Comincio
con una precisazione: sensazione e percezione non sono sinonimi. Sono
sensazioni tutti i segnali trasmessi al sistema nervoso dagli organi
di senso (i cinque sensi, più i cosiddetti «propiocettori», cioè i recettori che fanno il monitoraggio della situazione interna).
Per percepire, invece, occorre che il sistema nervoso centrale
elabori le sensazioni, individuando quelle «interessanti» e
integrandole con i ricordi; in poche parole la percezione, per quanto
condivisibile con altri individui, è un'operazione individuale.
Bene.
Certe percezioni, nella nostra mente, vengono associate a situazioni
di pericolo, di stress, ad angoscia o a ricordi spiacevoli/dolorosi.
Senza tirare in ballo situazioni particolarmente difficili,
immaginiamo momento mediamente stressante, come il dover sostenere un
esame difficile. Che cosa accade nel nostro organismo?
Ma come siamo fatti dentro?
Be'
per rispondere alla nostra domanda, occorre q1ualche nozione di
anatomia del sistema nervoso... poche poche, però.
Date un'occhiata
alla figura a fianco: il diencefalo, che
somiglia a un tronco di piramide capovolto, alla base minore
presenta, tra l'altro, due nuclei: talamo e ipotalamo, e
quest'ultimo è collegato con l'ipofisi. L'ipofisi è una
super ghiandola i cui ormoni regolano l'attività di tutte le altre
ghiandole endocrine dell'organismo. Così, tramite neurotrasmettitori
prodotti dall'ipotalamo e diretti all'ipofisi, viene mantenuta una
stretta connessione tra le attività del sistema nervoso e quelle del
sistema endocrino. Un altro ruolo chiave del diencefalo è quello di
relè nei confronti del cervello: raccoglie input sensoriali
provenienti da tutto il corpo, e le smista alle aree specifiche del
cervello.
C'è
un'altra cosa da osservare: oltre al sistema nervoso centrale (SNC) e
al complesso di nervi motori e sensitivi che formano il sistema
nervoso periferico (SNP), noi possediamo altri due sistemi che
insieme formano il Sistema nervoso autonomo (SNA): il simpatico
(formato da nuclei nervosi che scorrono a lato della colonna
vertebrale) e il parasimpatico, formato da nuclei che sono
all'interno del midollo spinale, ma, appunto, autonomi. I due sistemi
sono antagonisti e complementari: gli impulsi di uno aumentano
l'attività di un organo, quelli dell'altro la rallentano (No, uno
non è sempre attivatore e l'altro inibitore, dipende!) Nella figura
potete vedere su quali organi agiscono. Ma perché due? E non bastava
il SNC? Intanto, come dice il loro nome, SNA, i due sistemi
esercitano effetti indipendenti dalla nostra volontà, sgravando la
corteccia di compiti per così dire vegetativi. Inoltre,
due sistemi invece di uno garantiscono un controllo più fine.
Fine
della lezione di anatomia.
Allora,
tramite il diencefalo (talamo- ipotalamo- ipofisi) e i gangli del
sistema nervoso simpatico, la zona midollare delle ghiandole
surrenali (vedere figura) e specifiche regioni cerebrali
scaricano nel circolo sanguigno rispettivamente adrenalina e
noradrenalina. Questi due ormoni (definiti «dello stress»)
hanno la funzione di preparare l'organismo o alla lotta o alla fuga
(fight or flight); in pratica agiscono aumentando la pressione
sanguigna, il battito cardiaco e il metabolismo di zuccheri e grassi
per fornire energia ai muscoli e al cervello.
Negli
emisferi cerebrali, però, adrenalina e noradrenalina agiscono a
livello delle sinapsi, disturbando fino all'impedimento i
collegamenti tra i vari neuroni.
La
loro funzione, che condividiamo con tutti i mammiferi, non è - come
pare - quella di farci uscire di testa mentre avremmo bisogno di
pensare, ma un meccanismo di sopravvivenza: nel momento dell'azione
le riflessioni non servono. Parafrasando un noto detto napoletano, o'
muscolo non vuo' penzieri. In
fondo l'azione degli ormoni si è affinata nei mammiferi in un
periodo in cui esami e quiz televisivi non esistevano ancora... Certo
che questo retaggio del nostro passato evolutivo è ormai inadeguato
per noi animali «culturali».
![]() |
Circuito surrenali-iptalamo-ipofisi in mammifero. Pituitaria = ipofisi |
Nella
nostra società complessa, un attacco (nor)adrenalinico, con
relativo blocco della capacità di ragionare lucidamente, talvolta
può essere catastrofico, ma di solito causa disturbi di breve
durata. Altri ormoni surrenali, però, provocano vere e proprie
patologie. È il caso dello squilibrio tra cortisolo
(ormone prodotto dalla zona corticale
delle ghiandole surrenali e ACTH
(l'ormone ipofisario che stimola la zona
corticale)
Sia
il deficit, sia l’eccesso di ACTH disturbano l’apprendimento di
contenuti e comportamenti nuovi; ad esempio l'eccesso di ACTH provoca
un irrigidimento dei contenuti appresi, impedendo così
l’acquisizione di nuove informazioni.
Non mi ricordo...
Esistono
poi le alterazioni della memoria vere e proprie, ossia riduzioni (e
talvolta accrescimento) più o meno gravi della capacità di
ricordare Nei soggetti con Disturbo Amnestico è compromessa la
capacità di apprendere nuove informazioni, e/o quella di ricordare
informazioni apprese in passato. Una caratteristica piuttosto comune
è quella di preservare i dati acquisiti nel lontano passato, e per
primi quelli più recenti.
Le
cause dell’amnesia possono essere molteplici: un intervento
chirurgico sul lobo temporale, una intossicazione cronica da alcool,
traumi cranici, encefaliti, insufficiente ossigenazione, tumori e
disturbi vascolari, somministrazione di farmaci antipsicotici. .
Il
disturbo amnestico persistente è dovuto ad abuso di sedativi
(ipnotici o ansiolitici), o di alcolici. All’abuso di alcol è
correlata una tipica forma amnestica classicamente descritta come
sindrome di Korsakoff. In questa patologia, riscontrabile in
alcolisti cronici, sono presenti difficoltà sia a memorizzare nuovi
eventi, sia amnesia per gli avvenimenti lontani nel tempo, precedenti
all’instaurarsi della malattia. In questa forma morbosa i fenomeni
di confabulazione hanno un significato compensatorio. Il soggetto
elabora falsi ricordi per coprire la propria amnesia e rispondere in
qualche modo alle esigenze sociali della situazione in cui si trova.
I
disturbi della memoria possono essere di natura sia quantitativa, sia
quantitativa.
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Carrà: Ovale e apparizioni |
Alterazioni
quantitative:
L’ipermnesia
è un aumento delle capacità mnestiche; può essere a) permanente, con capacità
globali o settoriali – cifre, date, poesie – al di sopra della media; non ha nulla a che fare con l'intelligenza» e può essere posseduta anche da fenomeni come gli idiots savants; b) transitoria, di solito connessa a stati emotivi alterati (stress, isteria, crisi epilettiche, gravi spaventi) o intensi attacchi
febbrili, lesioni cerebrali, ipnosi e riguarda ricordi normalmente non accessibili alla coscienza.
L’Ipomnesia
è invece un progressivo indebolimento della memoria, associata
spesso a impoverimento dei neuroni dovuto all'età avanzata, a
patologie neurologiche, a ipossia.
Alterazioni
qualitative
La
Paramnesia è un’alterazione per la quale i
ricordi vengono deformati nel contenuto, nel significato e nella
collocazione spazio-temporale. Le tipologie sono:
a) reminiscenza o rievocazione senza riconoscimento, ad esempio un ricordo
riemerso non viene riconosciuto come tale ma scambiato per un'idea
nuova;
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Van Gogh, Les Alyscamps, ricordo personale |
c) ecmnesia o deformazione temporale, ossia lo
scambio di ricordi dell'infanzia per ricordi attuali. È tipico della
demenza, delle lesioni cerebrali o un effetto di
allucinogeni;
d)
il déjà vu: si verifica quando una situazione nuova
viene percepita come «già vista» e vissuta con la sensazione di sapere che cosa accadrà dopo. Questi
fenomeni se associati a crisi epilettiche o isteriche possono durare
ore, giorni. Nei soggetti «normali», però, durano solo qualche
secondo. La scienza spiega questa sensazione di errata familiarità
in tre modi: 1. un errato collegamento a esperienze passate causato
da situazioni parzialmente simili; 2. la continuazione di uno stato
emotivo precedente causato da una difficoltà di adattarsi al
contesto presente; 3. il ricordo di fantasie inconsce riattivato
dagli stimoli presenti.
Simili
al déjà vu sono il déjà entendu (ho già ascoltato
queste parole, questi suoni), il déjà fait (ho già fatto
questi gesti) il déjà
pensé (ho già formulato questo
pensiero).
e)
il jamais vu o misconoscimento, cioè la percezione di
situazioni ben note come nuove ed estranee. È associato alla
schizofrenia, alle crisi epilettiche, all'uso di droghe o a particolare affaticamento.
I
disturbi della memoria sono anche il sintomo che consente di riconoscere il
declino delle funzioni cognitive; nelle demenze, per esempio, la
degenerazione delle cellule cerebrali è il fattore determinante per
la diminuzione di funzioni come l’attenzione e l’apprendimento,
che sono essenziali per un buon funzionamento della memoria.
![]() |
La protagonista è affetta da demenza senile |
Un tempo invece di questi giri di parole si sarebbero scomodati termini come povertà, sottoproletariato, sfruttamento. Ingiustizia sociale, magari. Mi sento desueta. Dev'essere il virus del comunismo. Guarda dove può portarti una chiacchierata sulla memoria...
Disturbi
associativi
Se
invece l’amnesia è funzionale - cioè compromette la
memoria autobiografica, in particolare i ricordi riguardanti
un'esperienza traumatica - siamo in presenza di un gruppo di disturbi
mentali definiti disturbi dissociativi. E siamo entrati nel terreno
suggestivo, ambiguo e narrativamente molto frequentato della
psicoanalisi.
Circa
una secolo fa, Freud postulò l'esistenza di un meccanismo conscio di
soppressione di alcuni ricordi. Il soggetto, in pratica, attua una
rimozione di particolari eventi di natura affettiva o conflittuale a
scopo difensivo.
Solitamente
l’Amnesia Dissociativa si
presenta come una lacuna (o una serie di lacune) reversibile nella
rievocazione di momenti della storia personale che non possono essere
recuperati in forma verbale. Un'amnesia
psicogena può riguardareavvenimenti specifici o un periodo di tempo (ore, settimane…). Può però riferirsi a tutta
la vita del soggetto; in questo caso, all'amnesia si sovrappone spesso
la «fuga dissociativa».
Fuga
dissociativa/DID
Questo disturbo comprende sia l’amnesia sia alterazioni
dell’identità: confusione, perdita
dell’identità o assunzione di un’identità nuova.
Il
disturbo dissociativo dell’identità (DID) assomiglia alla fuga, ma
il passaggio da un’identità all’altra e dai relativi sistemi di
ricordi autobiografici è ciclico. In questo caso si parla di
«personalità multiple»: caratteri indipendenti fra loro e a volte
contrastanti, che convivono nella stessa persona, ciascuna con il
proprio bagaglio culturale e autobiografico e con proprie attitudini
e orientamenti sessuali.
Una personalità multipla, quindi, sarebbe conseguenza di una
dissociazione di parte dei ricordi, attuata per
gestire situazioni particolarmente traumatiche e stressanti (ad
esempio un incidente, un abuso sessuale o fisico vissuto
nell’infanzia, il fallimento delle relazioni familiari ecc.), che il
soggetto, spesso molto giovane, non è riuscito ad affrontare con la
propria personalità originaria.
Il
DID fu «individuato»
all’inizio del 1800, con l'affermarsi di discipline quali la
psicologia e la sociologia; da allora sono stati descritti in
letteratura non più di 300 casi. L'interesse
verso questa sindrome è però sempre stato fortissimo anche fra i
non addetti ai lavori, come scrittori, autori di cinema e fiction
televisiva, perché il tema si addentra nel territorio – tipico
della narrativa fantastica – della trasgressione all'ordine biologico,
naturale e costituito: pensiamo, ad esempio, allo Strano caso del dr.
Jekill e Mr. Hide di R. L. Stevenson, splendida parabola sia dei rapporti
fra conscio e inconscio sia del nostro Io, scisso fra Bene e Male, ma
anche caso emblematico di doppia personalità.
Dopo
un primo momento di fama, il DID cadde nell'oblio fino agli
anni Settanta del XX secolo, con il caso di Sybil Dorsett descritto dalla
psicoanalista Cornelia B. Wilbur e presentato nel
testo Sybil (1973) da Flora Rheta
Schreiber. In cura per ansia e perdita di memoria, Sybil
manifestò 16 personalità che Wilbur incoraggiò a integrarsi. Considerato
dapprima un testo pioniere, il libro venne in seguito ritenuto fraudolento e infine riabilitato. IL DID, tuttavia, rimane un disturbo controverso: fra gli elementi più discussi il fatto che le diagnosi
sembrano confinate al Nord America e molto meno frequenti in
altri continenti, e la grande e fluttuante varietà di sintomi.
I rapporti fra le varie personalità spesso non esistono, a causa di
un’amnesia che impedisce a una personalità di ricordare le azioni,
le esperienze o perfino l’esistenza di un'altra. In qualche caso,
però, una delle identità è (o lo diventa durante il trattamento)
consapevole dell'esistenza e dei ricordi delle altre. Questo è il
tema di un saggio estremamente suggestivo che citerò in seguito e su
cui vorrei soffermarmi in un altro post.
NON
RICORDO MAI I MIEI SOGNI!
(MA TANTO, A CHE COSA SERVONO?)
Perché
a volte siamo in grado di ricordare i sogni appena fatti e altre
volte no?
Qui
occorre un'altra (breve!) spiegazione.
![]() |
Gli stadi del sonno, dalla veglia vigile (1) alla veglia rilassata (2) al sonno profondo (3 - 4) al R.E.M. |
Quando
dormiamo non sperimentiamo sempre il medesimo stato. Il nostro sonno,
poniamo che duri otto ore, è un insieme di cicli che si susseguono
con una certa regolarità. Ogni ciclo è a sua volta suddiviso in
quattro fasi: uno stato di veglia vigile, nel quale la corteccia è
attiva e produce onde cosiddette Beta; uno stato di veglia rilassata,
che precede il sonno profondo, nel quale siamo in grado di meditare e
visualizzare obiettivi ed emettiamo onde alfa; uno stato di sonno
profondo.... e, infine, uno stato di sonno REM (una sigla che
conoscete di sicuro: Rapid Eye Movement), cioè la fase
«classica» del sogno e della meditazione profonda, nella quale vi è
una elevata interazione tra i due emisferi cerebrali e la corteccia è
percorsa da particolari onde lente, dette theta. Dopo un primo ciclo
completo, il soggetto addormentato torna alla fase tre, sale a quella
due, scivola ancora nella tre e poi nel REM. I cicli si ripetono tre
o quattro volte per notte. Fine.
Bene,
una ricerca italiana ha confermato che solo se il sognatore si
sveglia dalla fase REM ricorderà l'ultimo sogno fatto appena prima
del risveglio. Ma lo sapevamo già, diranno molti! Vero, questa non è
una novità, ma la ricerca, coordinata dal prof. De Gennaro, dice
molto di più e cioè:
1.
Che questo è lo stesso meccanismo riscontrato per la cosiddetta
memoria episodica durante lo stato di veglia.
In
pratica, indipendentemente dal fatto che voi abbiate accumulato i
ricordi in stato di veglia o in sogno, sono sempre le medesime aree e
gli stessi meccanismi a consentire l'accesso ai ricordi episodici.
Dice L. De Gennaro:
Quando si chiede a una persona di ricordare fatti e situazioni apprese nel corso della giornata la presenza di specifiche oscillazione elettriche con frequenza lenta nelle aree frontali rende possibile il ricordo di quell'episodio. Se questo non accade, la memoria dell'evento apparentemente sarà perduta per sempre.
2.
Che il coinvolgimento del medesimo meccanismo sia nella memoria
episodica sia nel ricordo del sogno spiega il fenomeno dell'anoneria,
cioè la perdita di qualsiasi ricordo dei sogni dopo una lesione
delle aree deputate alla memoria episodica.
3.
Che, in realtà, l'esperienza del sogno non è limitata alle fasi REM
ma si riscontra anche nelle altre fasi del sonno; in questi casi il
ricordo del sogno non è legato alla presenza di onde theta ma
all'assenza di onde alpha, quelle tipiche della veglia. Non male,
vero?
Altre notizie sui sogni ci vengono da uno studio secondo il quale i sogni sarebbero il modo in cui il cervello consolida nella memoria le esperienze recenti, nel breve termine migliorando la capacità di svolgere con efficienza specifici compiti e, nel lungo termine, integrando l'informazione in esse contenute nel nostro repertorio di comportamenti. Spiega Robert Stickgold, direttore della ricerca:
… dopo cent'anni di dibattiti sulla funzione dei sogni, questo studio ci dice che essi sono il modo del cervello per elaborare, integrare e realmente comprendere le nuove informazioni. I sogni sono una chiara indicazione che il cervello che dorme sta lavorando sulle memorie su una pluralità di livelli, ivi comprese le vie che permetteranno di migliorare le prestazioni.
Secondo i ricercatori, il cervello che dorme sembra svolgere contemporaneamente due funzioni: 1. l'ippocampo elabora l'informazione che è rapidamente comprensibile, 2. le aree corticali superiori tentano di applicare la nuova informazione a compiti più complessi e astratti.
Il nostro cervello, a livello non conscio, lavora sulle cose che ritiene particolarmente importanti. Ogni giorno ci troviamo di fronte a una tremenda quantità di informazione e di nuove esperienze. Sembrerebbe che i nostri sogni pongano la domanda: Come posso usare questa informazione per plasmare la mia vita?
STORIE AL CONFINE TRA IL SOGNO E L'OBLIO
Ora basta con lezioni e notiziole. Tutti noi amiamo le storie (e forse ne scriviamo anche qualcuna), quindi occupiamoci di
che cosa raccontano narratori e sceneggiatori sulle amnesie, sugli
stati dissociativi, le personalità multiple, i sogni.
Innanzitutto esaminiamo i temi tipici della narrativa fantastica
(dato che non butto mai via niente, riprendo un breve testo che ho
utilizzato molti anni fa, in un ciclo di incontri organizzati da CS Libri per gli studenti di una scuola
superiore):
1.
Temi che riguardano la percezione che l'«io» ha del »mondo. Il
loro denominatore comune è l'esplorazione dei confini tra materia
e spirito, un'esperienza che riporta a stati alternativi alla
veglia, come la follia, l'esperienza mistica, l'uso di droghe, il
sogno, la primissima infanzia. Narrativamente questi stati vengono
resi attraverso la metamorfosi, la confusione tra realtà e piano
simbolico, la cancellazione dei confini tra soggetto e oggetto e tra
soggetti diversi, la deformazione dello spazio e la sospensione del
tempo, la vanificazione del rapporto causa-effetto.
2.
Temi che riguardano l'interazione dell'«io» col mondo e con gli
altri. Il primo fra tutti è quello della sessualità: nei racconti
fantastici il desiderio sessuale è potente e incontrollabile,
spesso diretto verso oggetti socialmente riprovati: sorelle,
genitori, persone dello stesso sesso, religiosi. Altro tema
potentissimo è quello della morte e della sua sconfitta (vampiri,
fantasmi, lamie vivono tutti oltre la morte) e, collegato ai primi
due, quello della violenza. Dracula l'immorto è creatura sensuale e
trasgressiva per eccellenza.
Le
tematiche e le modalità narrative fanno del fantastico un genere […]
potenzialmente sovversivo. Un genere «guastatore», nato per minare
le nostre certezze individuali, carico di una profonda valenza
«politica» che consiste, paradossalmente, proprio nel mettere in
discussione le nostre certezze biologiche, psichiche, etiche e
sociali.
Il
punto 2. non è del tutto pertinente, lo so… l'ho inserito per amor
di completezza e per spezzare un'altra lancia a favore della
narrativa fantastica, ma il punto 1. è esattamente ciò di cui
abbiamo discusso finora, patologie comprese. In pratica, i
buoni autori di fantastico pescano in maniera più o meno consapevole
nelle alterazioni della percezione, nelle falle della memoria, nella
rimozione dei ricordi e nella dissociazione del nostro Io più
autentico dalle esperienze più dolorose. Non lo dichiarano
apertamente, certo, non scrivono avvertenze di questo tipo: «ora vi racconterò
il caso di un tizio con due personalità» o «attento lettore, ti
spiegherò la sensazione che si prova a non riuscire più a
distinguere tra sogno e realtà». Non preannunciano «adesso
parleremo di una donna convinta di aver già vissuto la vita che sta
vivendo mentre è semplicemente vittima di un deja vu».
Non lo fanno perché sono narratori, non neurologi, non sono interessati a spiegare un'anomalia ma, semmai, a evocare ciò che di anomalo normalmente ci accade. Perché soltanto proiettandoci nell'anomalia ci indurranno a riflettere sulla nostra «normale», comune umanità.
Non lo fanno perché sono narratori, non neurologi, non sono interessati a spiegare un'anomalia ma, semmai, a evocare ciò che di anomalo normalmente ci accade. Perché soltanto proiettandoci nell'anomalia ci indurranno a riflettere sulla nostra «normale», comune umanità.
Anche
questa volta citerò degli esempi – non i più famosi, perché
tutti li conoscono già, ma – per fare un esperimento – i primi che mi vengono in mente. Sicuramente questi miei ricordi, così familiari e rivisitati da presentarsi per primi, hanno una parte importante nel mio immaginario (e onestamente, pensando a ciò che scrivo di solito, riconosco non il tema, ma almeno l'aura, il sapore di alcuni di loro).
AMNESIE
Il
tema del/la poveretto/a che si risveglia in una stanza sconosciuta,
circondato/a da oggetti che non ricorda di aver visto prima e senza
più ricordare il proprio nome è stato visitatissimo in ogni epoca.

Un
thriller sull'amnesia è anche Il terzo giorno di Joseph Hayes, autore di racconti, romanzi e scenggiature. Da questo romanzo è stato anche tratto un film con George Peppard. Pubblicato da Longanesi negli anni Sessanta, purtroppo è rintracciabile soltanto in qualche biblioteca comunale o nei siti di collezionisti; in rete non esistono recensioni in proposito.
Nei romanzi e racconti di P. K Dick che ho citato nel post precedente il tema del ricordo si intreccia vividamente a quello dell'incapacità di ricordare e, finalmente, della presa di coscienza. In altri due romanzi la perdita del proprio mondo e/o del proprio passato è legata alla necessità di doverlo rievocare; il primo, che cito soltanto, è La città sostituita, il secondo è Ubik, splendida parabola sulla dissoluzione della realtà e del ricordo. Leggerlo è altamente raccomandabile anche se inquietante fino all'angoscia. Potrei scrivere di Ubik per dieci pagine, ma preferisco rimandarvi a due ottime recensioni su Librinuovi out of print…
Però il romanzo dickiano che considero più significativo e toccante è Un oscuro scrutare. Scritto nel 1977, si svolge in California in un futuro molto prossimo, che potrebbe essere proprio il nostro presente. Bob, il protagonista del romanzo, è un agente infiltrato sotto copertura dalla narcotici in un gruppo di sballati per individuare gli spacciatori di una droga che miete vittime fra i giovani. Le sue due identità si intrecciano in maniera tanto profonda da diventare quasi due personalità ugualmente reali. I suoi contatti con le droghe divengono abitudini, condivide poco per volta la confusione mentale, i pensieri circolari e sempre più inconcludenti – fino a giungere all'amnesia e alla confabulazione – dei compagni che ama e detesta quasi con la medesima intensità. La missione inghiotte poco per volta tutto ciò che il vero Bob avrebbe potuto essere ma non può più diventare. La progressiva disgregazione del suo pensiero è resa da Dick con quella che considero una prova da vero scrittore (e un'intensità profondamente segnata da vicende autobiografiche). Personalmente ritengo A scanner darkly qualcosa di molto simile a un capolavoro ma, per onestà, vi avverto che alcuni autori amici miei non lo apprezzano quanto me, e ritengono lo stile di Dick non tre volte più abile ma due volte più sciatto.
Dal romanzo è stato anche tratto il film omonimo con animazioni digitali diretto da con Keanu Reeves diretto da R. Linklater.
Un racconto bellissimo e terribile sulla progressiva perdita dei ricordi (indotta artificialmente e che colpisce l'intera umanità) è Fra le rovine della mia mente di P. J. Farmer (autore discontinuo ma grande): un'intera specie colpita dall'Alzheimer o dalla demenza senile, che perde ogni giorno un ben preciso periodo dei propri ricordi a partire dai più recenti ma che, a differenza di quei pazienti è ben consapevole di quanto sta accadendo e che ciò che oggi ancora ricorda sarà perso per sempre la mattina dopo. Letto su un vol. 26 della gloriosa vecchia serie di «Robot» è, dopo una ristampa nella BUR Rizzoli nell'antologia La grande avventura, attualmente fuori commercio.
Troppa gente nella mia testa…
Per il Disturbo dissociativo di identità (DID) c'è il famoso e troppo discusso Sybil, il film omonimo e un testo estremamente intrigante che avevo promesso di citare. Si intitola Una stanza piena di gente e racconta il caso di John Milligan, affetto da DID con 24 personalità, «primo individuo nella storia degli Stati Uniti a essere dichiarato non colpevole di gravi crimini […] in quanto affetto da disturbo da personalità multipla».
Frutto di lunghi e continui incontri tra Milligan e l'autore del libro, Daniel Keyes, è una lettura impervia e avvincente alla quale mi sono avvicinata perché conoscevo l'autore: da ragazza avevo letto Fiori per Algernon, un racconto di fantascienza psicologica che nel tempo mi ha dato molti spunti di riflessione sul tema delle disabilità mentali. Spero, prima o poi, di scrivere una recensione all'altezza.

Infine mi viene in mente Lo specchio scuro, bel noir di Robert Siodmak con una grande Olivia de Havilland. In realtà si tratta di una citazione alla rovescia, ma il film è suggestivo, ambiguo e raffinato.
Per la confabulazione fantastica devo assolutamente citare Occhi verdi di Lucius Shepard, un romanzo di fantascienza basato sulla possibilità riportare in vita individui defunti iniettando nei loro cervelli e negli altri tessuti corporei un particolare ceppo batterico. Questi «risorti», definiti Personalità Artificiali Indotte Battericamente, sopravvivono da qualche ora a qualche mese, esibendo personalità, capacità e ricordi molto diversi da quelli posseduti in vita; verso la fine i loro occhi acquistano un particolare bagliore verde. Al di là della vicenda (di cui sono protagonisti un risorto con eccezionali doti in campo medico e la dottoressa che lo ha in cura), ho trovato estremamente suggestivi i passati completamente inventati che i risvegliati si attribuiscono, vere e proprie confabulazioni fantastiche basate su frammenti di ricordi di ogni genere che il loro Io vacillante «cuce» insieme nel tentativo di ridiventare una persona completa.
Con crescente perplessità (e paura) ho quindi letto le recensioni attualmente disponibili in rete – sia in italiano sia in lingua inglese – rendendomi conto che nessuna menziona questa peculiarità, a suo modo struggente, dei risorti. Che sia io a soffrire di confabulazione fantastica, fino a inventarmi, molti anni fa, tutta la faccenda, per poterla sfoggiare in un post che avrei scritto in un lontano futuro?
Anche
sui sogni si potrebbero ricordare migliaia (milioni?) di titoli.
Uno
dei più modesti, «ingenuo ma intrigante» come l'ha definito
giustamente un blogger, è Sogno dentro sogno di John Hill
che, ho letto, è uno degli pseudonimi di Dean Koontz. Credevo di non
aver mai letto nulla di Koontz, autore che uno dei collaboratori
della pria serie di LN-LibriNuovi (gloriosamente fotocopiata e
rigorosamente per soci) definiva «un onesto panettiere» della
narrativa. E invece…
A
proposito di sogni, uno degli espedienti narrativi più odiosi e deludenti che
ogni tanto ritrovo a chiudere racconti e perfino romanzi :
…
Aprì gli occhi. Fuori il
cielo azzurro occhieggiava fra i tetti (o gli alberi, o le nuvole).
Il profumo del caffè gli giungeva dalla cucina, insieme ai rumori di
ogni mattina. Era stato solo un terribile sogno»
È una cosa che mi manda in bestia e mi fa pensare tutto d'un fiato:
Cosa? Terribile sogno? Mi hai trascinato attraverso descrizioni disgustose e/o enfatiche, morte e disperazione, passioni indicibili (che di solito infatti vengono dette malamente) ed era SOLO UN TERRIBILE SOGNO!?
Ma va' a quel paese, ecco!
ma sarà accaduto anche a voi di fare un sogno davvero terribile – di quelli che suscitano sensi di colpa, paure e inadeguatezza, timore che la vostra vita possa diventare irrevocabilmente molto più infelice. Non sareste furente nei confronti dell'autore che invoca un sogno del genere solo perché non sa più come concludere la sua «operina»?
5 commenti:
Un post davvero interessante e ricco, come sempre! C'è moltissimo su cui meditare.
Proprio in questo periodo sto scrivendo un testo che parla di argomenti molto collegati a questi e qui ho trovato tantissimi spunti utili. Grazie davvero!
I tuoi post sono sempre ricchissimi di informazioni e precisi. Ho trovato interessantissima la parte sui sogni!
Io ho scritto dei testi che si concludono con un risveglio, però da qualche tempo cerco di evitare questa strategia e, dopo questo tuo post, la eviterò ancora di più!
Ciao Romina!
Grazie del commento. A costo di fare la figura dell'impicciona. sarei proprio contenta di poter leggere il testo che stai scrivendo… Ti ringrazio di aver ripreso la questione sogno-risveglio, perché temo di essere stata un po' lapidaria. In realtà il "risveglio" è un momento estremamente suggestivo in narrativa, il ritorno al reale, al quotidiano, dopo un viaggio in Altrove. Come strategia narrativa non è mai logora anche se l'avranno usata già ai tempi dei Sumeri! Mi dà fastidio solo quando viene usata in maniera "disonesta", come un trucco che alla fine nega la forza (se c'è) delle immagini precedenti. In particolare mi riferivo a un romanzo di cui mi sfugge l'autore (Usa), pubblicato (e molto incensato) da Einaudi stile libero una decina di anni fa; era un romanzo a tinte forti, con fantasie sado-maso e violenza, e per quanto io non mi tiri indietro mi aveva dato un po' fastidio. Dopo aver seguito con buona volontà per 150 pagine l'autore che più o meno ragionava così: "ti ho urtato? allora faccio di peggio! Fa un po' schifo eh? e io rilancio…", alla fine di una scenaccia greve mi sono beccata il trucchetto del sogno!. Avrei sbattutto contro il muro libro (devo averlo fatto perché non lo trovo più) e autore! ma c'è anche chi usa il risveglio in maniera egregia, tipo Cortazar...
Spero proprio che un giorno leggerai il mio testo e non sei affatto un'impicciona. Per il momento però ci sto lavorando e credo che mi servirà minimo un altro anno per arrivare a qualcosa da far leggere a terzi. Comunque porta pazienza, prima o poi arriverò!
P.S. Lo stratagemma del risveglio può essere usato bene o male, hai ragione! A volte stona proprio.
Per il tuo testo: allora contami come primo lettore.
Per il sogno-riscveglio: visto che ho sollevato il problema mi impegno a segnalare il primo esempio ben riuscito che leggerò in futuro.
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