domenica 31 agosto 2008

Essere altrove


Alla fine di luglio avevo scritto in bozza un breve post per spiegare che sarei stata "altrove" per qualche settimana, e ne avrei approfittato per cercare di terminare un romanzo che tiro avanti da troppo, veramente troppo tempo. Ecco parte del mio intervento di allora:

… un romanzo cominciato diversi anni fa (con titolo provvisorio Moscacieca), una storia ambientata nel futuro, almeno centocinquant'anni dopo i racconti Un passaggio per Là-Su (edito in Fata Morgana 9 ) e di I mondi di là (scritto di recente per Alia 5 italia, in uscita a settembre) e cent'anni dopo Isola di passaggio, (pubblicato su Fata Morgana 5).
Ho iniziato a scrivere Moscacieca – che per il momento rappresenta il “mio” futuro più lontano – molto prima dei tre racconti; nell’insieme i quattro scritti non formano un ciclo (diffido dei cicli già come lettore, figuriamoci da autore…) ma condividono un medesimo universo imperniato sulle conseguenze personali e collettive della colonizzazione umana dei sistemi stellari più vicini.
Ma allora si tratta di narrativa d’anticipazione sociopolitica…? Eh sì, temo di aver seguito una via pochissimo frequentata dagli autori di fantascienza italiana: se (con le dovute eccezioni: Vittorio Catani e Massimo Citi, ad esempio. Ma con loro collaboro da anni, probabilmente come esempi non contano…).

In realtà le cose non sono andate come avrei voluto e sono stata in un Altrove ben diverso da quello previsto. È stata un'esperienza molto personale, con alcuni amici ne ho già scritto e parlato, ma diffido di questo "metodo di lavoro" basato sul racconto ripetitivo di ciò che ci accade come unica versione del vero. Che resta, tuttavia, l'unico possibile per comprender ciò che ci accade, a meno di non ricorrere alla pura autoosservazione e riflessione, un sistema troppo autoreferenziale per essere affidabile. Ma per riflettere pubblicamente su questo, deve trascorrere ancora un po' di tempo.

Ciò che mi preme fare ora è un'osservazione che sembra banale fino a quando non diventa (purtroppo) una constatazione diretta, un "toccare con mano".
Essere cittadini di un Paese democratico è in sostanza stringere un patto con tutti gli altri cittadini, rappresentati (più o meno decentemente) dallo Stato, dalle sue leggi e dalle strutture che lo Stato si è dato per governare e garantire un trattamento efficace ed equo ai cittadini. Pagare le tasse, tanto per fare un esempio facile facile, va fatto per avere in cambio strutture assistenziali e servizi che il singolo non potrebbe garantirsi da solo.
Sembra ovvio, almeno nel migliore dei mondi possibili. Il nostro mondo certamente non lo è, e il nostro Paese, nemmeno in un mondo più modestamente soltanto decente, può ambire al titolo di Paese migliore. Però offre ancora alcune garanzie che vanno difese a ogni costo, perché perderle significherebbe precipitare da Paese "non soddisfacente" a Paese pessimo e NON democratico.

Prendiamo la sanità pubblica. Negli ultimi anni ho avuto modo di conoscerla piuttosto bene e negli ultimi tempi ho, diciamo, rinfrescato questa conoscenza.
A fonte di queste esperienze ringrazio pubblicamente, tutto il personale che medico e infermieristico che ci ha assistiti nel reparto di neurologia (prof. Giobbe) e di chirurgia vascolare (prof. Merlo) delle Molinette di Torino. Ringrazio per la competenza, l'efficienza e la solidarietà umana dimostrate.
Ho già ringraziato di persona ed espresso il mio apprezzamento all'Ufficio Relazioni con il Pubblico, quindi la faccenda potrebbe essere chiusa lì. Ma, avendo avuto molto tempo per pensare e per osservare noi e anche gli altri pazienti e i loro famigliari, per scambiare qualche parola con loro, mi sono chiesta: "e se non ce l'avessimo questa sanità, sicuramente imperfetta, sicuramente dispendiosa e probabilmente in alcune regioni e anche ammalata di corruzione e clientelismo? Se, come negli Stati Uniti dovessimo fare soltanto conto su assicurazioni private?"
Se così fosse un enorme numero di cittadini sarebbero discriminati, pur rispettando le leggi e pagando le tasse (per quanto spetta loro) e quindi onorando il patto sociale. E poi, semplicemente, nulla garantirebbe quella qualità di assistenza necessaria nei casi più difficili: aggiornamento e competenza, per esempio, apparecchiature moderne, farmaci costosi ecc. Tutte cose che la nostra famiglia ha avuto disponibili gratuitamente.
Ricordo ancora un mio parente - ex alto funzionario di una grande industria torinese e fornito quindi di "mutua dirigenti" - che si aggiravai smarrito per l'ospedale dov'era ricoverato, brandendo il suo tesserino della mutua dirigenti e tentando di pagare i numerosi e costosi esami a cui era stato sottoposto. "Non occorre, il Servizio Sanitario Nazionale li garantisce gratuitamente", era la risposta e lui si stupiva.
E ricordo che quando in lista di attesa per un intervento chirurgico lungo e difficile, ma non urgente quanto quelli a cui sarebbero stati sottoposti altri, prima di lui - volle affrettare i tempi rivolgendosi a una clinica privata, tutti, TUTTI i medici specialisti lo sconsigliarono vivamente e NESSUNA clinica privata si prese la responsabilità di effettuare l'intervento: "Quest'operazione va effettuta in una grande struttura pubblica, che disponga di macchinari moderni ed efficienti ecc." Nuovo sbalordimento. Che però, temo, non gli fece cambiare idea al momento del voto...

Ecco, in tema di voto, ho scoperto un altro motivo per non abbandonarmi alla tentazione di rifutare la spiacevole kermesse delle prossime votazioni (chissà quando, chissà quali): voterò per difendere quei pochi pilastri ancora in piedi della democrazia: welfare, tolleranza, uguaglianza di chiunque (i Rom, tanto per dire) di fronte alle leggi del mio paese.



2 commenti:

Piotr ha detto...

Ragazza,
(perchè è quello che sei, una ragazzina) non sono davvero tante le persone - specie in questo paese - che riescono a trovare motivi di ottimismo, di resistenza, di lotta quando attraversano le bufere. Sotto le bufere di solito volano sono urla, imprecazioni e bestemmie.
E tu invece, con perseveranza, ricerchi e estrai quel che di buono c'è da estrarre dall'attraversamento della tempesta.
Sei davvero da ammirare.

Fran ha detto...

È assolutamente vero, Silvia: sei fantastica.

Ed ho detto tutto.