mercoledì 10 marzo 2010

Incontri ravvicinati di tutti i tipi

Una delle peggiori conseguenze di questi tempi brutti, profondamente impregnati di arroganza, avidità rampante e razzismo becero – in poche parole di generale ottusità – è quella di ridurci tutti a questa misura, rendendoci indifferenti, non ricettivi e privi del senso dell'umorismo. Grigi.
Io insegno in una periferia che non è più Torino e non è ancora provincia, un borgo nel quale si entra senza rendersene conto: un metro prima si è ancora nel capoluogo, un metro dopo si è in un altro comune. Da sempre, la zona è un luogo di passaggio dove la gente abita un po' di anni, per poi stabilirsi in città o allontanarsi definitivamente; nell'ultimo decennio, poi, il borgo è diventato una terra di confine fra "estraneità" e cittadinanza, dove giungono molte famiglie di origine non italiana, le più fortunate come cittadini, tante altre in attesa…
Come accade in molti luoghi a ridosso delle grandi città, questo borgo sta perdendo fisionomia, risorse e soprattutto speranza. La crisi e le conseguenti difficoltà spingono le persone a chiudersi sempre più, nello sforzo di risolvere da sole problemi che andrebbero affrontati politicamente e con risorse adeguate; lasciate a se stesse, però, diventano sempre meno comunità e sempre più un gruppo di dispersi, di profughi del lavoro, del benessere, della cultura. E, più di prima, hanno paura; i loro timori non hanno un volto preciso, microcriminalità, perdita di identità e difficoltà di comunicare con gli altri che pure vivono al loro fianco sono solo alcune delle facce… Probabilmente il loro timore più grande e più comprensibile è quello di essere abbandonati, di restare indietro mentre il resto del paese, del mondo, continua a muoversi, a camminare, sia pure con i ceppi alle caviglie, verso una sorte migliore.
Insegnando respiro quest'atmosfera, ma non mi rassegno, coltivo ancora qualche speranza, perché per insegnare occorre prima di tutto comunicare: scambiare parole, idee, stati d'animo, emozioni, ricordi. E poiché io scrivo anche, in fondo alla mia mente di docente di matematica sono ancora capace, almeno ogni tanto, di lanciare uno sguardo curioso e divertito attraverso gli occhi spazientiti, preoccupati, e spesso francamente incazzati del prof. Vedo e parlo con persone di tutti i tipi, i nostri mondi si sfiorano, talvolta provo (proviamo, spero) gratificanti sensazioni di condivisione; a questi momenti mi aggrappo quando il mio lavoro mi sembra ripetitivo e soprattutto inutile, quando parlo, parlo e non riesco a farmi capire, nemmeno (o forse soprattutto) da chi parla italiano come me.
Al di là dei voti che devo assegnare, dei bilanci didattici più o meno positivi, sono questi "incontri ravvicinati di tutti i tipi" a rasserenarmi o a darmi una fitta di angoscia, non posso semplicemente cancellarli a fine giornata. Condividere i più significativi – quelli che possono dire qualcosa anche a chi non insegna – potrebbe farmi sentire meno "grigia".

1 commento:

Piotr R. Silverbrahms ha detto...

Non hai speranza, Silvia.
Sei insegnante fino al midollo.
Per fortuna.