Prendo spunto da una discussione interessante in corso su
Alia Evolution per riflettere su come metto insieme un racconto.
I “come” della scrittura sono tanti: come si crea una storia (prima di scrivere la si immagina nei dettagli/ la si scrive man mano, senza produrre prima uno storyboard, ecc.);
come la costruisce perché stia in piedi (scrivendo solo di cose che si conoscono bene/ facendo ricerche in rete o altrove/ senza informarsi in merito e mandando a quel paese la verosimiglianza...),
come la si mette su carta (scrivendo a mano, con la vecchia Olivetti del nonno
o con un word processor); poi ci sono i rituali dello scrivere (nel silenzio più totale/ immersi nella musica più adatta/ scolando tazzoni di caffè, fumando la pipa o succhiando
liquirizia, ecc.) e infine
come si fa la revisione (rileggendola più volte/rileggendo a voce alta/ non rileggendola mai…)
I
“come” delle mie storie sono un fitto intreccio di sollecitazioni esterne, necessità di dire e urgenze contingenti.
Anche se ho un’idea in testa (sull’inizio del racconto, su un episodio o sullo scioglimento finale), per riuscire a cominciare una storia devo prima “vedere”: il primo spunto di un racconto a cui sono molto affezionata mi è venuto guardando la finestrino di un treno l’edificio cadente di
una stazioncina tedesca dismessa; uno degli ultimi racconti scritti è ambientato in un cubo (io insegno matematica…)
Spunti del genere, talvolta uniti
a un tema assegnato (esempio: i racconti per Fata Morgana) mi consentono di cominciare la storia senza ancora avere un’idea nemmeno generale della vicenda. Butto giù la prima frase, la assaporo, mi lascio trasportare dalle parole, dalle assonanze, rileggendo spesso, anche a voce alta; poi annoto idee, anche intere scene, su vari quadernetti, di solito uno per storia, che mi seguono ovunque.
Un potente motore della mia scrittura
è il desiderio di essere altrove - ho iniziato alcuni dei racconti cui sono più legata in ospedale, angosciata, mentre assistevo parenti vari; altri ne ho portati avanti durante mortali riunioni burocratiche a scuola o aspettando il treno.
Non scrivo di cose che conosco già bene: sarebbe noiosissimo raccontare dei rapporti didattico-affettivi di un docente problematico con colleghi, allievi e famiglie
(ci sono
già Mastrocola e Starnone, tanto per dire) o peggio ridere affettuosamente degli strafalcioni degli studenti (a parte rari casi, le sciocchezze madornali che scrivono i miei ragazzini mi danno un senso di impotenza, altro che “Io speriamo che me la cavo”). Di sicuro non leggerei mai la storia di un prof. che cerca di essere contemporaneamente anche genitore, libraio, co-coordinatore di vari progetti editoriali e scrittore,
scriverla non mi passa nemmeno per la mente… No grazie, io voglio andare lontano: indossando sempre i miei panni, continuerei a pensare soltanto ciò che penserei se non scrivessi.
Quindi ho bisogno di documentarmi sulle cose più varie: dalle geometrie non euclidee al codice morse, alla bioluminescenza delle lucciole. E’ uno degli aspetti più divertenti della scrittura
e spesso cercando informazioni per una storia trovo spunti per scriverne altre.
Per motivi puramente contingenti (a seconda di dove sono) scrivo in regime misto: inizio a mano sul quaderno e poi riporto le scene sul PC, oppure comincio sul PC e continuo sul quaderno, poi ricopio ecc...
Un WP, comunque,
è fondamentale per “provare” vari modi di raccontare la medesima scena: cancellare, aggiungere, spostare pezzi è facilissimo (mentre scrivendo a mano o a macchina riempivo i fogli di asterischi e incollature). Rileggo e correggo mano a mano, di solito quando riprendo a scrivere, mi serve a ripartire.
Non ho una cadenza regolare di scrittura: qualche pagina al giorno se va bene, alla settimana se va male, come in questo periodo. Quando sono in dirittura di arrivo continuo fino alla fine.
Se sono tranquilla alla mia scrivania scrivo (non soltanto narrativa) ascoltando musica; in genere ogni mia storia è legata a un certo tipo di musica: la colonna sonora che scelgo si intona alla storia, ma la storia finisce per intonarsi alla musica. Purtroppo non sono ancora riuscita a sensibilizzare presidi,
direttori sanitari e dirigenti delle ferrovie di stato alle mie necessità musicali.
Se scrivo sul PC lo faccio in penombra, i caratteri luminosi sullo schermo mi aiutano a produrre onde theta, forse. Quando smetto mi sento un po’ flippata, è una bella sensazione.
Faccio la prima revisione rileggendo mentre ancora la storia procede; quando ho finito il racconto la storia da potenzialità è diventata struttura “chiusa” e quindi occorre tornare indietro, cancellare certe tracce, sottolinearne altre ecc. Quindi ri-rileggo, di solito a schermo.
A storia sedimentata rileggo ancora, portandomi dietro il racconto per un po’ di giorni. In questa fase perfino un portatile è troppo scomodo, quindi stampo e correggo a penna. In ogni caso la storia verrà letta in forma cartacea, e io voglio vedere che effetto farà al lettore. La carta resta indispensabile.
Spesso rileggo a voce alta, dando molta importanza anche al suono delle parole le allitterazioni involontarie e casuali di chi scrive mi danno molto fastidio. Quelle che restano sono volute, se non piacciono è tutta colpa mia.
Il piatto è pronto, non resta che trovare una cavia che lo assaggi. In questi casi Max è indispensabile.
Ho sfornato questo post con l’aiuto di Robert Smith e compagni, ascoltando Seventeen Seconds.
L’album ha quasi trent’anni ma resiste egregiamente.