mercoledì 7 settembre 2016

Due grandi avventure per confermare dati allarmanti

La prima avventura

Nel 1870 due naturalisti britannici, William Benjamin Carpenter e Charles Wyville Thomson proposero di effettuare uan spedizione per mappare in maniera sistematica mari e oceani terrestri. Chiesero e ottennero finanziamenti alla Royal Society e al governo inglese e li ottennero, perché proprio in quegli anni le prime aziende di telecomunicazioni progettavano di collegare via telegrafo Europa e Stati Uniti. Per farlo dovevano stendere dei cavi lunghissimi e quindi conoscere in maniera dettagliata i fondali marini. 
I nostri due eroi ottennero 200.000 sterline con le quali riadattarono a nave laboratorio una ex corvetta della Royal Navy, la Challenger, lunga 68 metri, che partì da Porthsmouth nel dicembre 1872 con a bordo 200 uomini di equipaggio e 6 scienziati. Al ritorno, nel 1876, la Challenger aveva mappato 130.000 km di oceani, passando per le Americhe, il Sudafrica, l'Australia, il Giappone, l'Antartide  e varie isole di Atlantico e Pacifico. 

il viaggio della Challenger

La nave trasportò a casa migliaia di casse, vasi grandi e piccoli, fiale e scatole metalliche contenenti campioni sotto alcool e sotto sale; per classificarli tutti occorsero  20 anni di lavoro e vennero individuate  5000 nuove specie abissali. 
Il vero tesoro portato dalla Challenger furono, però, i dati riguardanti la temperatura e le proprietà chimiche e fisiche  di migliaia e migliaia di prelievi di acqua effettuati a varie profondità

Il record delle misurazioni venne fissato a -8 km, fra Guam e Palau, nel Pacifico sud-occidentale; in quella zona si trova la maggior profondità marina mai registrata, nella zona sud della Fossa delle Marianne: -11 km; il punto è chiamato abisso Challenger

I dati ottenuti da quella gloriosa spedizione hanno stabilito le basi dell'oceanografia e sono ancora oggi rilevanti per lo studio del clima e degli oceani. 

I membri della spedizione

La seconda avventura

135 anni dopo, nel  XXI secolo,  due oceanografi – Dean Roemmich dello Scripps Oceanography Institute in California e John Gould del National Oceanography Centre di Southampton – hanno deciso di ripercorrere il tragitto della Challenger compiendo le medesime misurazioni di allora negli stessi punti e profondità (circa 300) ma con gli strumenti più moderni oggi disponibili. 
Invece di navigare sui mari gli oceanografi hanno navigato nella Rete, utilizzando i dati raccolti dai 3000 galleggianti robotici di Argo, la rete internazionale di osservazione degli oceani varata nel 2000.

profilatore autonomo in emersione

Ogni robot è fornito di sensori per la misurazione di temperatura salinità, direzione e forza del vento e delle correnti. Le sonde robotiche possono immergersi fino a 2 km di profondità registrando in maniera continua le proprietà fisiche delle acque, poi riemergono periodicamente e inviano i dati a Giasone, un satellite dedicato. Roemmich e Gould, esaminando le rilevazioni di Argo hanno ripercorso virtualmente la rotta della Challenger confrontando i dati ottenuti con quelli di allora. 
Della rete Argo fa parte anche Argo-Italy la componente italiana, che studia in paticolare le acque del Mediterraneo.
 
Aliante sottomarino in grado di trasmettere dati alla superficie

Il confronto fra i dati del lavoro pionieristico della Challenger e quelli dello studio di Roemmich e Gould costituisce una delle basi del quinto rapporto del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC- Intergovernmental Panel on Climate Change), dedicato agli effetti climatici dei gas serra atmosferici, un'opera vastissima alla quale hanno lavorato per anni migliaia di ricercatori esaminando la letteratura scientifica e spaziando dalla Fisica atmosferica all'Ecologia marina.
Il prossimo post sarà dedicato al rapporto dell'IPCC. 

2 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Adoro questo tipo di post, in cui la Storia finisce a servizio della Scienza.

S_3ves ha detto...

Bella definizione: "la Storia che finisce a servizio della Scienza". In effetti ci sono moltissimi esempi di studiosi ostinati che sono riusciti a portare avanti un certo tipo di ricerca solo perché si sono trovati a vivere in momenti storici particolari. E' una bella storia anche quella di Julij Michajlovič ŠOKAL′SKIJ, il padre dell'oceanografia russa, che riuscì a studiare l'oceano arruolandosi nella flotta imperiale russa (un anno dopo la partenza della Challenger)e navigò per moltissimi anni, nonostante il mal di mare sofferto durante l'addestramento.

Quanto manca al collasso della foresta pluviale amazzonica?

Questo post si basa su tre articoli Il primo 2 è pubblicato su the conversation   https://theconversation.com   una fonte indipendente ...