mercoledì 29 dicembre 2010

Un paese di piazzisti e di snob.


Premetto che i piazzisti a cui mi riferisco sono una categoria dello spirito, e non i rispettabili lavoratori che rappresentano ditte e produttori di merci.

Nemmeno in questi giorni di festa riesco a dimenticare la cappa di piombo che ci pesa sulle spalle. Alle parole "politica italiana" ormai sobbalzo incredula: ma in Italia facciamo ancora politica? E quando mai? E dove? In Parlamento? No di certo, se non di piccolo cabotaggio: lì si pone rimedio alle tragedie giudiziarie di Papi, lì, a quanto pare, si fa compravendita di voti. È vero che lì alcuni personaggi di buona volontà (ma colpevoli di ritardi irrimediabili) cercano di attraversare il guado (o uscire al pantano), ma lì il Centro attende di veder passare il cadavere del nemico (anche se questo Centro è talmente labile che spesso perdo di vista la sua posizione e fatico a individuarne il nemico del momento); sempre lì, in Parlamento, la nostra opposizione, fatte salve alcune apprezzabili eccezioni, dà un miserando spettacolo di sé.
Questo spettacolo si merita il nome di «politica» o è semplice tattica di sopravvivenza per un'altra legislatura? Per approdare alle prossimi elezioni e ricandidarsi?
«Gli dei accecano chi vogliono perdere», mi pare dicesse un autore classico. L'ala sinistra del nostro Parlamento deve essere popolata almeno di orbi.
Pesare le dichiarazioni significative dei rappresentanti del PD è un esercizio da farmacisti, c'è giusto da segnarsene qualcuna per ricordarsela al momento di votare (Fassino, forse futuro candidato sindaco torinese: «se fossi un operaio di Mirafiori voterei sì all'accordo»: io abito e voto a Torino!). A continuare a riflettere sulla questione non è, ormai, l'interesse immediato, ma la curiosità storico-sociologica.
In generale, nutro la convinzione che gli «individui chiave» che hanno determinato la Storia siano persone figlie della loro epoca che si sono trovate al posto giusto al momento giusto, non figure uniche, però: altri del medesimo stampo, espressi da un contesto analogo, avrebbero potuto giocare lo stesso loro ruolo. In poche parole credo che la Storia (e i suoi intrecci con la cultura, l'economia ecc.) sia più forte dei singoli e che una crisi, un momento topico, giungeranno comunque, in una delle tante incarnazioni possibili. Sono pochi gli «unicum» che hanno fatto la differenza, incarnando totalmente un certo periodo storico.

Perché Papi, allora? Perché così a lungo e con tale successo da sopravvivere a tutto, perfino a se stesso?
Io credo che sia perché, con tutto il suo potere mediatico e la sua supposta capacità di comunicare, è il perfetto «mister nessuno»: l'uomo della strada fornito di poca cultura rimasticata, di un sorriso di plastica, del gusto per le barzellette stantie, della passione per ciò che considera raffinato in una donna (tubino nero, qualche gioiellino), di tutti i pregiudizi più vieti che non riesce a nascondere o, peggio, che non considera affatto disdicevoli (e che tali non sono per il suo elettorato medio). Papi è il tizio che ti trovi seduto di fianco al pranzo di condominio, il rappresentante «furbo» che riesce, a furia di battute, a piazzarti merci che non fanno parte del tuo orizzonte degli eventi. Simpaticone quando le cose gli vanno bene, rancoroso e cattivo quando è in preda al panico, cura il proprio stile «giovanile» fatto di blazer e maglioncini (e, orrore, di patetiche bandane); ricorre al trapianto di capelli, probabilmente ha il sorriso congelato dal botox. ma nel suo «lavoro», guai ad apparire vecchio...
In poche parole Papi è il «piazzista definitivo» che piazza solo e sempre se stesso, come si diceva l'altro giorno con Max. Un'entità che mette i brividi solo ad alcuni (a me ricorda un romanzo di Philip Dick del, non così datato come potrebbe sembrare: I simulacri. Provate a leggerlo) ma desta la simpatia identitaria di altri.
Ma perché piace a molti (almeno il 25%) italiani? E perché non piace a tanti altri, come non piace a me? Temo che la risposta sia lontanissima dalla politica.
Proviamo a immaginare di chiedere a 1000 italiani «inviteresti a cena Papi? Puoi scegliere tra lui e, poniamo, Fassino. O d'Alema, magari». Almeno 500 persone (probabilmente molte di più), risponderebbero «Papi!», rabbrividendo alle altre due scelte.
Anch'io rabbrividisco, intendiamoci, e uscirei di casa di volata, dicendo «Mi dispiace, ma questa sera ceno fuori. Niente ospiti, grazie». Voi che cosa rispondereste?
Agli occhi dei famosi 500 o più, Papi è più famigliare, più «normale» di «politici» come Fassino e D'alema. Come Bersani. E tanto più rassicurante di gente come Vendola.
Per d'Alema, per esempio, Papi dev'essere stato a lungo soltanto un piazzista, uno che un dritto come lui può fregare quando gli pare. Errore grossolano, ma si sa, d'Alema sarà anche più furbo di tanti altri ma è senz'altro molto meno furbo di quanto credere di essere.
Il guaio è che, agli occhi di gente come me, Papi, il piazzista definitivo, è essenzialmente infrequentabile: noioso e prevedibile, insopportabile anche quando fa il gentile, il galante, la brava persona. Non lo inviteremmo a cena per questioni di buon gusto. Per snobismo, in definitiva.
E questa, sicuramente, non è una valutazione politica. È un fastidio a pelle che non giunge nemmeno a diventare odio e che non rende ragione della complessa natura di questo unicum. Natura complessa che prescinde da lui e che lo rende inamovibile per mancanza di alternativa, per il potere economico e mediatico che passa attraverso di lui, travalicando il suo modesto valore personale.
Una natura che spinge molti di noi a rassegnarsi all'attesa, aggrappandosi all'ultima speranza di rimozione: quella definitiva, attuata da madre natura. Come dicevo, la politica non c'entra niente.

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