano rassomigliare molto da vicino ad aspetti centrali delle NDE possono verificarsi in circostanze diverse, è più conveniente pensare che alla base delle NDE  vi siano fattori psicologici e fisiologici normali, piuttosto che pensare che rappresentino letteralmente un viaggio verso una sorta di regno non-fisico. 

Infine Kyle Hill, in un articolo apparso in forma integrale  qui e in forma ridotta su «Le Scienze on line» (08/12/12) critica alla base come antiscientifico il modo di procedere di Alexander e dei suoi accoliti: 

Le stesse sensazioni possono prodursi anche quando in realtà non si sta morendo? Se è così, bussare alla porte del paradiso è un'illusione, anche se il paradiso esiste davvero: San Pietro è sicuramente in grado di capire la differenza tra una persona che sta morendo e una che ha le allucinazioni. L'esperienza di pre-morte come prefigurazione del Paradiso è, forse, una bella teoria, ma è sbagliata.

Resta la grande domanda: perché il cervello di chi ha vissuto esperienze estreme sente il bisogno di dare proprio quella forma, quella di una presa di contatto precoce con un rasserenante  l'Aldilà alle alterazioni neurochimiche che ha vissuto? A titolo puramente personale e senza ovviamente poter addurre prove scientifiche a questa mia riflessione, ho trovato particolarmente interessante un articolo di «Scienze on line» datato 4 ottobre 2008 e intitolato significativamente La mancanza di controllo altera la percezione.
Adam Galinsky Jennifer Whitson, autori di uno studio pubblicato a suo tempo su Science, hanno osservato che quanto più le persone vivono la sensazione di non avere il controllo di ciò che stanno vivendo, tanto più cercano di riconquistarlo a qualunque costo imbastendo, se occorre,  complesse spiegazioni, anche un tantino paranoiche. Secondo Galinsky

La sensazione del controllo è così importante che la sua perdita viene vissuta come una profonda sfida. Questi errori percettivi, che possono essere negativi e condurre fuori strada, sono peraltro molto comuni e rispondono a un bisogno psicologico profondo e persistente.

Whitson ha dichiarato in proposito: 

Le persone vedono falsi schemi in tutti i tipi di dati, immaginando tendenze di mercato, aspre critiche sul volto di chi è di fronte, cospirazioni fra persone del tutto tranquille. Ciò suggerisce che la perdita del controllo porti a rispondere a un bisogno viscerale di ordine, sia pure di un ordine immaginario.

Mi chiedo se esista una perdita di controllo maggiore di quella vissuta da coloro che, una volta usciti dal coma o dai gravissimi traumi di solito associati alle esperienze di pre-morte, racconteranno come NDE. Tenendo conto di questo studio,  del fatto che praticanti o meno, credenti o indifferenti – la maggior parte degli occidentali (e non solo) hanno sentito parlare di un qualche tipo di Aldilà, spesso presentato come un luogo di luce e serenità, premio finale a una vita onesta e che, secondo molte religioni, a questo Oltre si acceda dopo un faticoso cammino (talvolta non solo metaforico), fancamente non mi stupisce che le testimoniaze   relative alle esperienze pre-morte siano tutte così simili. Fermo restando che ritengo umanissimo sperare in un Oltre che ci permetta di continuare in qualche modo a esistere come individui, mi chiedo se invece di cercare «prove» dell'esistenza di un Aldilà –  non dovremmo limitarci a cercare la ragione per cui noi umani tendiamo a raffigurarcelo così.  

Dopo aver dato tanto spazio alle ragioni razionali mi sento in dovere di farvi ascoltare direttamente la voce di chi crede fermamente nella propria esperienza NDE 
Qui  per ascoltare una testimonianza in diretta


Qui per vedere un docu-film in 11 parti sull'argomento. 

 

Qui finisce il mio percorso di ricerca sulle NDE, un argomento al quale mi sono accostata con curiosità scientifica e con punto di vista, devo ammetterlo, assolutamente scettico. Nulla di quanto ho trovato mi ha fatto cambiare idea, ma questa gran mole di dati, testimonianze, obiezioni, studi mi ha convinto, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno che:
a) la nostra mente è straordinariamente complessa e sfaccettata;

b) le nostre convinzioni a priori hanno un grande potere di orientamento non solo – com'è ovvio – del nostro pensiero razionale,  ma anche di quella parte del nostro «sé», profonda e peculiarmente umana,  che sente il bisogno incoercibile di porre ordine nella nostra percezione del mondo.

Concludendo, almeno per il momento, gli unici esseri di luce che mi sento di evocare per voi sono questi, poco carismatici ma deliziosi:



Note:


1. Indipendentemente dai dati ottenuti da MacDougal, (assolutamente inattendibili, secondo la comunità scientifica e in contrasto con le convinzioni religiose che considerano l'anima immateriale e quindi a peso 0, l), il peso dell'Anima e 21 grammi sono ormai un riferimento popolare al concetto di vita e della sua perdita. In rete sono ampiamente citati sia il film diretto da Alejandro Gonzáles Iñárritu (2003), sia  brani musicali, sia «composizioni» personali come questa  21 grammi.


2. Mario Campli,  Esperienze di pre-morte in «Scienza  e Paranormale» rivista di indagine critica sul paranormale;  organo ufficiale del CICAP    1999 n° 27 Settembre-ottobre


3. qui 

4. Armando De Vincentiis, psicologo e psicoterapeuta del Cicap,  citato qui  e qui

5: Klemenc-Ketis Z et al. The effect of carbon dioxide on near-death experiences in out-of-hospital cardiac arrest survivors: a prospective observational study. in «Critical Care» 2010, 14 : R56.