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| da «Il fatto alimentare.it» |
L'idea che
la desertificazione sia provocata principalmente dalla siccità è un luogo comune, salva
le coscienze (fenomeno naturale… ineluttabile, non ci possiamo far
niente, continuiamo così!) ma è quantomeno semplicistica. Spesso le
cause principali sono le attività umane, particolarmente l’errata (o colpevole) gestione del terreno – come l’impiego di
sistemi di coltivazione non adeguati alle condizioni climatiche e
alle caratteristiche del suolo – lo sfruttamento eccessivo delle
risorse idriche, la deforestazione, la presenza di allevamenti
intensivi. Infatti:
*
Le coltivazioni intensive esauriscono il suolo privandolo delle
sostanze minerali e degli organinismi decompositori che lo
riequilibrano.
*
L'allevamento del bestiame elimina la vegetazione che – grazie alla
rete di radici – trattiene il terreno, difendendo il suolo dai
fenomeni erosivi dovuti al vento e all'acqua. Negli allevamenti
intensivi, quando il bestiame
supera il livello di tollerabilità del terreno, il suolo comincia a
degradare: ben presto alle specie vegetali perenni presenti
si sostituiscono piante annuali e
arbusti, sostituite a loro volta da specie erbacee. Infine,
impoverito di vegetazione e continuamente calpestato dalle mandrie e
dalle greggi, il terreno viene eroso da acqua e vento.
*
La deforestazione elimina gli alberi che trattengono il terreno
tagliandoli per utilizzarli come combustibile o come materiale da
costruzione.
*
L'irrigazione, se effettuata con canali e tubazioni scadenti, rende
salmastre le terre coltivate, desertificando 500.000 ettari all'anno,
più o meno la stessa estensione di terreno che viene irrigata ex
novo ogni anno.
*
L'abbandono delle terre, specialmente in zone calde, porta ad
erosione e desertificazione.
Noi
siamo abituati a considerare le cause separatamente (usando un punto
di vista riduzionista), ma dovremmo ricordare che gli effetti sono
sinergici e che il loro risultato non è una semplice somma: ogni
concausa potenzia le altre accelerando e moltiplicando gli effetti
(visione olistica). Questo lo sanno anche i verdi nostrani e dal
loro sito
cito le prossime righe:
l'agricoltura
contribuisce direttamente al riscaldamento globale attraverso
l’emissione dei principali gas serra. L’agricoltura industriale
moderna contribuisce a modificare il clima con pratiche quali il
drenaggio delle zone umide, l’aratura profonda che espone il
terreno agli agenti atmosferici, l’utilizzo di macchinari pesanti
che compattano il terreno e la prassi di coltivare monocolture su
larga scala.
Mettiamola
così: se allevo ruminanti, devo mettere in conto che il metano
dovuto alla fermentazione intestinale dei vegetali che mangiano
aumenterà l'effetto serra e quindi la temperatura globale del
pianeta;
Gli
abusi di fertilizzanti e pesticidi connaturati all'agricoltura
intensiva provocheranno forte inquinamento del terreno;
D'altra
parte le industrie chimiche, per produrre e trasportare concimi e
diserbanti utilizzano combustibili fossili che inquinano l'atmosfera
e aumentano l'effetto serra.
Altro
che catastrofi naturali!
Però
sbagliare è umano! O
no?
Siamo
solo umani e sicuramente pasticcioni, ma la desertificazione, come
ogni altro «male» provocato dalla nostra specie, non vive di soli
errori.
Nei
paesi in via di sviluppo o con sviluppo estremamente recente e
accelerato – come una buona parte di quelli interessati dalla
desertificazione e dal degrado – dietro questi processi stanno
cause più ampie e strutturali dell'incuria o degli errori di
gestione: vi sono fattori economici e sociali quali la povertà e i
tassi di crescita troppo alti delle popolazioni; vi è l'abbandono
delle tradizionali tecniche di coltivazione in nome di una
modernizzazione agricola che non tiene conto delle specificità del
territorio – vi sono governi che spingono i contadini a
intraprendere monocolture commerciali per abbattere il debito con
l'estero; vi sono la distribuzione iniqua delle proprietà terriere e
l'afflusso di rifugiati.
E
c'è di peggio
La
desertificazione – oltre a creare effetti negativi globali come la
diminuzione della biodiversità – ha effetti devastanti sulla
qualità della vita di intere popolazioni; di può provocare la
migrazione di intere popolazioni. L'indigenza e la povertà le
spingono a spremere la poca terra che hanno all'inverosimile,
ricorrendo alle coltivazioni intensive, alla deforestazione, alle
monocolture fino al degrado del suolo. La povertà le rende vittime
degli agenti atmosferici, pochi anni di siccità li espongono alla
fame e alle carestie, troppa pioggia provoca sì un'abbondante
produzione agricola ma anche una veloce caduta dei prezzi. E
indovinate a chi toccano le terre peggiori e più esposte?
L'Unccd
(Convenzione Onu per la lotta alla desertificazione), lancia un
allarme: 135 milioni di persone rischiano di diventare profughi per
l'inaridimento dei loro territori.
[…]
Oltre
il 35% della superficie del Continente si trova in aree esposte a
rischi ambientali significativi.
Questo
dramma umanitario ha evidenziato di fatto la mancanza di qualsiasi
riconoscimento per la nuova categoria dei «rifugiati ambientali».
Anche
un gran numero di messicani immigrano negli Stati Uniti ogni anno a
causa del grave degrado delle loro terre.
Per
concludere, la desertificazione ha giocato un ruolo nei conflitti
armati verificatisi nelle terre aride, contribuendo all'instabilità
politica, alla fame e alla divisione sociale, come ha dimostrato il
«caso» Somalia.
Desertificazioni
storiche
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| Dust Bowl |
Negli
anni Trenta, poco dopo la tempesta finanziaria del 1929, gli abitanti
delle Grandi Pianure americane dell’Ovest furono travolti da una
vera e propria catastrofe ambientale, l'acme giunse il 14 aprile
1935, «la domenica nera» dell'Oklaoma, quando si verificò la
peggiore tempesta di polvere che avesse mai colpito quell'area, che
da allora fu definita Dust Bowl (catino di polvere).
la
Regione delle Grandi Pianure, che potete trovare sulla carta è una
piana immensa, che si estende il latitudine per 4000 km, dal nord del
Canada fino al Nuovo Messico e al Texas, e in longitudine per 640 km
dalle montagne rocciose alle frontiere occidentali del Sud Dakota,
del Nebraska, del Kansas e dell'Oklaoma. Quando vi giunsero i primi
coloni europei, era completamente coperta d'erba. È un'area
semi-arida, battuta dal vento e colpita da frequenti siccità che
toccano un picco ogni ventina d'anni. alla siccità, tanto da farle
meritare, nel XIX secolo il nome di Grande deserto americano.
Nonostante
il nome malaugurante, i coloni accorsero in massa, soprattutto nella
zona più meridionale, per conquistare il loro (vasto) pezzo di
terra, sognando una nuova vita. E per un po', all'inizio del
Novecento, la fortuna fu dalla loro parte, complici le piogge
abbondanti e il costo elevato dei cereali durante la Grande Guerra.
Abituati al clima piovoso dell'Est, i coloni riconvertirono milioni
di ettari di prateria a grano o cominciarono ad allevare bestiame;
negli anni Venti i trattori innalzarono il numero di ettari
lavorabili giornalmente, la produzione di grano crebbe, facendo
scendere i prezzi. Per mantenere alti i guadagni i contadini
sfruttarono maggiormente la loro terra; terminati i terreni molto
fertili passarono a quelli che rendevano meno, aumentando l'erosione
dei suoli.
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| La regione delle Grandi Pianure e, a lcentro, la Dust Bowl |
Nel
1931, appena dopo che un'eccezionale raccolto aveva provocato il
crollo del prezzo del grano, iniziò un periodo, durato dieci anni,
di grave siccità e i nodi vennero al pettine. Appena il grano
cominciò a seccare, lo strato un tempo ricco di humus – ora privo
di copertura vegetale e della rete di radici capace di trattenere il
suolo – venne spazzato via dai venti; formando gigantesche nubi che
oscuravano il sole per chilometri e chilometri. a metà degli anni
Trenta la devastazione aveva colpito oltre 40 milioni di ettari di
Oklaoma, Texas, Kansas occidentale, Colorado orientale e Nuovo
Messico.
La
catastrofe ecologica provocò disastri economici che si sommarono
alla grande crisi del Ventinove provocando una delle più ingenti
migrazioni della storia americana degli Stati Uniti: i contadini,
rovinati, persero la terra, furono spogliati dalle banche alle quali
avevano chiesto prestiti e, in una nazione con un tasso di
disoccupazione del 20% non riuscirono a trovare altro lavoro, così
emigrarono verso gli stati vicini. Nel 1940 due milioni e mezzo di
persone se n'erano andate (circa il 40% della popolazione);
duecentomila disperati avevano raggiunto la California, tra loro la
famiglia Joad, protagonista di Furore di John Steinbeck. Vi
trovarono salari bassissimi, diffidenza e povertà, dovettero vivere
ai bordi delle strade, in zone che somigliavano molto agli attuali
campi profughi, e accontentarsi di lavoretti a giornata, spesso
pagati con un po' di vitto.
Il
disastro, dovuto a una gestione insensata dei terreni e a gravissimi
errori agronomici, venne infine arginato da Franklin Delano Roosvelt,
grazie alle riforme del New Deal e a una serie di misure
radicali (ancora oggi in vigore) per prevenire l’erosione e ridurre
la vulnerabilità dei suoli delle grandi pianure alla siccità
prolungata.
Il
Grande Piano Agricolo
Un
altro esempio di disastro cercato fu la «campagna delle terre
vergini», uno dei tanti piani agricoli sovietici, iniziato questa
volta da Kruscev nel
1954. Il piano, molto ambizioso, si prefiggeva lo sfruttamento delle
steppe del Kazakistan settentrionale e della catena montuosa
dell’Altai. Nei primi due anni vennero arati 330.000 km² e più di
3.000.000 di coloni – soprattutto ucraini e russi – si
trasferirono, più o meno volontariamente per andarli a coltivare.
Erano ben attrezzati, provvisti di mietitrebbie e potevano contare
sull'appoggio di studenti e soldati come lavoratori stagionali
al tempo del raccolto. Coltivarono grano, praticamente in regime di
monocoltura, perché l'URSS intendeva raggiungere l'autosufficienza.
Il
progetto, tra l'altro, ebbe come risultato il cambiamento delle
popolazioni delle terre vergini, dove la componente originale kazaka
venne in molte zone superata da quella slava. I milioni di russi e
ucraini immigrati si fermarono in Kazakistan. con la dissoluzione
dell'URSS, però, in parte tornarono ai paesi d'origine.
Il
primo (1956) raccolto di grano (la cui coltivazione fu praticamente
una monocoltura) fu un enorme successo, tanto da raddoppiarne la
produzione in URSS rispetto all'occidente. Purtroppo, nel giro di
pochi anni il terreno, impoverito di nutrienti, dovette essere
trattato con quantità crescenti di fertilizzanti. L'errata
pianificazione impedì che – nonostante l'aumento della loro
produzione – i fertilizzanti necessari arrivassero a destinazione.
Altri problemi non risolti furono la costruzione di un numero di
silos sufficienti a stivare i raccolti (che in parte dovettero essere
eliminati) e la carenza di infrastrutture adeguate a far giungere il
grano alle città.
Infine,
il piano agricolo non tenne conto della situazione dei terreni che,
nel tempo, andarono incontro all'erosione e all'esposizione ai venti;
in pochi anni ritornarono steppa.