martedì 6 gennaio 2009

Effetti collaterali della scrittura

Sì. E' vero. Scrivere per legare il passato e il presente, per sognare (anche sotto forma di incubo) il futuro. Per mettere ordine. Perché altrimenti la vita resta soltanto una collezione di istantanee.
In questo senso, ognuno si "riscrive", continuamente, si racconta a se stesso, cambia il passato (che non è mai dato una volta per tutte) guardandolo ogni volta con occhi diversi. Per questa forma di scrittura carta e penna non servono, anche se occorre almeno un ascoltatore: noi stessi.
Però scrivere, scegliendo le parole e indirizzandosi ad almeno un lettore sconosciuto, è un atto non semplicemente privato, che ha altri effetti collaterali, oltre a produrre una storia che qualcun altro forse leggerà e ricorderà.
Sono questi effetti collaterali che cerco di indagare. Per ora riesco soltanto un paio di osservazioni che non so dove mi possano portare. Forse, con qualche contributo, riuscirò a scoprirlo.

1) esistono forme spurie di scrittura narrativa che lo "scrittore consapevole" probabilmente non considera tali. Mi riferisco ad esempio ai tanti blog gestiti da adolescenti. I loro e non i nostri, perché noi usiamo artifici e filtri, e non riversiamo in rete, a caldo e direttamente, le nostre emozioni. Guidata dalla "mia" adolescente, mi son resa conto che gli autori di questi blog si narrano, oltre che mettere in scena se stessi. E narrarsi, se fatto onestamente, è qualcosa di più, è anche riflessione, è cercare di vedere.
Ciò che mi incuriosisce è che sia una narrazione corale, alla quale gli altri contribuiscono un po' come possono, secondo l'umore, la sensibilità, le esperienze. Non è "scrittura" in senso classico, guidata da un progetto e dalla ricerca di una struttura, e non vuole nemmeno esserlo, ma aiuta ad affinare la sensibilità e a cercare le parole. Lega ieri e ora, pre-sente il futuro, può mettere ordine.
2) Non potrei mai scrivere così, in pubblico. Quando avevo la loro età scrivevo diari, o meglio libri di bordo, testimonianze di viaggio, insomma. E non avrei mai dato quelle pagine in mano a qualcuno: né coetanei, né adulti. Ma io ero un'asociale.
Però non vorrei sottovalutare le larve di scrittura che emergono tra esibizioni, scemate divertenti, spacconate e rifiuti che ancora adesso riesco a condividere.
3) Così mi chiedo: lo sguardo dello scrittore è indissolubile dalla scrittura o esiste a priori? Insomma, quello sguardo, di per sé è un "valore aggiunto" che ci permette di vivere meglio, di comprendere, o si attiva soltanto quando scriviamo? Occorre prima imparare a scrivere (leggendo certi autori risponderei immediatamente "sì!") e poi imparare a guardare?

4 commenti:

Fran ha detto...

La mia esperienza personale è che la scrittura ha di per sé un tempo diverso: se le immagini sono quasi istantanee, i suoni già più lenti, la lettura richiede tempo e concentrazione anche per letture leggere, ma lo scrivere impone proprio tempi più lunghi e quindi permette di rianalizzare il proprio pensiero mentre lo si evolve.
Credo che per tutti la prima fase della scrittura sia stata in forma di diario, di pensieri sciolti e più o meno buttati sul foglio (oggi elettronico) alla benemeglio.
Ma bisogna saper scrivere per poter imparare a capirsi e capire? O i due processi vanno in parallelo?
Altra domanda. Anche se non si scrive un diario, ma una storia o altro, non si può mai raccontare altro che noi, o perlomeno il nostro modo di vedere il mondo: allora come mai scrivendo un diario ci sembra di denudarci, ma va bene scrivere un racconto breve che dice (a volte) molto di più?

Davide Mana ha detto...

Scrivere narrativa offre degli strumenti per distanziarsi dalla materia grezza della quale si tratta.
I cliché del genere.
Le tecniche più o meno sottili per condensare la narrazione.
Si può perciò essere personali - e narrare sé stessi - pur mantenendo una maschera.
Inoltre, si scrive per altri che ci leggeranno - mentre il diario è privato.
E scrivendo lo sappiamo.
Cambiano le dinamiche, anche solo inconsciamente...

S_3ves ha detto...

Ciao, Fran.
Belle domande le tue, sul serio.
Immagino che i due processi, scrivere e "capirsi e capire" vadano di pari passo, e che uno nutra l'altro.
Sulla differenza diario/racconto, proprio una delle questioni fondamentali per me, forse il problema non è la scrittura ma la lettura che ne segue: fino a che il diario resta solo mio non conta, è farlo leggere che mi rende indifeso.
Generalizzando grossolanamente direi che scrittura diaristica e quella narrativa differiscono per il procedimento: il diario il più delle volte non è medi(t)ato. Se non c'è distanza non ci sono veri e propri passi avanti e l'esecizio pare privo di scopo (non sto davvero cercando, sto solo recitando me stessa). Il racconto richiede una mediazione di stile, di struttura ecc., consente una riflessione. E scrivere diventa anche pubblicamente accettabile e fornito di scopo.
Ovviamente ci sono diari scritti apposta per essere letti, narrazioni in forma di diario e racconti che sono un modo cammuffato di parlarsi addosso...

Fran ha detto...

Ho l'impressione che al giorno d'oggi tutto sia molto più pubblico, grazie a tutti questi blog e alla possibilità di proteggere la propria anonimità. Io ho scritto per anni per nessun altro che me stessa (ho a casa scatole piene di cartacce scritte fittissime), più che altro storie, racconti, fotografie di impressioni. Non credo che abbiano alcun valore, e non sono stati scritti per essere letti da altri, ma io stessa ho riletto gran parte parecchie volte, ed alcuni pezzi corretti e trasformati.
Forse un diario "per definizione" è privato, ma anche alcune cose che pensiamo e scriviamo, almeno finché non siamo pronti a condividerli con altri... o no?