giovedì 24 dicembre 2009

Ringraziamenti NON di circostanza a veri compagni di strada


In queste settimane ho vissuto due esperienze irripetibili. Accostarle mi turba e può sembrare una dimostrazione di cattivo gusto e di scarsa sensibilità. Eppure sono profondamente legate nella mia mente, e non credo che potrò ricordarne una senza pensare immediatamente all’altra.
Si tratta della morte di mia madre e della pubblicazione del mio primo libro; in comune, oltre alla coincidenza dei tempi, hanno soltanto due cose: la prima è proprio l’irripetibilità che mi ha costretta a fare, in maniera diversa ma non tanto quanto avrei creduto, un bilancio di ciò che sono, che sono diventata, che vorrei continuare a essere o cambiare, a pensare al presente e al futuro, insomma.
L’altro aspetto che le accomuna è più sfumato, più difficile da afferrare e ha a che fare con le dimostrazioni di attenzione, di stima, di affetto che ho ricevuto nelle due circostanze, da persone che mi conoscono personalmente e che vedo spesso, da altre con cui ho da anni legami di scrittura e lettura, e da persone che avevo perso di vista da tempo e che ho (o mi hanno) ritrovato.
Le mail e le parole che ho letto e ascoltato in quest’ultimo mese… be', io non credevo di avere intorno gente che mi osservava e mi pensava così. Con attenzione, buoni ricordi, curiosità gentile. Con cura. Che mi conosceva almeno tanto da trovare in entrambi i casi parole giuste, sguardo lungo, orecchie attente. E discrezione.
Gente, io tendo a viaggiare leggera, in questo accomunata alla protagonista del mio libro. Che io abbia i cassetti pieni di carabattole e lei sparga ai quattro venti gli oggetti che l’hanno accompagnata per un tratto di strada non fa differenza. La questione è la (s)fiducia, l’eccessiva cautela, la tentazione di vivere, come dire, di profilo, per non scoprirsi, immagino.
In questi giorni, leggendo le vostre mail e ascoltandovi, guardandovi in faccia mentre dicevate mi dispiace o parlavate delle atmosfere di Sarà ieri, ho fatto un po’ di conti. E mi è venuto il dubbio di aver profuso tempo ed energie a proteggermi mentre avrei fatto meglio a spenderle… mah, fidandomi, ridendo di più forse, superando diffidenze e sensi di colpa invece di ignorarli.
Forse è giunto il tempo di riporre la valigia non in cima all’armadio, dove metafo- ricamente se ne sta sempre pronta, ma in cantina.
Potrei fermarmi qui, non è male in fondo. Non è affatto male.
Così vorrei ringraziarvi. Non vi nominerò, perché in questo blog sono io che mi metto in gioco, voi avete diritto alla vostra sacrosanta privacy. Ma grazie, davvero, per essermi stati vicini e, soprattutto, per avermi messo un po’ in crisi. I veri compagni di strada servono a questo.

P.S. ieri mi sono state fatte due domande, una sul presente e una sul futuro, che potrei riassumere grossolanamente così: “Che cosa vuoi fare di questi anni ancora ricchi di salute ed energie?” e “Che cosa vorrai (potrai) ricordare della tua vita negli anni della vecchiaia”?” Sono buone domande, una l’eco dell’altra. Tranquilli, ci sto pensando e credo che la risposta sarà: “Soltanto il meglio, per me”.
Anche se non è mica facile…

sabato 28 novembre 2009

Due o tre cose che so di lei (e di lui)


Mia madre Adriana Treves è morta qualche sera fa, imbottita di antidolorifici, scivolando nel nulla, finalmente serena dopo venti giorni travagliati e ormai inconsapevoli scanditi da un respiro sempre più faticoso.

Standole vicina ho avuto tempo per pensare e per sforzarmi di non farlo, per ricordare e per scoprire quanto l’oggi insidioso sbiadisca i ricordi di ieri.

1Ora aspetterò con pazienza che le immagini riemergano, che i frammenti di lei com’era – e non come l’avevano ridotta la consuetudine frettolosa e la vecchiaia – si ricompongano. Non è di questo che voglio – che posso – scrivere qui e adesso.

Ma sento di dover pagare qualche debito e dove meglio che in questo spazio dedicato al dubbio, al rifiuto di luoghi comuni facili e consolatori?

Grazie a Massimo e a Morgana, genero e nipote di Adriana: grazie per aver trovato le parole e avermi restituito mia madre come io da troppo tempo non sapevo più vederla.

Grazie a tutti coloro che mi sono stati vicini, che mi hanno chiesto di lei e che di lei mi hanno parlato, agli amici che mi hanno scritto, vincendo con semplicità e sensibilità l’imbarazzo di porgere le solite condoglianze.

Pagare il terzo debito è più difficile, perché è impossibile riassumere a parole la storia e la personalità di chi conosci da sempre, ma ci proverò. La vita di mia madre si è svolta quasi tutta nel Novecento. Nata nel 1923, quando l’Italia è entrata nella Seconda guerra mondiale aveva l’età attuale di Morgana. A guerra finita mia madre ha conosciuto mio padre, suo compagno per la vita: sono vissuti insieme dal 1949 al 1981, anno della morte di lui. Non si sono sposati prima perché lui era sposato e separato in anni in cui il divorzio non era un diritto ma soltanto un peccato (per la Chiesa) o una condizione civile inesistente. Poi la possibilità di divorziare è finalmente giunta, ma ormai tutti e tre, loro ed io, avevamo imparato a farne a meno. Compagni in senso sentimentale e in senso politico, i miei genitori hanno sognato un mondo che imparasse a vivere in pace, una società equa e giusta, nella quale il benessere che allora sembrava più raggiungibile di oggi, fosse alla portata di tutti. Allora quelli come loro li chiamavano comunisti e tali si consideravano i miei, ma sono usciti dal PCI dopo l’invasione dell’Ungheria.

Gli anni sono passati e Giancarlo e Adriana si sono risvegliati in un mondo ben diverso. Erano due sognatori, capaci di fare il giro del mondo in vespa ma tragicamente inadeguati ad affrontare una realtà dominata dal successo individuale, dal denaro, dalla piaggeria, a vivere una quotidianità mediocre.

Mio padre è morto amareggiato nel gennaio 1981. Da allora mia madre è sopravvissuta da sola per 28 anni. Da sola stava bene, in un certo senso, ma ormai era soltanto metà di una vecchia coppia di illusi. Negli ultimi anni, mentre perdeva la presa sulla realtà e si allontanava dai propri ricordi, due figure le sono rimaste indelebili nella mente e non le ha mai confuse: Morgana, la sua nipotina. E l’esecrabile Papi. Come direbbe Lui, i comunisti continuano pervicacemente a essere tra noi, celandosi in panni insospettabili, come quelli di una vecchietta svanita.

Io ho attraversato sperando gli anni della fantasia al potere, osservato con crescente sgomento le ombre del terrorismo e la sinistra che si abbottonava nei suoi panni sempre più stretti e perbene, ho serrato i denti negli anni Ottanta, quelli da bere. Mia figlia è nata a ridosso della ventata di Mani Pulite. Così ho imparato a sognare con cautela, a non farmi troppe illusioni, ho perfino capito che in questo mondo la sicurezza economica, la concretezza sono davvero importanti.

Ma ringrazio Adriana e Giancarlo per avermi insegnato che sognare un mondo migliore è un diritto di tutti e che non dobbiamo rinunciare a farlo.

E per avermi regalato quel tanto di umorismo che mi aiuta a sopportare questo nostro tempo.

mercoledì 22 luglio 2009

Iperreality

Qualche giorno fa Max Citi ha postato un intervento intitolato “Qualcosa da masticare”. Una riflessione/recensione multipla, dedicata in parte a un libro di Massimo Fini: Il dio Thoth. Anni fa quel tipo di romanzo sarebbe stato definito “narrativa di speculazione”, o anche “fantascienza sociologica”. Ho lasciato un breve commento ma il futuro (assai poco futuribile, anzi fin troppo prossimo a noi) rappresentato nel libro, e soprattutto le ragioni del fallimento narrativo del medesimo, hanno continuato a girarmi in testa.

Poi, nella pausa pranzo, sfogliando Repubblica di domenica 19/7 mi sono chiarita le idee.

(Due giorni di ritardo nel leggere un quotidiano? Be', sì, spesso metto da parte articoli che sul momento non riesco a leggere; portarmi avanti con i “lavori” durante lo spuntino mi dà l’impressione di rubare una manciata di minuti, di fregare l’orologio). L’articolo in questione è La morale e la politica pop, di Ilvo Diamanti.

Per l’esito narrativo del romanzo e i commenti di Max Citi e Davide Mana vi rimando al blog di Max.

A incuriosirmi, al di là delle evidenti pecche strutturali era la sensazione di insufficienza, di coraggio nel rappresentare il mondo dietro l’angolo, retto da una “totalchia” dell’informazione, una struttura dove apparentemente tutta la realtà è “dentro” il sistema di informazione e nulla può sfuggire: “la notizia è il fatto e il fatto è la notizia” è il motto di Teleworld.

La prima sensazione è che il libro non funzioni perché costruito a tesi: “so già dove voglio portarti, lettore, che cosa mostrarti. Del resto lo sai già anche tu: è il nostro mondo di tutti i giorni. E colgo l’occasione di saldare qualche conto e togliermi qualche sasso dalle scarpe”. Conclusione: nessuno scopre nulla. Meglio un saggio puntuale.

Invece no. Non è così. Il problema del racconto nonè il quasi totale appiattimento su una realtà fin troppo nota. È invece la sua rappresentazione semplicemente teorica. Non un quadro di Hopper, ma una fotocopia sbiadita.

Cito Ilvo Diamanti:

La realtà sociale, inoltre, è spesso trasfigurata dall’iperrealtà […] Un ritratto quasi fotografico. Che si concentra su alcuni particolari. Li dilata oppure li riproduce in modo ossessivo […] Riflette una prospettiva unilaterale – e per questo falsa – della realtà. […] ogni raffigurazione unilaterale e caricata è irreale quanto iperreale. È la pop-art della democrazia-pop
.

Ecco. Noi non siamo nel mondo del Grande Fratello (quello di Orwell, non quello di Alessia Marcuzzi) ma in quello inquietante, dai colori accesi e dalle forme troppo nitide della pop-art. E in questo mondo, in questo “specchio unico” tanto pervasivo che costituisce una realtà – fasulla – in sé, nella quale noi scivoliamo tutti i giorni, che cosa potrà mai fare il povero Thoth che crede ancora in un mondo evocato, creato dalle parole (e non dal loro consumo ecolalico?

Il romanzo di Fini non è troppo mimetico, ma troppo poco.

sabato 18 luglio 2009

La crisi del tredicesimo anno


Scriviamo la nuova serie di LN da quasi tredici anni, un tempo lungo durante il quale il nostro bollettino è diventato una rivista indipendente, ha cambiato veste grafica alcune volte, si è arricchito di rubriche e impoverito perdendone qualche altra, ha permesso a redattori e collaboratori di entrare e uscire dalle proprie pagine, conoscersi, perdersi di vista, confrontarsi, discutere – anche ferocemente, qualche volta – di libri e di scrittura, partendo da una visione del mondo che identifica la lettura come uno strumento imprescindibile di conoscenza e di esperienza, primaria e non di seconda mano, della realtà.

Tirando le somme, per quanto mi riguarda, sono certa di aver ricevuto quanto e più di quanto ho dato.

Ma anche lo strumento migliore può perdere di efficacia, altri se ne possono trovare di più incisivi e utili. Capire quali e come dotarsene era il senso, ad esempio, del mio post precedente, che riassumeva la prima parte di una discussione con Max.

La mia domanda è: LN ha perso efficacia? Funziona ancora come finestra sul mondo letterario e non solo, come sonda per saggiarlo? Difficile rispondere per chi come noi sta dall’altra parte della pagina, cioè lo scrive, scegliendo il terreno su cui muoversi per quel numero. Per me vale sempre la pena di aspettare LN, ma per chi semplicemente lo legge?

Che cosa proponiamo attualmente ai lettori (e i limiti di questa proposta) l’hai già scritto tu, Max. Vorrei contribuire chiedendomi che cosa possiamo proporre di diverso (trasformando di conseguenza LN) a partire dalle ipotesi ancora vaghe indicate da te.

- Articoli più lunghi? Sì, a patto di riuscire ad allargare il campo di ripresa, per così dire. Un semplice approfondimento più puntuale e articolato del medesimo tema difficilmente avrebbe senso, come accade anche a noi, il saggio breve non è ciò che cerca un lettore di periodici, in tal caso esistono i libri a tema, le raccolte.

- Interviste? Sì. Se ben condotte e fatte alle persone giuste, lasciando spazio all’intervistato, sono ottimi strumenti per illuminare questioni e temi. Continuiamo a farle come già le facciamo, per e-mail o a viva voce, consentendo all’intervistato di controllare il testo per evitare di distorcere il suo pensiero.

- Spazi a tema, come quelli occupati con talento da Mario Prisco (Napoli nobilissima) e Davide Mana (Storia naturale del fantastico). Sì, sono appuntamenti immancabili che, oltre a garantire nel tempo la qualità, danno a chi legge la sensazione di aggiungere un tassello a un mosaico che mano a mano si va componendo. Un reading in progress che dà soddisfazione.

- Rivista anfibia di recensioni e racconti? Sì. In fondo il posto giusto per un racconto (oltre all’antologia, ovviamente) è la rivista letteraria, in uno spazio che, rivolgendosi appunto a lettori tenaci e continuativi, consenta allo scritto di essere «valutato» con gli strumenti più opportuni. Ce ne fossero di più di riviste che pubblicano racconti secondo la tradizione novecentesca anglosassone, cioè non antologie malamente travestite contenenti testi scelti per scopi amicali e non perseguendo la qualità. Però…

Coltivare autori sarà il compito più impegnativo e difficile di un ipotetico nuovo N(uovo)_LN. È importante offrire spazio a qualcosa di nuovo: nuovi autori (nuovi almeno nel senso di altri da noi) e/o nuovi modi, piccole sfide aperte anche a noi. La narrativa di LN non dovrebbe doppiare quella di Fata Morgana o di Alia, progetti differenti, con scopi differenti. Lo spazio per la narrativa di N_LN dovrebbe essere anche un laboratorio, fornire nuovi stimoli e propiziare nuovi esiti non scontati, obbligando i narratori già noti ad uscire dai loro soliti apprezzabili panni. E infine, Come trovare altri autori? Come sceglierli e, non ultimo, come salvarci dalla pioggia di racconti scadenti che potrebbero giungere?

Mi fermo qui.


P.S.: la discussione è stata aperta anche presso il sito di LN: www.librinuovi.info.

lunedì 13 luglio 2009

Altre evoluzioni 1


Passeggiando nella nostra mattinata libera, ieri discutevo con il mio libraio-consorte (d'ora in poi LC) della brutta situazione dell'editoria torinese. Più che brutta. Quasi inesistente, almeno rispetto agli editori medio-grandi, tutti decollati per altri lidi, vuoi per scelta vuoi, soprattutto, per cambi di proprietà.
Dalla sorte degli editori, a quello delle librerie a quello del libro, il passo è purtroppo molto breve. Avendone ormai parlato infinite volte, LC e io ci siamo sforzati di esplorare qualche altro aspetto della questione, oltre a quella inevitabile: le librerie indipendenti vanno scomparendo per mancanza di lettori e, benché sempre meno, noi librai siamo sempre troppi a dividerci una torta ormai delle dimensioni di una crostatina del Mulino Bianco. Punto.
«Non c'è ricambio generazionale», dicono gli addetti di settore. «Vero», probabilmente. Ma proviamo a immaginare che le file dei grandilettori non si assottiglino soltanto per colpa di una fisiologica dipartita, ipotizziamo invece che il profilo del lettore più giovane cambi. In che direzione? Con quali conseguenze per la lettura?

LC - C'è il libro elettronico (Cybook Gen 3) che consente di caricare un libro in acrobat e di visionarlo a piacere.
Io - Giusto. Un'altra forma di libro, in poche parole. E l'ingombro? E il peso?
LC - E portarsi dietro Guerra e pace o Harry Potter 5?
Io - Giusto.
LC- E poi la tecnologia evolve, il Cybook diventerà più leggero e maneggevole...
Io - E l'esperienza tattile del libro? Il piacere di toccare la carta, di annusarla? di annotare a margine?
LC - E il risparmio, invece? Diversi editori stranieri mettono già in rete i loro testi: 15 euro il libro, 5 euro il testo elettronico da scaricare.
Io - Be'... Però leggere non sarebbe più la stessa cosa. Prendere in mano un nostro vecchio libro è un'esperienza unica, intrisa di ricordi: quando ho visto la copertina per la prima volta, quando lo leggevo alla fermata del tram, il peso di questo particolare volume fra le mani...
LC - Vero. Anche quando compravo gli LP cominciavo a sceglierli dalla copertina...
Io - disegnata da fior di artisti, a volte...
LC - Sì. E c'era tutto un paratesto, le liriche, il colore della fodera interna... Mi mancano. Ma poi mi sono abituato benissimo ai CD e alle loro confezioni piccine, e chi scarica in rete risparmiando un sacco di soldi non sente mica tanto la mancanza di quei ricordi e di quelle esperienze...
Io - Perché magari non le ha mai nemmeno fatte per ragioni di età. Ok, ho capito il punto. Però... Senti: secoli fa i libri erano soprattutto letti ad alta voce. Per necessità, dato l'altro numero di analfabeti. Però la lettura ad alta voce conferiva al testo un valore aggiunto emotivo (e forse gliene toglieva un altro: la lettura intima, individuale, non so), un valore ancora oggi riconosciuto. I miei alunni non leggono le cose ad alta voce, se non sono costretti da noi docenti, perché alcuni di loro faticano ancora a leggere speditamente. Però quando annuncio "vi faccio assaggiare questo racconto/romanzo", si mettono in posizione d'ascolto. Io li guardo, mentre leggo, e vedo che provano piacere ad ascoltare qualcuno che legge senza inciampi, che recita un po' per loro. Eppure fino a un minuto prima non sentivano la mancanza di un'esperienza che non fanno quasi mai. Se cancelli certe modalità di esperienza alla fine nessuno ne sentirà più la mancanza, ma la vita di tutti avrà perso qualcosa.
Ma forse no, e le mie (le nostre) sono soltanto nostalgie da vecchi lettori, abituati alla carta, all'inchiostro, a infilare un segnalibro nel libro e qualche volta a fare le orecchie alle pagine, in mancanza d'altro. Forse con uno sforzo potremmo evolvere anche noi, rinunciare al contatto rassicurante e ridurre un libro alla sua essenza: un lungo flusso di parole scelte più o meno accortamente, più o meno capaci di evocare la vita, il reale.
Che proprio io, biologa/naturalista per formazione, mi schieri contro l'evoluzione, sia pure culturale e tecnologica?
Al momento fluttuo tra tutto il mio passato e un futuro che ancora non c'è, tra l'amore (non soltanto riflesso) per la professione del libraio e la mia lunga intimità con il libro come strumento di lavoro da una parte, e dall'altra la curiosità verso le nuove tecnologie che alla fine mi hanno sempre arricchito di esperienza.

martedì 7 luglio 2009

Contro l'intolleranza


Nella mia vita credo di aver fatto almeno centomila firme.
La stragrande maggioranza sono firme di lavoro: come insegnante devo firmare quando entro a scuola, poi il registro per ogni ora di lezione, e via scarabocchiando.
Poi ci sono tutte le firme in banca, quelle per tutti i vari documenti. Quelle apposte per una buona causa e da qualche anno tutte le firme elettroniche inviate per salvare il mondo, la civiltà, la pace... Montagne di inchiostro vero o virtuale che di solito non hanno risolto nulla e mi hanno regalato soltanto l'effimera sensazione di aver fatto qualcosa. Di lavarmi la coscienza ben sapendo che tutto sarebbe rimasto come prima. Ormai cestino il 99% di ciò che richiede una mia firma in rete.
Ma questa petizione non posso non firmarla. Di più, sono fiera di essere una donna che firma per chiedere un riconoscimento per un'altra donna.
Vale la pena, leggete per verificare.
http://fronteretro.blogspot.com/2009/07/per-resistere-si-puo-cominciare.html

venerdì 3 luglio 2009

Non ho tempo di aspettare!

Ieri ho incontrato M., un amico che lavora presso il settore Alberate urbane dell'amministrazione comunale. M. cura il patrimonio arboreo di Torino ed è una miniera, oltre che di consigli su come si curano le piante, anche di aneddoti e osservazioni su come la gente, di Torino considera il "verde". Parlando con lui ho più volte pensato alle nostre rispettive professioni, e per "professione" qui non intendo soltanto ciò che si fa per soddisfare necessità come mangiare e avere un tetto sulla testa ma anche ciò che si fa senza compenso e con dedizione, per soddisfare necessità altrettanto impellenti ma di altra natura... magari dovrei chiamarle passioni.
Professionalmente, io mi intendo soprattutto di preadolescenti e di come si fanno i libri; M., invece, sa più o meno tutto su alberi, manto vegetale ecc. Usando un po' di fanta- sia non è difficile individuare molte somiglianze fra i tre oggetti del nostro lavoro: tutti e tre nascono molto più piccoli (germogli, neonati, idee) di quanto diventeranno; tutti e tre nella loro vita attraversano molte fasi (albusti-bambini-scalette; poi alberelli-ragazzini-manoscritti; poi finalmente giovani alberi vigorosi-adolescenti spigolosi-testi in cerca di editori)… Né M. né io possiamo predire il loro futuro ma sappiamo per certo che cambieranno ancora molte volte durante la loro vita, ordinaria o eccezionale che sia.
A dirla tutta, M. e io siamo convinti (e non siamo sicuramente i soli) che il bello delle nostre professioni (che sono anche un po' professioni di speranza, se non di fede) stia proprio nell'osservare con pazienza questi cambiamenti, intervenendo con cautela e discrezione, seguendo le "inclinazioni delle "creature" senza forzature, senza fretta.
Mi pare fosse Orazio a dire: nella vita tre cose sono degne: fare un figlio, piantare un albero, scrivere un libro. Ma doveva pensarlo anche il nonno di M. (e chissà quanti altri nonni) se continuava a piantare alberi anche in età avanzata, dicendo a figli e nipoti: "Sarete voi a godervi i loro frutti".
Naturalmente, M. e suo nonno, Orazio e perfino io sappiamo che la parola chiave di tutto questo discorso è "tempo", "Dare tempo al tempo" perché faccia il proprio lavoro o almeno lasci fare a gli altri (piantine, ragazzini, storie) il loro senza pretendere di vedere subito i risultati.
Ma in questi anni dobbiamo aver perduto il senso del tempo (oltre che quello del ridicolo) e vogliamo tutto e subito: la trasformazione, il "viaggio", le attese, non sono più sopportabili. Sui ragazzini e sulle pretese degli adulti di averli subito grandi, autonomi, capaci di badare a se stessi avrei molto da dire (ma non ora, a fine anno scolastico, quando mesi di lavoro mi sembrano evaporati senza quasi lasciare tracce). Su libri e autori è inutile continuare a scrivere di editori in cerca di miracoli a costo zero, roba immediatamente vendibile a migliaia di copie senza più lavoro di squadra: niente editing, niente investimenti su "vivai" di nuovi autori, da coltivare nel tempo... Pensavo che almeno agli alberi si lasciassero i loro ritmi, in fondo la biologia non può essere forzata più di tanto.
Ma mi sbagliavo. M. mi ha spiegato che oggi, pagando "il giusto" (ovvero cifre dell'ordine dei diecimila euro), chiunque può avere nella villona con parco appena costruita il proprio albero secolare, gli ulivi, ad esempio, sono molto richiesti. Volete un ulivo di cento o duecento anni proprio lì, nel prato davanti a casa? Non c'è problema, in Puglia o in Spagna diversi proprietari di uliveti trovano più conveniente vendere i loro ulivi antichi invece delle olive.
"Ma gli alberi trapiantati campano?" ho chiesto un po' sconvolta. Certo, mi ha spiegato M., le tecnologie attuali consentono di estrarre l'ulivo con una sorta di arnese che abbina un'enorme forbice capace di frantumare i sassi a un megacucchiaio che raccoglie la palla di terra che circonda le radici; la pianta viene poi potata perché la chioma non subisca troppi danni, caricata su un TIR a rampa, trasportata fino al vostro prato e infilata nel buco del terreno che voi avrete fatto amorevolmente scavare.
Però! mi sono detta, sognando di vincere al lotto (a cui peraltro non gioco mai) e di "farmi" un albero di duecento anni.
Poi però ho pensato a quell'albero trapiantato nel mio prato, pagato profumatamente come un divo del cinema per recitare un cameo, mesa lì a far finta che la villa nuova sia antica pure lei e che il nuovo ricco non sia un parvenu...
Ci sarebbe da ridere, lo so. Ma a M. e a me, e a tutti quelli a cui l'ho raccontata, questa storia non sembra affatto divertente, soltanto un altro segno dei tempi assurdi che stiamo vivendo.

domenica 28 giugno 2009

Com'era Ieri?


Fra qualche mese una mia novella verrà pubblicata nella collana N&D. di CS-libri. Si tratta di un'opera di alcuni anni fa, scritta in qualche mese appena (un tempo molto breve per i miei ritmi) e scritta soprattutto in un periodo particolare: l'infanzia di mia figlia.
Riprendere in mano Sarà ieri (questo è il titolo che scelsi allora e che non so ancora se manterrò) è un'esperienza davvero curiosa.
Prima di tutto c'è la rete della memoria, che si solleva da acque profonde e riporta a galla i ricordi di allora: i momenti nei quali scrivevo, la concentrazione, le ore, quasi soltanto della domenica e del dopocena, che mi ritagliavo per scrivere facendo a turno con mio marito per tenere compagnia alla bambina o per cucinare. Rileggo le frasi di un tempo e ri-vedo che le immagini che allora "vedevo" per la prima volta, mentre le scrivevo. Rileggo e vedo lo schermo del PC di allora, il mio primo portatile, e la luce bassa della lampada... Rileggo e mi ritrovo a letto, prima di dormire, a immaginare come la storia sarebbe andata avanti. Questa revisione è una sorprendente esperienza di archeologia mentale. ,
Poi c'è la curiosità di "leggere"; ero convinta di ricordare perfettamente Sarà ieri, scena per scena e quasi frase per frase, e invece no, mentre rileggo leggo anche per la prima volta. Colgo, ora, sfumature che non credevo di aver scritto, e che quindi in un certo senso non ho scritto. Ma ora le vedo con lo sguardo del lettore, perché il tempo ha lavato via la patina di già letto di quei mesi. Non saprò mai se certe sfumature di un personaggio erano intenzionali o sono aggiunte ora dalla mia diversità, maturazione o che so io. E infine, ci sono due sensazioni opposte; la prima è una serena consapevolezza di poter fare liberamente qualunque cambiamento ritenga opportuno: è roba mia! Per chi, come me, ha fatto - con piacere - l'editing a diversi testi scritti da altri si tratta di una sensazione esaltante; nessuna richiesta di chiarimenti, nessun "timido suggerimento" per non urtare la sensibilità altrui, nessuna paura di prevaricare l'autore: mi sono data completa carta bianca e vado tranquilla!
La seconda sensazione è la consapevolezza esattamente contraria: posso cambiare una frase, renderla più "pulita", più nitida. Ma non posso renderla più chiara, meno/più ambigua. Cambiando qualcosa probabilmente dovrei cambiare tutto, scrivere una cosa diversa. Il testo, mi pare, ha un suo equilibrio, qualunque variazione significativa genererebbe una novella diversa. Insomma non sono affatto più libera, soltanto meno oppressa dalla richiesta di autorizzazioni.
Un'emozione sorprendente è poi riscoprire il personaggio di Bianca, la figlia della protagonista. Bianca ha esattamente l'età attuale di mia figlia Morgana, compariva qua e là senza essere parte vera alla vicenda, piuttosto viveva nei pensieri della madre, come avviene nella realtà. Scoprirla a distanza di anni come possibile proiezione della bimba di allora è davvero strano. Non è mia figlia, né voleva esserlo allora... eppure c'è qualcosa, echi, ombre, aure...
Di Sarà ieri non posso dire altro, ma da questa rilettura mi aspetto sorprese.

Diceva uno scrittore, vedi caso letto proprio allora, mentre scrivevo Sarà ieri:
Scrivendo onestamente l'autore scopre di sapere più cose di quanto credeva
Cito la frase a memoria, sicuramente l'avrò trasformata a mio uso e consumo, ma sono convinta della sua verità.

giovedì 25 giugno 2009

Prove concrete di civismo

A qualcuno lo devo raccontare (oltre che a mia figlia)…
Ore 19.00. Mio marito e io chiudiamo la libreria accompagnati dal cielo grigio e da un brontolio di tuono. L'aria ha un sapore inconfondibile di pioggia imminente. Tempo di girare l'angolo, fare un paio di isolati e raggiungere la fermata dell'autobus e comincia a gocciolare. Ci stringiamo sotto un ombrellino pieghevole che minaccia di collassare. Goccioloni, ticchettii… Poi comincia quello che in buon piemontese si chiama "na slavandun" (grafia sicuramente sbagliata). Un paio di autobus si avvicinano, attesi con impazienza da noi e da una signorina rattrapita sotto un ombrelluzzo ancora più esiguo. La signorina è più fortunata e si imbuca nel secondo autobus, noi ci rassegniamo.
Si ferma una macchina, a bordo una coppia sconosciuta e dall'espressione gentile.
- Serve un passaggio?
Fissiamo i due a bocca aperta. Non è possibile. Chi vuoi che offra un passaggio a due tizi mai visti, sia pure (almeno temporaneamente) in versione mite e sfortunata?
L'invito viene ripetuto e accettato fra stupefatti ringraziamenti.
Il tempo di quattro chiacchiere civili, di scoprire che i signori erano già passati davanti alla fermata, scorgendo soltanto la signorina ed erano tornati indietro, impietositi, pensando alla figlia in analoghe circostanze, e siamo stati recapitati sotto casa, asciutti e sorridenti, dopo aver augurato alla civilissima coppia ogni bene e un'ottima serata in pizzeria dove hanno appuntamento con figlia e famiglia.
Un episodio piccolo ma prezioso, che ha migliorato la serata a tutti e tre (figlia nostra compresa), la sensazione di essere in debito con la sorte, la consapevolezza che saldare il debito richiederà "soltanto" un po' di attenzione a ciò che avviene attorno a noi e il piccolo sforzo di comunicare con uno o più sconosciuti.
E pensare che io detesto tutta la retorica buonista sui piccoli gesti!


sabato 20 giugno 2009

In difesa delle coincidenze


Coincidenza è una di quelle parole delle quali, di solito, si abusa soltanto. Secondo il dizionario De Mauro, il termine ha quattro significati:
1. il verificarsi simultaneo, specialmente casuale, di due fatti; sinonimi: concomitanza, contemporaneità, simultaneità, sincronismo;
2. corrispondenza, identità di opinioni, di idee, di vedute; sinonimi: accordo, corrispondenza, conformità, consonanza, convergenza, identità, omogeneità, uguaglianza, uniformità;
3. corrispondenza tra l'ora di arrivo di un mezzo di trasporto e l'ora di partenza di un altro; sinonimi: frasi di analogo significato;
4. identità o sovrapposizione specialmente di punti, linee o figure; sinonimi? In matematica praticamente NON esistono sinonimi!

L'estate scorsa, quando avevo letto soltanto le prime pagine del libro, una (sfortunatissima) coincidenza (in senso 1) ha sabotato l'incontro tra l'antologia di racconti Elogio della coincidenza dell'argentino Luiz Schwarcz e me, investendomi come un TIR e trascinandosi per mesi. Peccato, perché tra l'autore e la sottoscritta pare esistere, nel modo di percepire il mondo e concepire la scrittura, una quasi totale consonanza di vedute.
Nonostante la mia scarsa lucidità di allora, intuendo la convergenza di opinioni, ho proseguito ostinatamente a leggerlo. Ma, come quando il secondo treno giunge in ritardo, quando la scrittura di Schwarcz arrivava a segno, io ero già partita da un po'…
Ricordo di aver parlato in termini elogiativi dei racconti al mio consorte. Ma allora, né lui né io eravamo in vena...
Poi, il libro è andato smarrito. È sparito, si è nascosto, non lo so.
Fatto sta che, per una (felicissima) coincidenza l'ho ripescato l'altra notte, ore 0.45, mentre frugando nel mucchio che soggiorna sul mio comodino, cercavo un altro libro da leggere. Lui, era sempre stato lì. Rimpiattato. Ad aspettarmi, ostinatissimo, nonostante gli avessi dato buca troppe volte.
Forse si è trattato di serendipità, non di semplice coincidenza.
Coincidenza, destino... In fondo chi se ne frega? A me piace pensare che certi incontri devono avvenire e ringrazio la sorte che sia avvenuto così, in sordina - senza "coincidere" con altri guai e senza chiasso - appena sottolineato da un "Toh, guarda!"
"Ma che cosa devo farne di te?", mi sono chiesta subito dopo.
a) Ti ripongo nel mucchio.
b) Ti poso subito e tocco ferro, perché magari porti sgarro.
c) Ti sfoglio un po' così, di sguincio, giusto per riassaggiarti un po'...
d) Ammetto di avere un debito con te e faccio del mio meglio per saldarlo.
Così eccomi qui.
Elogio della coincidenza è una serie di sguardi lanciati dalla finestra. Un mazzo di fotografie trovate in un cassetto. Film visti da piccoli e vagamente ricordati, mescolati a sogni e a sogni di altri film. Libri letti, o almeno comprati col proposito di farlo. Case soltanto immaginate, leggendone sui volantini pubblicitari. Piccoli gesti di accoglienza fatti da qualcuno per clienti, probabilmente indifferenti, che resteranno sconosciuti. Piccole macchie che non vogliono andarsene dalla camicia bianca, una libro di memorie che non scriveremo mai.
Con il tempo le coincidenze andarono scomparendo dalla mia vita... Forse era divenuto impossibile dissimulare la predominanza di errori e non riuscivo più a credere alle scuse che accampavo per la mia mancanza di controllo della situazione.

Ormai sono certa che il mio (il nostro) controllo della situazione è soltanto un faticoso azionismo di minoranza. Ma è mio. E continuo a temere un po' le coincidenze, ma non questa, non questa lettura nata nel momento in cui mi sono sentita meno adeguata, eppure inevitabile e feconda.
Non ho ancora imparato a vivere alla giornata, ma mi sforzo di provarci, almeno ogni tanto. E sto all'erta: i debiti vanno onorati e alcune coincidenze non possono andare perdute.

Luiz Schwarcz
Elogio della coincidenza
Feltrinelli 2008, euro 10,00
Trad. R. Francavilla

giovedì 29 gennaio 2009

Come un gatto al sole

Oggi, finite le lezioni, ho camminato tranquilla fino a casa, leggendo un altro racconto di Peter Cameron, Paura della matematica, storia di una ragazza che acquista coscienza di sé e sicurezza riuscendo a superare un esame di analisi matematica. Ho pensato che sarebbe bello riprendere a studiare, confrontarsi con difficoltà superabili e poi essere valutati su un libretto con un numero soddisfacente accompagnato da una firma.

Poi ho pensato che avrei voluto scrivere di questo sul blog e mi sono preoccupata.

Quando ho iniziato il blog, in realtà, non ero pronta. Ero pronta a scrivere argomentando pensieri e considerazioni, a parlare di libri, a riflettere razionalmente sui processi della scrittura e della lettura. Ma non a parlare di me direttamente, a riflettere su di me ad alta voce, a cercare risposte ai miei dubbi in pubblico. Quando scrivo storie parlo di me, ovviamente, di ciò che credo e che sono, o che vorrei essere, perfino di ciò che ho paura di essere. Ma sulla pagina, sul monitor, tutto viene rivestito di parole, gli spigoli si smussano, le forme sfumano, punte e lame sono meno dolorose. Scrivere di me più direttamente mi è impossibile, probabilmente temo la mia vena teatrale, alla quale allento il guinzaglio soltanto quando insegno (un docente ha l'obbligo di recitare un po'). E detesto gli autori che si abbandonano alla teatralità, all'autobiografismo inconsapevole, perché sono convinta che chi lo fa va – metaforicamente – soltanto là dove è già stato, lungo strade che conosce bene, senza trovare sorprese. Quando rileggo ciò che ho scritto tolgo quasi sempre, difficilmente aggiungo, nella convinzione (che forse serve soprattutto a proteggermi) che non occorra rivelare troppo, che leggere sia un processo attivo e che il lettore deve prendersi la responsabilità di prestare alla storia le proprie esperienze, la propria sensibilità. Ma in questi mesi non scrivo, non ho nulla da togliere e molto poco da mettere, tengo fuori dalla scrittura una gran parte dei miei pensieri.

Il 2008 mi ha regalato una nuova dimestichezza con la fragilità umana, con la fine. Una questione di età, certamente, il momento in cui ti accorgi che i genitori invecchiano, si allontanano dal mondo attivo e dalla realtà, dimenticano e contemporaneamente si attaccano con più forza ai ricordi, e talvolta la comunicazione con loro si concentra sui gesti, le parole si perdono. I compagni, gli amici, si rivelano più vulnerabili, si conosce una nuova paura del cambiamento, che è negativo più spesso che in passato. E capita che per mesi sembri di essere in trincea, che la guerra non finisca mai, che quando il nemico sembra battuto si rialzi e ricominci a sparare. Sono mesi strani, bui ma solcati dalla luce abbagliante della consapevolezza, dalla scoperta folgorante di ciò che è superfluo e ciò che è veramente essenziale. Non senti la stanchezza, la necessità ti tiene in piedi, Alla domanda “la ferita ti fa male?”, potresti davvero rispondere “Soltanto quando rido”, tanto non hai mai voglia di ridere.

Poi, quando l'emergenza passa, e avresti occasione e tempo e voglia di ridere, ti rendi conto che ridere non vien più bene come prima. Ti consoli pensando che questa volta hai fatto le cose abbastanza bene, non hai perso troppo la testa, c'eri sempre quando ti chiamavano, non dimenticavi quasi niente. Eppure non è in tuo potere appianare le difficoltà, cancellare il malessere, la paura tua e di quelli che camminano con te.

Ci vuole tempo, immagini. Intanto sarebbe sufficiente sonnecchiare al sole su un muretto, come un gatto. Ma la maggior parte delle volte o piove o qualcuno ti obbliga a scendere dal muretto. Pazienza, tanto anche stando con gli occhi chiusi sotto il sole non riusciresti a portare il silenzio nella tua testa. E senza silenzio i pensieri diventano una giostra e non è possibile scrivere…

Però, oggi, ho camminato al sole leggendo la visione di un altro e mi sono stata bene. Probabilmente sono il genere di gatto che invece di sonnecchiare preferisce dar la caccia alle lucertole.

mercoledì 28 gennaio 2009

I libri tristi dicono così tanto...

Ho appena terminato di leggere Sunset Limited, un breve dramma di Cormac McCarthy.

Svolta in forma teatrale, la vicenda si svolge nella stanza di un caseggiato popolare di New York: quartiere povero, appartamento povero, chiavistelli ovunque perché i vicini sono variamente dipendenti da alcool e droghe e arraffano tutto ciò che possono per tirar su due soldi. Sedute al tavolo di cucina due persone dialogano; di loro sappiamo soltanto l’essenziale. Bianco uno, nero l’altro. Il primo professore e ateo, il secondo ex galeotto illuminato da Dio. La loro conoscenza è recentissima: poco prima il nero ha agguantato il bianco mentre si lanciava sotto le ruote del Sunset Limited, un treno per pendolari; se l’è portato a casa e sta cercando di salvarlo. Per convincere il bianco a desistere dai suoi propositi il nero vede un solo modo: avvicinarlo a Dio. Il dialogo è uno scontro pacato fra due visioni del mondo. Ho cominciato la lettura spinta dalla curiosità che provo sempre verso una narrativa tanto ambiziosa da volersi confrontare con simili assoluti. Se scrivere storie significa soprattutto seminare dubbi, farlo facendo collidere la relatività del reale con la visione assoluta di un vero ateo e/o di un credente è un’impresa che, se condotta in maniera rigorosa, può approdare a risultati grandiosi; un nome per tutti: il Dostoevskij del Grande Inquisitore. Probabilmente, però, parte di questa propensione mi viene dall’educazione: ateo convinto (con una forte vena mistica) lui e sostanzialmente agnostica lei, i miei genitori scelsero di iscrivermi a una scuola religiosa: il mio apprendistato «strabico» al mondo è tra le cose più preziose che ho.

Come se la cava McCarthy nella grande sfida? Da dio, verrebbe voglia di rispondere. Intanto si tiene ben lontano dalle ovvietà: il nero non è un fanatico, le sue opinioni sul mondo e su Dio sono assai eterodosse e farebbero sussultare più di un uomo di chiesa; soprattutto non è un’anima candida, guarda il mondo dal basso e senza illusioni, semplicemente lo accetta con una profondità di sguardo che forse manca al suo interlocutore. Animati entrambi dall’onestà e dalla passione di McCarthy, i due duellano in punta di fioretto, senza animosità, con stima. Se non riescono a incontrarsi a mezza strada è solo perché le loro posizioni sono mutamente esclusive: o l’ordine forse non comprensibile del disegno divino o l’entropia senza scopo.

Leggendo le prime pagine nutrivo la recondita convinzione di stare dalla parte del professore: se interrogata su Dio, darei la medesima risposta data da Laplace a Napoleone: «non mi serve questa ipotesi, maestà». Inoltre ritengo lo zelo missionario pericoloso (di qualunque colore religioso politico sia) e detesto chi vuole salvarmi mio malgrado. Invece, a sorpresa, non mi ha convinto nemmeno il professore, nonostante il fascino del suo nichilismo. Il mondo visto con i suoi occhi pare sbiadito e privo di profondità; che non ami i suoi simili non è un problema (amarli non è certo un obbligo) ma gli manca la curiosità, non riesce più a percepire la natura umana che tutti ci accomuna. Non è simpatico, questo professore, anche se la sua dialettica è incisiva e la sua amarezza comprensibile, in parte condivisibile.

Al di là dell'interesse che suscita il "duello" tra i personaggi di Sunset Limited, magnificamente condotto dall'autore, il testo mi ha spinto a interrogarmi su quale legame intercorra tra chi scrive e le persone che incontra per strada, non i famigliari, gli amici, i conoscenti più stretti, ma la gente, intesa come categoria generale. Un rapporto di parassitismo (ti osservo mi approprio dei tuoi gesti, delle emozioni che immagino stiano dietro i gesti ecc.)? Una genuina curiosità? Una forma di solidarietà a distanza, che è possibile vivere in sicurezza, senza essere direttamente coinvolti? Un esperimento in corpore vili?

Mi accorgo che anche il post precedente, in fondo, ruotava sempre intorno alla medesima domanda: perché (de)scrivere? Probabilmente mi accade perché nelle ultime settimane – oltre a condurre in porto il racconto per Fata Morgana 12 – ho soprattutto letto e riletto gli altri racconti di Fata, e li ho letti per lavoro, correggendo le bozze e impaginando, insomma cercando il pelo nell'uovo. Un lavoro che non è affatto arido quanto può sembrare e che, oltre all'occasione di studiare diverse tecniche e modalità di scrittura, mi offre la possibilità di vedere la gente con altri occhi, ma in maniera finalizzata, stando in guardia, diciamo, invece di abbandonarmi alla lettura come farei leggendo testi pubblicati da altri. Così a ogni pagina mi chiedevo: il gesto descritto, è proprio "autentico"? È così che si comporta la maggior parte della gente? Ma esiste una maggior parte della gente? Una strana esperienza, in fondo, riprovata in maniera estremamente intensa leggendo McCarthy.

In realtà non è stata l'unica: nel poco tempo libero rimasto sono incappata in un testo altrettanto interessante e insolito (Il silenzio di Mosca, di Marina Jarre) e in una serie di pagine sparse che, tutte quante, sembravano congiurare per obbligarmi a confrontarmi con il tema della morte. Perfino l'ultimo racconto che ho letto: Il mondo del ricordo, di Peter Cameron, bellissimo. Ma questo sarà il soggetto del prossimo post.


martedì 6 gennaio 2009

Effetti collaterali della scrittura

Sì. E' vero. Scrivere per legare il passato e il presente, per sognare (anche sotto forma di incubo) il futuro. Per mettere ordine. Perché altrimenti la vita resta soltanto una collezione di istantanee.
In questo senso, ognuno si "riscrive", continuamente, si racconta a se stesso, cambia il passato (che non è mai dato una volta per tutte) guardandolo ogni volta con occhi diversi. Per questa forma di scrittura carta e penna non servono, anche se occorre almeno un ascoltatore: noi stessi.
Però scrivere, scegliendo le parole e indirizzandosi ad almeno un lettore sconosciuto, è un atto non semplicemente privato, che ha altri effetti collaterali, oltre a produrre una storia che qualcun altro forse leggerà e ricorderà.
Sono questi effetti collaterali che cerco di indagare. Per ora riesco soltanto un paio di osservazioni che non so dove mi possano portare. Forse, con qualche contributo, riuscirò a scoprirlo.

1) esistono forme spurie di scrittura narrativa che lo "scrittore consapevole" probabilmente non considera tali. Mi riferisco ad esempio ai tanti blog gestiti da adolescenti. I loro e non i nostri, perché noi usiamo artifici e filtri, e non riversiamo in rete, a caldo e direttamente, le nostre emozioni. Guidata dalla "mia" adolescente, mi son resa conto che gli autori di questi blog si narrano, oltre che mettere in scena se stessi. E narrarsi, se fatto onestamente, è qualcosa di più, è anche riflessione, è cercare di vedere.
Ciò che mi incuriosisce è che sia una narrazione corale, alla quale gli altri contribuiscono un po' come possono, secondo l'umore, la sensibilità, le esperienze. Non è "scrittura" in senso classico, guidata da un progetto e dalla ricerca di una struttura, e non vuole nemmeno esserlo, ma aiuta ad affinare la sensibilità e a cercare le parole. Lega ieri e ora, pre-sente il futuro, può mettere ordine.
2) Non potrei mai scrivere così, in pubblico. Quando avevo la loro età scrivevo diari, o meglio libri di bordo, testimonianze di viaggio, insomma. E non avrei mai dato quelle pagine in mano a qualcuno: né coetanei, né adulti. Ma io ero un'asociale.
Però non vorrei sottovalutare le larve di scrittura che emergono tra esibizioni, scemate divertenti, spacconate e rifiuti che ancora adesso riesco a condividere.
3) Così mi chiedo: lo sguardo dello scrittore è indissolubile dalla scrittura o esiste a priori? Insomma, quello sguardo, di per sé è un "valore aggiunto" che ci permette di vivere meglio, di comprendere, o si attiva soltanto quando scriviamo? Occorre prima imparare a scrivere (leggendo certi autori risponderei immediatamente "sì!") e poi imparare a guardare?

lunedì 5 gennaio 2009

E' indispensabile scrivere?


In questi mesi complicati sono passata, insieme alla mia famiglia, da un'emergenza all'altra: problemi di salute, gestione complicata della quotidianità, rapporti difficili con un'adolescente entusiasmante ma ovviamente problematica. E fin troppo intelligente.
Niente di strano che non sia riuscita a scrivere per mesi se non poche recensioni e relazioni scolastiche, ovvero la negazione della Scrittura. Anche la lettura ha latitato: troppo occupata per leggere di giorno, troppo stanca per leggere di notte, mai in grado di concentrarmi a sufficienza da fare due cose per volta, tipo leggere durante una riunione noiosa, o camminando su percorsi sicuri. In conclusione un appiattimento della vita mentale, un elettroencefalogramma quasi piatto.
Questo dimostrerebbe che senza leggere (e scrivere) divento stupida, non riesco più a pensare. Soprattutto rispetto all'adolescente, mi sto convincendo che se avessi potuto leggere e scrivere (e quindi pensare) avrei capito prima diverse cose. Forse scrivere non è indispensabile (potrei fare dozzine di nomi di autori che potrebbero benissimo astenersi...)ma leggere di sicuro sì.
Ma scrivere aiuta a vivere (quando non consente di guadagnare la pagnotta, intendo)? Aiuta a comprendere meglio il mondo come fa la lettura?
Domanda assurda, probabilmente, che merita soltanto risposte sceme da finto genio incompreso. Ma facciamo finta che sia possibile (e utile) rispondere.
Quali attitudini risveglia l'esercizio di scrivere?
Osservare, innanzitutto.
Trovare le parole per dire ciò che si vede. Ciò che si prova.
E forse, anche ciò che provano gli altri.
Esercitare il distacco. Il dubbio appunto.
Accostare le emozioni di lato (a meno di non scrivere diari noiosissimi con noi stessi come unici protagonisti).
Spostare le emozioni, il "sentire" da qualche altra parte per osservarle meglio, e in questo il fantastico e più in generale la letteratura di genere, con le sue regole, aiuta molto.
Ho sentito molto la mancanza di tutto questo, ma semplicemente riversare sulla pagina il vissuto che incalza è pessima scrittura (a meno di non essere geni, ovviamente).
E poi c'è sempre il problema della scrittura consolatoria (ben diversa dalla scrittura consolante) della sceneggiata, della "recita" autocompiaciuta. E' un pericolo che personalmente sento sempre dietro il prossimo angolo. Roba che intorbida qualunque tentativo di vedere.
Fatto sta che a scrivere non ci sono proprio riuscita. Anche se occuparmi di leggere pagine scritte da altri (Rudi Ludi, Fata Morgana) è stato già bello.E consolante.
Ora mi sembra di cominciare a riacchiappare il filo dei miei pensieri e che, finalmente, si ripeta il solito miracolo di intravvedere il prosieguo di una storia (la mia l'avevo cominciata più o meno a luglio, credo)mentre stai facendo tutt'altro, che (almeno un po') lettura, scrittura e vita vera si compenetrino, sfumino una nell'altra.
E' indispensabile scrivere? Non lo so. Molti mi direbbero di no, per fermare i miei sforzi, magari. E io non so proprio che cosa rispondere. Però sono convinta che l'occhio dello "scrittore" sia un bell'aiuto per comprendere.