venerdì 3 luglio 2009

Non ho tempo di aspettare!

Ieri ho incontrato M., un amico che lavora presso il settore Alberate urbane dell'amministrazione comunale. M. cura il patrimonio arboreo di Torino ed è una miniera, oltre che di consigli su come si curano le piante, anche di aneddoti e osservazioni su come la gente, di Torino considera il "verde". Parlando con lui ho più volte pensato alle nostre rispettive professioni, e per "professione" qui non intendo soltanto ciò che si fa per soddisfare necessità come mangiare e avere un tetto sulla testa ma anche ciò che si fa senza compenso e con dedizione, per soddisfare necessità altrettanto impellenti ma di altra natura... magari dovrei chiamarle passioni.
Professionalmente, io mi intendo soprattutto di preadolescenti e di come si fanno i libri; M., invece, sa più o meno tutto su alberi, manto vegetale ecc. Usando un po' di fanta- sia non è difficile individuare molte somiglianze fra i tre oggetti del nostro lavoro: tutti e tre nascono molto più piccoli (germogli, neonati, idee) di quanto diventeranno; tutti e tre nella loro vita attraversano molte fasi (albusti-bambini-scalette; poi alberelli-ragazzini-manoscritti; poi finalmente giovani alberi vigorosi-adolescenti spigolosi-testi in cerca di editori)… Né M. né io possiamo predire il loro futuro ma sappiamo per certo che cambieranno ancora molte volte durante la loro vita, ordinaria o eccezionale che sia.
A dirla tutta, M. e io siamo convinti (e non siamo sicuramente i soli) che il bello delle nostre professioni (che sono anche un po' professioni di speranza, se non di fede) stia proprio nell'osservare con pazienza questi cambiamenti, intervenendo con cautela e discrezione, seguendo le "inclinazioni delle "creature" senza forzature, senza fretta.
Mi pare fosse Orazio a dire: nella vita tre cose sono degne: fare un figlio, piantare un albero, scrivere un libro. Ma doveva pensarlo anche il nonno di M. (e chissà quanti altri nonni) se continuava a piantare alberi anche in età avanzata, dicendo a figli e nipoti: "Sarete voi a godervi i loro frutti".
Naturalmente, M. e suo nonno, Orazio e perfino io sappiamo che la parola chiave di tutto questo discorso è "tempo", "Dare tempo al tempo" perché faccia il proprio lavoro o almeno lasci fare a gli altri (piantine, ragazzini, storie) il loro senza pretendere di vedere subito i risultati.
Ma in questi anni dobbiamo aver perduto il senso del tempo (oltre che quello del ridicolo) e vogliamo tutto e subito: la trasformazione, il "viaggio", le attese, non sono più sopportabili. Sui ragazzini e sulle pretese degli adulti di averli subito grandi, autonomi, capaci di badare a se stessi avrei molto da dire (ma non ora, a fine anno scolastico, quando mesi di lavoro mi sembrano evaporati senza quasi lasciare tracce). Su libri e autori è inutile continuare a scrivere di editori in cerca di miracoli a costo zero, roba immediatamente vendibile a migliaia di copie senza più lavoro di squadra: niente editing, niente investimenti su "vivai" di nuovi autori, da coltivare nel tempo... Pensavo che almeno agli alberi si lasciassero i loro ritmi, in fondo la biologia non può essere forzata più di tanto.
Ma mi sbagliavo. M. mi ha spiegato che oggi, pagando "il giusto" (ovvero cifre dell'ordine dei diecimila euro), chiunque può avere nella villona con parco appena costruita il proprio albero secolare, gli ulivi, ad esempio, sono molto richiesti. Volete un ulivo di cento o duecento anni proprio lì, nel prato davanti a casa? Non c'è problema, in Puglia o in Spagna diversi proprietari di uliveti trovano più conveniente vendere i loro ulivi antichi invece delle olive.
"Ma gli alberi trapiantati campano?" ho chiesto un po' sconvolta. Certo, mi ha spiegato M., le tecnologie attuali consentono di estrarre l'ulivo con una sorta di arnese che abbina un'enorme forbice capace di frantumare i sassi a un megacucchiaio che raccoglie la palla di terra che circonda le radici; la pianta viene poi potata perché la chioma non subisca troppi danni, caricata su un TIR a rampa, trasportata fino al vostro prato e infilata nel buco del terreno che voi avrete fatto amorevolmente scavare.
Però! mi sono detta, sognando di vincere al lotto (a cui peraltro non gioco mai) e di "farmi" un albero di duecento anni.
Poi però ho pensato a quell'albero trapiantato nel mio prato, pagato profumatamente come un divo del cinema per recitare un cameo, mesa lì a far finta che la villa nuova sia antica pure lei e che il nuovo ricco non sia un parvenu...
Ci sarebbe da ridere, lo so. Ma a M. e a me, e a tutti quelli a cui l'ho raccontata, questa storia non sembra affatto divertente, soltanto un altro segno dei tempi assurdi che stiamo vivendo.

2 commenti:

sgerwk ha detto...

Veramente, che io sappia, non e' che l'ulivo trapiantato in questo modo sopravviva sempre. Anzi, piu' e' vecchio e' piu' e' facile che muoia...

Tra l'altro, questa dei giardini con ulivi e' una moda abbastanza moderna. Trent'anni fa andava il giardino tropicale, con i palmizi, oggi quello mediterraneo con gli ulivi, fra trent'anni chissa', forse quello glaciale con orsi e foce di ceramica? Tocchera' tagliare tutti questi vecchi alberacci secolari.

S_3ves ha detto...

All'eventualità che gli alberi secolari passino di moda non avevo pensato, accidenti! Li ritenevo una sorta di simbolo di status, come dire "il mio giardino - e quindi la mia ricchezza - è antico". Invece probabilmente hai ragione tu, sgerwk, è una moda, come le vancanze a Sharm el Sheik o cose così. Dopo un po' ci si stufa, si sceglie un altro posto e si butta via l'ulivo. Io mi sento male anche quando devo buttare via una piantina di geranio finita male...